intraisass


Rivista di Letteratura, Alpinismo e Arti Visive   
 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

QUINQUE ANNI AD PARADISUM

di Ermanno Salvaterra
 

Ancora un coperhead, due rivet, la mia vecchia amata sosta, alcuni passi difficili sulla roccia ghiacciata… è fatta! Sono le ore 19 e mi trovo all'ultima sosta sotto la cima. Piango dalla felicità e dall'emozione appoggiato con la testa alla roccia ed aspettando che i miei compagni salgano a jumar. Tardano più del previsto in quanto Giacomo deve scendere 50 metri perché la corda si è incastrata in una lama di roccia, e di questo sono contento, così riesco a stare un po' più di tempo da solo e, egoisticamente, gustarmi questo momento. Poi saliamo sotto il fungo e con tutta calma faccio il tiro che mi porta in cima, sul punto più alto del Cerro Torre. Per la quarta volta ho il piacere di trovarmi quassù. Sono quasi le 9 di sera che ci scambiamo per fare qualche foto. La temperatura è piuttosto bassa ed un po' di vento rafforza il freddo.

«QUINQUE ANNI AD PARADISUM»!
five years for the paradise


Quinque anni ad paradisum (© Ermanno Salvaterra)

Sì, cinque anni per rincorrere questo sogno, questo mio angolo di paradiso. Ne parlò per primo Andrea Sarchi, nel 1985, quando in una bellissima giornata sul ghiacciaio sotto il Torre, disse che appena saremmo scesi dalla salita invernale si poteva fare la Est del Torre. Sono quelle cose che si dicono perché è bel tempo, perché non si è stanchi e dentro si ha ancora molta carica. Dopo l'invernale al Cerro Torre non si accennò più a quella parete. Gli inglesi avevano già fatto il loro incredibile tentativo sul grande diedro alla Est. Gli Sloveni arrivarono poco dopo con la Via dell'inferno e rafforzarono così il mito di questa parete pericolosa. Intanto io, in disparte, vivevo quanto accadeva alla Est. Nel '94 Anker e Midderdorf con lo stesso progetto, poi spagnoli e cileni, poi i polacchi, poi qualche altro. Il tutto però si fermava alla base o non tanto in alto.

Nel frattempo gli anni passavano veloci e la Est era ancora lì, bella e vergine, in attesa di chissà chi o di chissà cosa.
La cosa cominciò a prendere piede e già eravamo pronti a partire quando un mio socio si ruppe il braccio. Nel '99, ai primi di ottobre sono alla base della Est con Mauro Mabboni. Non mi piace essere retorico, ma quando sono alla base del Torre, mi sento una carica dentro che non so descrivere, che mi farebbe fare qualsiasi cosa, che mi fa sentire bene, che mi fa sentire vivo.
Riesco a salire circa 100 metri, con i ramponi ai piedi, mi diverto e poi ritorniamo al campo base. Passano diversi giorni di brutto tempo prima di trovarci di nuovo lì. Alla base c'è un grosso cumulo di neve e ghiaccio. Segno evidente di una grossa scarica. Mauro mi guarda fisso negli occhi e già intuisco il suo pensiero. Questa scarica viene dalla Est ed io mi trovo a non poter insistere. Mauro ha perso un amico al Torre, nel '94 scendendo dalla Maestri, quindi capisco la sua titubanza, la sua perplessità e insicurezza. Rinunceremo al nostro progetto portandoci a fare la variante allo spigolo Sud-est della Maestri. Intanto io continuo a sognare ed il pensiero mi perseguita. Organizzo e poi qualcosa non va. Ormai io ho voglia di tentare la Est. Parliamo di tante cose, di Himalaya, ma alla fine il mio pensiero è sempre là.

