Lasciamo l'Italia il 29 di ottobre e già il 2 di novembre accarezzo la
roccia dei primi tiri di corda. Il nostro programma è di raggiungere il
primo nevaio e da questo punto rimanere in parete con le nostre
porta-ledge. Le cose non stanno andando male. Anche il tempo sembra
volerci aiutare. Il 6 novembre, dopo aver già fatto un paio di carichi
alla base, saliamo io ed Alessandro fino a poco oltre il nevaio, dove
decidiamo di mettere le ledge. Intanto, come d'accordo, Matteo e
Giacomo, tireranno su i sacconi fino a quel punto. Verso le ore 15 del
pomeriggio non sono ancora arrivati e la cosa ci preoccupa. Poi vediamo
arrivare all'inizio del nevaio Giacomo. E' solo e ci raggiunge alla fine
del ghiacciaio pensile. Contemporaneamente vediamo un punto scendere sul
ghiacciaio e cominciamo a comprendere. Quando ci raggiunge ci comunica
che Matteo ha rinunciato, che non se la sente di affrontare questa
parete. Giacomo invece è ancor più convinto di prima a proseguire. Ci
abbracciamo e ci facciamo forza. Scendiamo insieme e cominciamo a
recuperare i sacconi quasi fino al nevaio. Ormai è tardi e torniamo alla truna per passare la notte. Iniziano le giornate più dure. Sveglia alle
ore 4 per essere pronti a partire con le prime luci dell'alba. Spesso mi
capita di ripensare a molti anni fa, quando al campo base, nonostante il
vento fosse molto forte, a quella ora, o un'ora più tardi, ci trovavamo
svegli solo io e Conrad Anker, per guardare il tempo, o per fare due
chiacchiere da soli o fumarci una sigaretta.
A sera siamo al nostro primo bivacco in parete, al bivacco “De los tres”
(bivacco dei tre).
Il giorno dopo, la neve che cade incessantemente, investendoci sotto
forma di cascata, ci permette di salire solo 130 metri ma, alla sera,
rifugiati nelle nostre tendine siamo soddisfatti di quanto fatto.
Ci troviamo ora all'inizio della zona chiave, la parte più ripida e
difficile della parete. L'arrampicata è dura soprattutto per le
condizioni atmosferiche. Trovo un pezzo di corda fissa lasciato tre anni
prima e provo ad avventurarmi su di esso. Ne salgo solo una ventina di
metri ed il sudore della tensione mi cola lungo la fronte. La corda è
molto sfilacciata ed anche volendo non riuscirei a proteggermi in
quanto, essendo strapiombante, non riesco ad avvicinarmi alla roccia.
Decido di tornare indietro e ripercorrere i due tiri che mi porteranno
alla Dalai Lama. Sì, Dalai Lama. Così la battezzai nel precedente
tentativo. Un'incredibile ed indescrivibile lama quasi staccata dalla
parete. E proprio qualche mese prima avevo avuto la fortuna di conoscere
personalmente quella incredibile persona del Dalai Lama.
Spostiamo il nostro posto di bivacco e così, dopo quasi 22 ore da quando
ci siamo alzati, riusciamo a ritornare nei sacchi a pelo.
Il giorno dopo, con una giornata deliziosa e calda, raggiungiamo il
punto massimo di tre anni prima. Ricordo che in quel punto la bufera era
terribile, il vento fortissimo e la neve mi investiva violentemente
tanto che non riuscivo a rendermi conto di dove mi trovavo. Maledissi
tutto quel giorno, maledissi anche la Patagonia e ciò che mi aveva
portato ad essere là, in quel posto, in quel momento, dove forse pensavo
che non sarei più tornato fra i vivi. Fu terribile, ma già poche ore
dopo, scrivendo nel mio diario, ero convinto che sarei riuscito nel mio
intento o comunque sarei ritornato a ritentare. Ma ora è diverso e poco
dopo, non come era accaduto tre anni prima, alla sosta non sono solo; ci
sono anche Ale e Giac. Pochi metri a destra una cengetta. Un passaggio
delicato con uno sky-hook, un passo difficile in libera, ancora una
decina di metri e la sosta è comodissima. Mi sembra di essere al Monte
Bianco. Mi sembra che la pendenza della parete diminuisca e mi sento
benissimo. A sera ci troviamo con tutto il nostro materiale e
porta-ledge a passare la notte e riesco a salire ancora una trentina di
metri. I preparativi per la cena sono piuttosto lenti in quanto, già dal
primo bivacco, abbiamo solo un fornello.
Ormai la cima è vicina e sopra di noi: incombente e misterioso, il
grande camino che ci porterebbe sulla parete Nord, a forse 100 metri
dalla cima. Salgo due tiri quasi completamente in libera e finalmente
posso guardare il camino. La sua prima parte ha una conformazione di
ghiaccio schiumoso sicuramente inconsistente. Oltre si nota un'altra
conformazione simile. Io speravo in un camino ghiacciato sul tipo di Exocet al Cerro Standhardt, ma invece non è così. Diventerebbe una
scalata troppo pericolosa e non proteggibile e quindi non me la sento di
affrontarla. Quando sale Alessandro anche lui la pensa come me e quindi
decidiamo di portarci a prendere la Maestri alla base della parete
terminale. Salgo un altro tiro, piuttosto duro, sempre bombardato dai
soliti blocchetti di ghiaccio ed alla fine riesco a fare una sosta sotto
una placca strapiombante. Il tiro dopo è una lotta di ghiaccio e misto.
