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Rivista di Letteratura, Alpinismo e Arti Visive  


IL SENSO DI MARCO PER LA VISIONE
Pensieri, emozioni e immagini dopo aver visto Il Sergente (a Mario Rigoni Stern)
 

di Davide Sapienza

 

 

 

 

 

 

 

 

«Un giorno passiamo per un villaggio, c'è ancora il sole alto, dalle finestre di un'isba delle donne battono sui vetri e ci fanno segno di entrare. Entriamo?, domanda il mio compagno. Entriamo, dico io».

Il sergente nella neve, Einaudi 1953


Entriamo, dico io, anzi, diciamo noi che abbiamo visto Il Sergente (a Mario Rigoni Stern), di Marco Paolini, figura sempre più indispensabile della nostra cultura. Per “entrare”, sono partito dalle Orobie per Gorizia, dove Marco Paolini rappresentava Il Sergente il 20 gennaio 2005. Volevo c
onoscere e parlare con Marco e quando lui ha detto che vedere Il Sergente a Gorizia “ha più senso”, qualcosa dentro di me mi ha detto che stavo per assistere a qualcosa di indimenticabile. Davanti a un genio della performance e della parola, della recitazione e dell'uso dello spazio teatrale, di una telecamera o quant'altro, cercavo conferme a intuizioni che sto inseguendo per la mia scrittura, un lavoro sulla Grande Guerra. Ecco Gorizia. Cittadina che ha avuto un ruolo indelebilmente inciso nella storia durante la carneficina del 1915-1918, città di confine, luogo dove i “segni” di quello che l'uomo ha combinato per dissanguare più di due generazioni e azzerarle, sono ancora evidenti. E allora, ho scelto l'Hotel al confine con la Slovenia. “Ha più senso”, mi son detto entrando in camera.

Sul viale che porta al Teatro Verdi, c'è un palazzo dove ha sede l'associazione invalidi e mutilati di guerra. Una grande targa sul portone, a novanta lunghi anni da allora, mi ricorda i numeri di quella carneficina: gli italiani “invalidi e mutilati” furono oltre mezzo milione, su un milione e mezzo di feriti e quasi settecentomila morti. Per non parlare di quelli “messi via”, nascosti in luoghi lontani dalla società, perché sfigurati, impresentabili. Quando ho scelto di andare a Gorizia, a vedere Il Sergente, mi venivano in mente i soldati che come Rigoni Stern arrivavano al confine con l'Italia e venivano tenuti chiusi nei treni, e la gente li fischiava come se avessero perso la finale di Champions League. Rigoni Stern arrivò una notte a Udine, dal campo di concentramento, e fu portato “in contumacia” in una caserma nel quale dovette subire con gli altri la vita da prigioniero, anche alla fine di tutto quanto. Gorizia, il confine, ma quale confine, di che confini stiamo parlando? Dei confini che dentro di noi siamo disposti a concedere all'indecenza della guerra e della vessazione.

Marco Paolini, in attività dagli anni '70 e assurto a grande fama nel 1997 con l'indimenticabile pagina di storia, televisione e teatro dedicata alla tragedia del Vajont, nel 1999 immortalò Mario Rigoni Stern in una meravigliosa intervista filmata sull'altipiano di Asiago, con la regia di Carlo Mazzacurati (lo trovate in cofanetto vhs + libro edito da Biblioteca dell'Immagine). “Rimanemmo bloccati nella baita a causa di una nevicata”, mi dice Marco: il resto lo aggiunge con gli occhi. Quegli occhi. Gli stessi occhi che lascia respirare davanti a un uomo che a 83 anni scrive ancora capolavori come Aspettando l'alba (Einaudi, 2004). Nel film in bianco e nero, Marco provoca in Mario turbamenti profondissimi nel ricordare i giorni in cui era “il sergente nella neve” (ah, che titolo!). I due parlano degli appunti dai quali nacque quel capolavoro, appunti strenuamente e ostinatamente difesi durante la guerra (fu prima in Albania, come testimonia il suo Quota Albania, guerra che definisce “peggio della Russia”. Riusciamo a immaginare?), poi abbandonati “nella cuccia del cane”, una volta a casa, ad Asiago. Sino al giorno in cui li riprese in mano, arrivando in libreria solo dieci anni dopo la ritirata di Russia. Uno dei grandi libri sulla guerra, e nella guerra: viaggiò con lui tanto intensamente da non essersi più fermato. Questo è un testo che andrebbe studiato nella scuola dell'obbligo, altro che
I promessi sposi. Lo amo quanto amo Un anno sull'altipiano di Emilio Lussu (che lo scrisse solo nel 1938, vent'anni dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, senza riuscire a pubblicarlo in patria...) e molti altri di Rigoni Stern. Pensate, da Lussu fu tratto Uomini Contro di Rosi, con Gian Maria Volontè, girato sull'Altipiano. E Stern invece è co-autore de I recuperanti, capolavoro di Ermanno Olmi del 1969, girato sull'Altipiano.