Nel 2001 con tre forti compagni di cordata sono alla base del Torre. Di nuovo per la Est, di nuovo per questa storia. In 8 giorni di permanenza in parete, con un tempo infernale, stringendo molto i denti, riusciamo a salire circa 800 metri ma poi, una brutta storia di gas, al limite della vita, al limite del cedimento psicofisico ci fa rinunciare a quello che ormai è diventato il mio intento primario, di vitale importanza. Passano altri due anni di attesa. Mi costa molto rinunciare per problemi dei miei compagni. A volte sono arrabbiato ma poi, nonostante la mia inquietudine, riesco ad aspettare. Io sto bene se già molti mesi prima so che il tal giorno partirò e quindi, già da quel momento riesco a star bene, a vivere, a progettare ogni momento della salita. E' quasi la metà di agosto del 2004 quando, dopo mesi di attesa, mi sento dire ancora “no” dai miei soci. Ho quasi 50 anni, non sono molto giovane, lo so, ma fisicamente mi sento ancora bene e soprattutto ho ancora molto entusiasmo e voglia di fare queste cose. Forse domani non sarà più così e quindi non posso permettermi di aspettare. In due giorni mi trovo ad avere i nuovi compagni per questa storia. Non mi importa se non faranno nemmeno un tiro da capocordata o se non hanno nessuna esperienza di Patagonia. Quello che più mi interessa è che abbiano entusiasmo nella cosa che stiamo per affrontare. Matteo è forte, forse è un po' matto, come dicono dalle sue parti. Lo conosco poco, ho arrampicato solo un paio di volte insieme ma mi sembra deciso. Giacomo, che inizialmente voleva venire con noi per aiutarci a portare gli zaini, si rivelerà una persona validissima e squisitamente disponibile in tutto. Alessandro, ha appena terminato i corsi di Guida Alpina; vive ad un chilometro dal mio paese ed anche se lo conosco poco, mi piace nella sua semplicità. Ha comunque un fisico eccezionale e non è uno che si spaventa di fare fatica. Siamo pronti… abbiamo poco più di un mese mezzo a disposizione. Già prima di partire dico che se finiamo prima, io voglio tornare a casa in anticipo perché cose importanti mi attendono.

    Giacomo e Alessandro nei pressi
della cima
    Alessandro e Giacomo con i piedi sulla
cengia del compressore Maestri
    Alessandro impegnato nell'ultimo tiro
del Torre (lunghezza Bridwell)
    Alessandro risale a jumar la prima
lunghezza della parete finale
della via Maestri
    Da sopra la Dalai Lama... Alessandro
e Giacomo
    Sulla cima del Torre, Alessandro con
Ermanno en los brazos
    Ermanno sotto il fungo dove
hanno trascorso la notte
    Trasporto del materiale lungo
il ghiacciaio
    Terza lunghezza: Alessandro
recupera i sacconi
  Giacomo e Alessandro nella caverna
di ghiaccio
    Alessandro attraversa la terminal
    Alessandro risale a jumar.
Dalla cengia si alza la neve spazzata
dal vento
    Momento di riposo per Alessandro
e Giacomo sulla buona sosta dopo
l'11° tiro
    Primo bivacco (bivacco De los Tres)
  12° tiro
  Le porta-ledge 1000 metri sopra
il ghiacciaio
  Il luogo dell'ultimo bivacco
(bivacco Ultimo sol)
  Alessandro sul 23° tiro
  Alessandro sul 23° tiro
  Alessandro sul 23° tiro
  Il luogo dell'ultimo bivacco
(bivacco Ultimo sol)
  Alessandro alla sosta 21
  Alessandro ed Ermanno partono per
la lunghezza che segue il punto
massimo del 2001
  [El mítico VIEJO PATAGONICO, n.d.r.]
Ermanno, 21° tiro
  [El mítico VIEJO PATAGONICO, n.d.r.]
Ermanno, 21° tiro
1
© Ermanno Salvaterra - dicembre 2004 intra
isass

Lasciamo l'Italia il 29 di ottobre e già il 2 di novembre accarezzo la roccia dei primi tiri di corda. Il nostro programma è di raggiungere il primo nevaio e da questo punto rimanere in parete con le nostre porta-ledge. Le cose non stanno andando male. Anche il tempo sembra volerci aiutare. Il 6 novembre, dopo aver già fatto un paio di carichi alla base, saliamo io ed Alessandro fino a poco oltre il nevaio, dove decidiamo di mettere le ledge. Intanto, come d'accordo, Matteo e Giacomo, tireranno su i sacconi fino a quel punto. Verso le ore 15 del pomeriggio non sono ancora arrivati e la cosa ci preoccupa. Poi vediamo arrivare all'inizio del nevaio Giacomo. E' solo e ci raggiunge alla fine del ghiacciaio pensile. Contemporaneamente vediamo un punto scendere sul ghiacciaio e cominciamo a comprendere. Quando ci raggiunge ci comunica che Matteo ha rinunciato, che non se la sente di affrontare questa parete. Giacomo invece è ancor più convinto di prima a proseguire. Ci abbracciamo e ci facciamo forza. Scendiamo insieme e cominciamo a recuperare i sacconi quasi fino al nevaio. Ormai è tardi e torniamo alla truna per passare la notte. Iniziano le giornate più dure. Sveglia alle ore 4 per essere pronti a partire con le prime luci dell'alba. Spesso mi capita di ripensare a molti anni fa, quando al campo base, nonostante il vento fosse molto forte, a quella ora, o un'ora più tardi, ci trovavamo svegli solo io e Conrad Anker, per guardare il tempo, o per fare due chiacchiere da soli o fumarci una sigaretta.