Nella seconda parte la colata di ghiaccio mi impegna a fondo. Il
ghiaccio è inconsistente e gli attrezzi mi escono continuamente. Poi
rompo una piccozza, mi schiaccio un dito e l'attrezzo mi cade. A fatica
collego 3 chiodi da ghiaccio e mi calo in sosta. Allora convinco
Alessandro a proseguire e riesce a salire altri 10 metri e poi
ritorniamo al bivacco “Ultimo sole”. Il tempo è cambiato nuovamente e la
cascata di neve che ci investe sembra non avere fine. Al mattino Giacomo
propone di fare la giornata di riposo ma io so che su questa montagna il
riposo si fa solo quando si scende. Risaliamo sulle corde con
l'intenzione di proseguire per la cima. Alessandro porta a termine il
tiro di 90 metri con una dura lotta ma poi, volentieri, mi cede di nuovo
la spada. Con un'altra lunghezza arrivo alla base della parete
terminale. Un altro mondo, un mondo a me molto familiare e rilassante.
Veloci saliamo le lunghezze che portano al compressore. Rubo un altro
ricordo dalla macchina di tante polemiche e poi mi infilo sul tiro di Bridwell. Quando raggiungiamo la cima decidiamo di passare lì la notte
in quanto abbiamo solo una frontale. Ci infiliamo sotto un fungo e
sbattiamo i piedi e le mani tutta la notte. Abbiamo forse mezzo litro di
aranciata, ma è un blocco di ghiaccio. Il termometro segna -13 ed il
vento fa il resto. Raggiungiamo le porta-ledge e decidiamo di fermarci
a riposare, bere e mangiare. Il tempo è pessimo e durante la notte, a volte,
ci spaventiamo molto per ciò che ci cade addosso o vicino.
Termina la nostra
ottava e ultima notte in parete. L'indomani, molto carichi, verso sera
siamo alla base della Est. La storia è finita e solo ritornando a El
Chalten ci rendiamo conto di quanto abbiamo fatto.
Ognuno di noi ha i propri perché, i propri obiettivi, i propri sogni. Io
avevo questo, forse un pezzetto di paradiso e l'ho raggiunto.
Ora sono a casa con i piedi ben piantati a terra e ripenso a quella
nostra storia. Mi piace pensarlo e mi riempie di gioia essere riuscito
nel progetto e le cose che mi riempiono di gioia è ripensare ai bei,
grandi e lunghi momenti che Giacomo ed Alessandro mi hanno dato la
possibilità di vivere. In questi giorni sono tempestato di e-mail e
telefonate e molte hanno le stesse domande ed io rispondo, ma la domanda
a cui non amo dare una risposta è quando mi si chiedono le difficoltà, i
tiri, quanto era difficile. Delle montagne Patagoniche non mi piace
parlare di numeri, di elenchi. Non mi interessa. Quello che mi piace e mi
riempie è ciò che là ho vissuto. Era tutto difficile, pochi sono stati i
momenti, i passi in cui posso dire che mi divertivo, pochi veramente. Ma
quello che invece mi riempiva erano i miei compagni. Non voglio essere
retorico ma se ci ripenso la cosa mi piace.
So che Giacomo forse non è un grande alpinista, ma arrampicare con lui
era come avere al fianco uno di “quelli grandi”. Mai una volta l'ho
sentito dire basta, non ce la faccio più, ho freddo, ho fame, sono
stufo. Lui era come una macchina e gli andava sempre bene tutto. Per
ogni cosa lui mi ringraziava e mi elogiava e questo mi dava carica e mi
faceva piacere. A sera, o meglio sarebbe dire alla notte, quando
entravamo nelle nostre tendine da parete, Giacomo era sempre l'ultimo ad
entrare. Rimaneva fuori a passarci le cose che ci servivano all'interno.
A volte era sotto la neve che scendeva sotto forma di cascata, e lui
chiedeva se serviva ancora qualcosa. Come si fa a non apprezzare queste
cose? Forse potrebbero sembrare semplici, ma lì valgono molto e costano
ancor di più.
Alessandro è diverso. Il suo fisico possente, che a volte
mi faceva apparire un nano. Anche lui mai stanco. Sempre silenzioso, nelle lunghe soste ad assicurarmi, con la sua attenzione in ciò che stava
facendo, mi aiutava a salire. Nella sua tenera età apprezzavo la sua
decisione. Anche a lui è costato molto rinunciare a salire per il grande
camino finale. Solo un paio di giorni prima mi aveva detto: «Guarda che
io voglio uscire da là, sai?». Poi, purtroppo, la nostra comune decisione
ci ha portato a dover rinunciare a quell'idea. Quando, durante il primo
bivacco gli si era rotto il fornello, e quindi ci eravamo trovati con uno
solo e due tendine, avevamo avuto qualche disagio. Raramente se ne
parlava, se non per scherzare, ma capivo quanto era mortificato per
quanto successo e mi spiaceva che fosse accaduto a lui. Quando
recuperava i sacconi era incredibile l'impegno che ci metteva e la
fatica che faceva senza mai dire niente.
Questi sono stati i miei compagni di
salita, i miei squisiti amici e di questo me ne vanto.
Ermanno Salvaterra
Pinzolo (TN)
24 dicembre 2004
© Ermanno Salvaterra
dicembre 2004 intraisass
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PATAGONIA
CERRO TORRE 3128 m
East Face
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Alessandro Feltrami
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Ermanno Salvaterra
QUINQUE ANNI AD PARADISUM
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