“Qui ha più senso”...? Dopo aver fatto una solitaria gita autunnale sull'Ortigara posso dire di sì, tra pendii morbidi ma feriti e un territorio macellato dall'orrore, mi rispondo da solo, e mi rispondo sì.

Nell'autunno 2004 Paolini è andato in treno e poi con una barca sino alle steppe del Don, sino all'ormai scomparso villaggio dove Il Sergente passò quei giorni difficili e freddi, dove c'era la trincea, dove nei sessanta metri del fiume ghiacciato c'era la linea che separava russi e italiani. Il Villaggio, che mi piace pensare come immagine forte e sicura, calda e avvolgente, fu come una tana per troppi dei nostri soldati, mentre troppi altri morivano di stenti, freddo, fame, abbandono, dolore e prostrazione. Paolini non è un autore che prende un libro, un fatto storico, per metterlo in carta carbone sulle assi del palco. Paolini è un visionario. Paolini è uno che usa la storia per guardare avanti, molto avanti e mentre lo fa, incide solchi indelebili nel presente.

Per questo Il Sergente è davvero un evento culturale straordinario, perché affrontare un testo perfetto e insuperabile con questa confidenza e nello stesso tempo enorme rispetto, non è impresa facile. “Stern cosa ha detto?”, gli chiedo. “Mario dice che loro non ridevano”, mi risponde sorridendo con i suoi occhi pieni di cose che accadono.

Questo è un attore che possiede la dote unica di essere un uomo che si lascia investire e permeare da tutto quello che uscirà in forma di parole e gesti dal proprio corpo usando tutte le vie di comunicazione del corpo medesimo, che diventa cosmo: gli occhi, le mani, la pelle, la bocca, una smorfia, uno sguardo, un piede che si muove così, un passo fatto cosà. Nel cinema abbiamo avuto Volontè, nel teatro (ma non solo), Paolini è lì, a quel livello assoluto.

Sul palco, Il Sergente ha accanto a sé una macchina da scrivere azionata e suonata da un altro Marco, che assiste Paolini per le quasi due ore della rappresentazione. Un grande telo bianco copre tutto lo spazio scenico. All'inizio, cala una grande mappa eurasiatica dove possiamo vedere il viaggio di Paolini e quello di Stern: uno sul treno, oggi, l'altro sulla tradotta, il treno dei militari, sessantadue anni fa. Alle sue spalle, tre specchi sospesi, alti e stretti. Quando il racconto slitta dal suo viaggio sul Don, ai fatti della guerra (“per me i russi non erano il nemico, ma noi sì eravamo il nemico per loro”, dice Stern), questi tasti, simbolo della scrittura e della testimonianza, diventano colpi di armi da fuoco, con i bagliori che si riflettono sugli specchi e il grande telo bianco che è davvero la steppa innevata e fredda. Ma quella macchina da scrivere è anche un modo per comunicare e ricordare: dal mio posto in platea vedo la neve, i proiettili, ma guardo Paolini e vedo l'intera esperienza, sì sì, proprio tutto. Sono lì con loro, come quando leggo i libri di Mario Rigoni Stern: dobbiamo ringraziare ogni giorno queste figure alle quali la nostra storia e la nostra cultura deve tantissimo: se oggi sono in grado di ricordare, di sapere, di immaginare un futuro senza il fascismo crescente che sta avvolgendo le nostre vite negli ultimi anni, è perché esistono persone così che hanno convogliato nella propria espressione uno sforzo comunicativo e di testimonianza enorme e impagabile.