A sera siamo al nostro primo bivacco in parete, al bivacco “De los tres” (bivacco dei tre).
Il giorno dopo, la neve che cade incessantemente, investendoci sotto forma di cascata, ci permette di salire solo 130 metri ma, alla sera, rifugiati nelle nostre tendine siamo soddisfatti di quanto fatto.
Ci troviamo ora all'inizio della zona chiave, la parte più ripida e difficile della parete. L'arrampicata è dura soprattutto per le condizioni atmosferiche. Trovo un pezzo di corda fissa lasciato tre anni prima e provo ad avventurarmi su di esso. Ne salgo solo una ventina di metri ed il sudore della tensione mi cola lungo la fronte. La corda è molto sfilacciata ed anche volendo non riuscirei a proteggermi in quanto, essendo strapiombante, non riesco ad avvicinarmi alla roccia. Decido di tornare indietro e ripercorrere i due tiri che mi porteranno alla Dalai Lama. Sì, Dalai Lama. Così la battezzai nel precedente tentativo. Un'incredibile ed indescrivibile lama quasi staccata dalla parete. E proprio qualche mese prima avevo avuto la fortuna di conoscere personalmente quella incredibile persona del Dalai Lama.
Spostiamo il nostro posto di bivacco e così, dopo quasi 22 ore da quando ci siamo alzati, riusciamo a ritornare nei sacchi a pelo.

Il giorno dopo, con una giornata deliziosa e calda, raggiungiamo il punto massimo di tre anni prima. Ricordo che in quel punto la bufera era terribile, il vento fortissimo e la neve mi investiva violentemente tanto che non riuscivo a rendermi conto di dove mi trovavo. Maledissi tutto quel giorno, maledissi anche la Patagonia e ciò che mi aveva portato ad essere là, in quel posto, in quel momento, dove forse pensavo che non sarei più tornato fra i vivi. Fu terribile, ma già poche ore dopo, scrivendo nel mio diario, ero convinto che sarei riuscito nel mio intento o comunque sarei ritornato a ritentare. Ma ora è diverso e poco dopo, non come era accaduto tre anni prima, alla sosta non sono solo; ci sono anche Ale e Giac. Pochi metri a destra una cengetta. Un passaggio delicato con uno sky-hook, un passo difficile in libera, ancora una decina di metri e la sosta è comodissima. Mi sembra di essere al Monte Bianco. Mi sembra che la pendenza della parete diminuisca e mi sento benissimo. A sera ci troviamo con tutto il nostro materiale e porta-ledge a passare la notte e riesco a salire ancora una trentina di metri. I preparativi per la cena sono piuttosto lenti in quanto, già dal primo bivacco, abbiamo solo un fornello.

Ormai la cima è vicina e sopra di noi: incombente e misterioso, il grande camino che ci porterebbe sulla parete Nord, a forse 100 metri dalla cima. Salgo due tiri quasi completamente in libera e finalmente posso guardare il camino. La sua prima parte ha una conformazione di ghiaccio schiumoso sicuramente inconsistente. Oltre si nota un'altra conformazione simile. Io speravo in un camino ghiacciato sul tipo di Exocet al Cerro Standhardt, ma invece non è così. Diventerebbe una scalata troppo pericolosa e non proteggibile e quindi non me la sento di affrontarla. Quando sale Alessandro anche lui la pensa come me e quindi decidiamo di portarci a prendere la Maestri alla base della parete terminale. Salgo un altro tiro, piuttosto duro, sempre bombardato dai soliti blocchetti di ghiaccio ed alla fine riesco a fare una sosta sotto una placca strapiombante. Il tiro dopo è una lotta di ghiaccio e misto. Nella seconda parte la colata di ghiaccio mi impegna a fondo. Il ghiaccio è inconsistente e gli attrezzi mi escono continuamente. Poi rompo una piccozza, mi schiaccio un dito e l'attrezzo mi cade. A fatica collego 3 chiodi da ghiaccio e mi calo in sosta. Allora convinco Alessandro a proseguire e riesce a salire altri 10 metri e poi ritorniamo al bivacco “Ultimo sole”. Il tempo è cambiato nuovamente e la cascata di neve che ci investe sembra non avere fine. Al mattino Giacomo propone di fare la giornata di riposo ma io so che su questa montagna il riposo si fa solo quando si scende. Risaliamo sulle corde con l'intenzione di proseguire per la cima. Alessandro porta a termine il tiro di 90 metri con una dura lotta ma poi, volentieri, mi cede di nuovo la spada. Con un'altra lunghezza arrivo alla base della parete terminale. Un altro mondo, un mondo a me molto familiare e rilassante. Veloci saliamo le lunghezze che portano al compressore. Rubo un altro ricordo dalla macchina di tante polemiche e poi mi infilo sul tiro di Bridwell. Quando raggiungiamo la cima decidiamo di passare lì la notte in quanto abbiamo solo una frontale. Ci infiliamo sotto un fungo e sbattiamo i piedi e le mani tutta la notte. Abbiamo forse mezzo litro di aranciata, ma è un blocco di ghiaccio. Il termometro segna -13 ed il vento fa il resto. Raggiungiamo le porta-ledge e decidiamo di fermarci a riposare, bere e mangiare. Il tempo è pessimo e durante la notte, a volte, ci spaventiamo molto per ciò che ci cade addosso o vicino.

Termina la nostra ottava e ultima notte in parete. L'indomani, molto carichi, verso sera siamo alla base della Est. La storia è finita e solo ritornando a El Chalten ci rendiamo conto di quanto abbiamo fatto.

Ognuno di noi ha i propri perché, i propri obiettivi, i propri sogni. Io avevo questo, forse un pezzetto di paradiso e l'ho raggiunto.

Ora sono a casa con i piedi ben piantati a terra e ripenso a quella nostra storia. Mi piace pensarlo e mi riempie di gioia essere riuscito nel progetto e le cose che mi riempiono di gioia è ripensare ai bei, grandi e lunghi momenti che Giacomo ed Alessandro mi hanno dato la possibilità di vivere. In questi giorni sono tempestato di e-mail e telefonate e molte hanno le stesse domande ed io rispondo, ma la domanda a cui non amo dare una risposta è quando mi si chiedono le difficoltà, i tiri, quanto era difficile. Delle montagne Patagoniche non mi piace parlare di numeri, di elenchi. Non mi interessa. Quello che mi piace e mi riempie è ciò che là ho vissuto. Era tutto difficile, pochi sono stati i momenti, i passi in cui posso dire che mi divertivo, pochi veramente. Ma quello che invece mi riempiva erano i miei compagni. Non voglio essere retorico ma se ci ripenso la cosa mi piace.

So che Giacomo forse non è un grande alpinista, ma arrampicare con lui era come avere al fianco uno di “quelli grandi”. Mai una volta l'ho sentito dire basta, non ce la faccio più, ho freddo, ho fame, sono stufo. Lui era come una macchina e gli andava sempre bene tutto. Per ogni cosa lui mi ringraziava e mi elogiava e questo mi dava carica e mi faceva piacere. A sera, o meglio sarebbe dire alla notte, quando entravamo nelle nostre tendine da parete, Giacomo era sempre l'ultimo ad entrare. Rimaneva fuori a passarci le cose che ci servivano all'interno. A volte era sotto la neve che scendeva sotto forma di cascata, e lui chiedeva se serviva ancora qualcosa. Come si fa a non apprezzare queste cose? Forse potrebbero sembrare semplici, ma lì valgono molto e costano ancor di più.

Alessandro è diverso. Il suo fisico possente, che a volte mi faceva apparire un nano. Anche lui mai stanco. Sempre silenzioso, nelle lunghe soste ad assicurarmi, con la sua attenzione in ciò che stava facendo, mi aiutava a salire. Nella sua tenera età apprezzavo la sua decisione. Anche a lui è costato molto rinunciare a salire per il grande camino finale. Solo un paio di giorni prima mi aveva detto: «Guarda che io voglio uscire da là, sai?». Poi, purtroppo, la nostra comune decisione ci ha portato a dover rinunciare a quell'idea. Quando, durante il primo bivacco gli si era rotto il fornello, e quindi ci eravamo trovati con uno solo e due tendine, avevamo avuto qualche disagio. Raramente se ne parlava, se non per scherzare, ma capivo quanto era mortificato per quanto successo e mi spiaceva che fosse accaduto a lui. Quando recuperava i sacconi era incredibile l'impegno che ci metteva e la fatica che faceva senza mai dire niente.

Questi sono stati i miei compagni di salita, i miei squisiti amici e di questo me ne vanto.

Ermanno Salvaterra
Pinzolo (TN)
24 dicembre 2004
 

© Ermanno Salvaterra
dicembre 2004 intraisass

___________________________
PATAGONIA
CERRO TORRE 3128 m
East Face
New route by:
Alessandro Feltrami
Giacomo Rossetti
Ermanno Salvaterra

QUINQUE ANNI AD PARADISUM

>>> per approfondimenti:
www.colmar.it
http://www.salvaterra.biz

 

 copertina 

 

Antersass
Casa Editrice

copyright© 2000-2004 intra i sass

all rights reserved

Hosting by Net Trade