Credetemi, non so come faccia, questo Marco Paolini, ma dentro il teatro io ho visto: il Don (“che arrivato nella steppa ha già scaricato tutta la sua rabbia”), le trincee, i soldati e le loro ansie, la tristezza, l'Isba, proprio come vedevi il Mare di Ustica e la diga del Vajont. Dicono che il teatro è una forma di rappresentazione superata. Non lo so, ma non credo, non finché esistono artisti come questo: Il Sergente è più efficace di qualsiasi film e il tutto esaurito che sta registrando ovunque (a Gorizia c'erano moltissimi adolescenti, questo è un bel respiro) deve spingerci a  diffonderne il messaggio di comunicazione diretta. Perché ogni sera, su quelle assi dei palchi che visita, Paolini diventa tutto ciò di cui ci parla, viaggia nel tempo, va avanti e indietro nella storia, consacra il senso di circolarità temporale che in realtà definisce gli spazi della nostra vita, uscendo dal tempo dell'orologio. Compie insomma un miracolo quotidiano.

La rappresentazione ha momenti fenomenali, lo scoprirete da soli (tutte le date sono su www.marcopaolini.it), ma vorrei ricordarne un paio.  Durante la notte il sergente riceve l'ordine di “ripiegare”, un modo gentile per dire “ritirata” – non so perché mi è venuto in mente Shackleton, l'esploratore polare più spettacolare dell'età eroica, che capisce la fine imminente della nave Endurance e dice al suo fidato subalterno Frank Wild di far scendere gli uomini “a terra” (siamo in Antartide...). Marinai che abbandonano la nave, come soldati che abbandonano la trincea: e Shackleton dice queste parole, “gently does it, Frankie”, “fallo con calma, Frankie”. Certo, Mario, fallo con calma: ma poi dove si va? E' notte, qual è la direzione per l'Italia? Da che parte è l'Italia, Sergente? Paolini ha escogitato un modo geniale di rappresentare questo attimo: si abbassa, alza un lenzuolo grande sul palco, infila la testa in un buco e diventa un grande fantasma – no, non è un fantasma brutto e cattivo, è l'altro da sé che sta per reclamare un ruolo importante per le prossime stagioni della vita. Poi dentro-sotto si muove nelle pieghe del tessuto: sta ripiegando, questo è “il ripiegamento”, è la neve bianca che si agita e freme perché i “suoi” soldati se ne vanno; è la mente degli uomini più acuti come Stern che capiscono la reazione del corpo, così provato; è il cuore bianco, perché il sangue gela, le emozioni fuggono come gli animali nel bosco spaventati dai silenzi inquietanti che precedono le catastrofi, la notte gela ancora di più le membra e il progetto di una vita futura: si inizia a morire, perché ripiegare significa sconfitta, non c'è più certezza di potercela fare. E allora rimane il bianco del sogno di tornare a baita, a casa. E' il bianco dell'ignoto che si muove come le onde di un mare, come un antartide: il freddo, il vento, l'ignoto, lo spaesamento. Succede sotto quel lenzuolo, perché ha più senso qui.

Da che parte è l'Italia, sergente? Una domanda che ancora oggi non ha avuto una risposta.

Durante la narrazione del ripiegamento, Marco comincia ad accennare alla separazione del “sé” dal corpo. E questo è il colpo di genio. Dopo la prima notte di marcia in ritirata, il sergente arriva in un'isba e vuole dormire: non riesce, perché il corpo, l'altro da sé, non ne vuole sapere, si rifiuta: l'attore sul palco con semplicità ci lascia assistere a questo dialogo buffo e drammatico tra “i due” sergenti. La separazione tra il corposoldatouomo e il sé, l'animamentecuorespirito, è affrontata in maniera magistrale e assume una presenza sempre più tangibile durante il finale. E' una parte dell'uomo che cerca la via di casa, la casa dentro, la casa calda che c'è “nel ripiegamento”, lì sotto, nel lenzuolo-trincea-steppa; la separazione è però anche un modo per sopravvivere a qualcosa che non ha senso ma è l'anticamera della follia, della morte bianca che ti prende mentre sorridi, dell'abbandonarsi ai margini della strada con migliaia di altri soldati che camminano verso chissà dove, con gli occhi sbarrati, i piedi maciullati, il cuore spezzato.

Stern nell'intervista racconta che al suo ritorno, desiderò vivere in una tana e aveva anche in mente qual era il luogo lì vicino ai suoi boschi dove attuare questo proposito: nessuno, neppure in famiglia, credeva ai racconti dei venti mesi di lager che dovette vivere dopo la ritirata di Russia. La tana, l'altro Mario ha vissuto lì finché questo Mario non è riuscito a mettere tutto nero su bianco. Un dolore immenso e inimmaginabile per lui, ma un gesto di sovrumana forza che oggi e per sempre ci permetterà di RICORDARE e di SAPERE.

Anch'io credo che la guerra sia la cosa più brutta e pericolosa per l'umanità. Non l'ho mai vissuta direttamente, ma nella vita ho potuto guardarla in faccia attraverso gli occhi grandi e le anime ferite e sopravvissute di uomini come Stern, Lussu, Remarque, Levi, Revelli, l'occhio dell'anima di registi come Francesco Rosi, Terence Malick, Coppola, Rossellini, Monicelli, la sensibilità e il genio di artisti come Paolini e Volontè, per citarne solo alcuni. E in tutte le grandi opere e i capolavori esce l'uomo. Nella lotta assurda tra le montagne dell'Adamello, nei gesti d'amore più che di odio tra austriaci e italiani sul confine dimenticato di un fronte secondario, esce l'uomo. Stern non parla mai di nemici, parla di uomini. E i sopravvissuti ai lager nazisti, vibrano di dolore nel ricordo perché anche adesso mentre raccontano non possono accettare che siano stati altri uomini a fare quello che hanno fatto.

Ma  la guerra rimane ancora l'espressione preferita dell'uomo organizzato in branchi, la scorciatoia più amata per ridurre il prossimo all'impotenza, la maniera più chiara per perpetrare genocidi quotidiani, come le migliaia di bambini che muoiono di fame ogni ora, attraverso vere e proprie guerre “bianche” fatte con il potere economico della finanza e il braccio armato degli eserciti. Alcuni anni fa vidi una serata di Emergency dedicata alla tragedia delle mine antiuomo, e mi colpì un dato: durante la Grande Guerra, l'80% dei morti erano soldati, oggi l'80% dei morti sono civili. E' evidente come sia il mondo delle armi, il mondo dei militari quello che ha fatto di tutto per rendere la guerra un affare dove i rischi, per i militari, sono ridotti al minimo – a qualsiasi costo, come sta dimostrando l'amministrazione Bush e la sua coalizione, che ha già speso una quantità di denaro che avrebbe, in due anni, risolto i problemi della fame nel mondo. E' acqua calda? Non importa, forse, non ci siamo ancora scottati abbastanza.

Nel finale della conversazione tra Paolini e Rigoni, lo scrittore, con quei suoi occhi pieni di malinconia ma capaci di sprigionare l'urlo di una forza primordiale che ti cattura e ti toglie il fiato, dice:  “Io domando tante volte alla gente: avete mai assistito ad un'alba sulle montagne? Salire la montagna quando è ancora buio e aspettare il sorgere del sole. E' uno spettacolo che nessun altro mezzo creato dall'uomo vi può dare. A un certo momento, prima che il sole esca dall'orizzonte, c'è un fremito. Non è l'aria che si è mossa, è un qualche cosa che fa fremere l'erba, che fa fremere le fronde se ci sono alberi intorno, ed è un brivido che percorre anche la tua pelle. E per conto mio è proprio il brivido della creazione che il sole ci porta ogni mattina”.

Posso domandarlo anch'io? Perché non ascoltiamo “il fremito della creazione”, invece che cercarne la negazione nell'odio e nella guerra tra uomini e uomini, uomini e animali, uomini e boschi, uomini e rocce, uomini e distese piene di sogni e fantasie irraggiungibili e bellissime dove scorre il più profondo senso del vivere e morire, del ciclo rotondo della terra? Andate a vedere Il Sergente, leggeteli i libri di Stern. Lì, quel fremito, non manca mai. Lì, ha più senso.

 

Valle Borlezza (Bergamo), 1 febbraio 2005
© febbraio 2005 intraisass

Davide Sapienza

Immagine di apertura: elaborazione di una foto di Davide Sapienza
Immagine di chiusura: Laghetto Miller (parco dell'Adamello), foto di Davide sapienza
Davide Sapienza: www.davidesapienza.net + http://www.intraisass.it/rec47.htm

Marco Paolini su RAI TRE da giovedì 11 febbraio con GLI ALBUM

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