 | Venerdì
1 settembre. Montecchio Maggiore, redazione di Intra i sass.
Giovedì 31 agosto.
Aeroporto Marco Polo di Venezia. Alle ore
13.50 tocchiamo puntualmente la pista dell’aeroporto veneziano
intitolato al grandissimo viaggiatore nostro conterraneo che visitò
secoli or sono le stesse terre da cui noi oggi torniamo. E' una
strana sensazione ritornare a casa per ogni viaggiatore che abbia
veramente vissuto una realtà straniera da quella in cui lui
abitualmente vive, e non preconfezionata nei muri della propria
cultura da un'agenzia di viaggio, come a volte succede. L'ultima
settimana vissuta a stretto contatto con l'Islam e con la caotica
realtà sociale ed ambientale delle città pakistane ci ha
profondamente segnato. Il sorvolare i lussureggianti boschi e le
pianure coltivate della Germania centrale e della Pianura Padana non
può non creare un senso di desiderato disagio nei nostri occhi.
L'apparire della laguna veneta e delle ordinate architetture della
città di Venezia è infatti come una liberazione dalle molte
incognite del viaggio di ritorno, la consapevolezza di essere
arrivati finalmente a casa. Sappiamo che tra pochi minuti
abbracceremo i nostri cari e un certo subbuglio interiore ci
accompagna nell'intervallo di tempo in cui siamo impegnati nel
ritirare i bagagli; e nonostante questi ultimi ci creino qualche
problema (mancano tre fusti e due sacche, che fortunatamente ci
verranno consegnate il giorno dopo) la nostra attenzione è tutta
rivolta verso le porte che ci separano dall’uscita. Dopo un'ora
di trambusto varchiamo la soglia d'uscita e di là è grande
festa. Subito un suono di fisarmonica invade l'aria accompagnata
da voci per lo più femminili che intonano una canzone a noi ben
nota. Cartelloni con scritte cubitali d'accoglienza rubano il
nostro sguardo dai volti amici che ci guardano. Siamo frastornati e
quasi non sappiamo dove andare perché un fitto cerchio di persone
ci impedisce la vista e la fuga verso i nostri cari. Ma è solo una
attimo di festosa esitazione. Poi ognuno ad abbracciare la propria
moglie, i figli, i genitori e chiunque altro gli capiti davanti.
Momenti di commozione. Alcuni di noi sono vestiti da pakistani
rendendo un enigma ai presenti il proprio riconoscimento. Pure la
televisione ci attende ed intervista il nostro capospedizione. Si
sale quindi tutti in corriera e alla prima stazione di sosta in
autostrada ci fermiamo per festeggiare con dell'ottimo vino,
sopressa, formaggio, pane biscotto e dolci casalinghi. Rincasiamo.
La spedizione è dunque felicemente conclusa e con questo ultimo
messaggio vi invito a non perdere il contatto con le pagine della
nostra spedizione per eventuali approfondimenti e con le pagine di
Intra i sass (rivista di cui sono ideatore e curatore) per leggere
di altre spedizioni e di avventure di alpinismo.
Un caloroso arrivederci.
Alberto Peruffo
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 | Mercoledì
30 agosto. Peshawar, Pakistan.
Finalmente riuniti.
I due gruppi della spedizione si sono
finalmente riuniti ieri, martedì 29 agosto, a Peshawar, città tra
le più importanti del Pakistan. Il viaggio per arrivare a Peshawar
è stato avventuroso, faticoso e molto lungo per entrambi i gruppi.
Quindi poche e stringate notizie per il momento. Innanzitutto, più
o meno, stiamo tutti bene. Il trekking è andato a meraviglia, anche
se si è rivelato più impegnativo del previsto. Sette giorni di
cammino attraverso splendide montagne e valicando passi d'alta quota
di cui uno mai percorso prima d'ora. Nella sua relazione di ieri
sera, Luciano Chilese, ha proposto di battezzare l'itinerario
escursionistico d'alta montagna appena percorso con il nome di
"Trekking dei 6000": tutti i componenti del gruppo
raccontano infatti di splendidi scenari sui numerosi 6000 della
zona, nonché su quelli saliti dalla nostra spedizione che
apparivano nitidi e imponenti in lontananza.
Il gruppo partito dal Campo Base sabato 26 agosto, ha raggiunto in
una giornata di duro cammino (20 chilometri per 1000 metri di
dislivello) il villaggio di Gothulti, quindi è ripartito il mattino
seguente alla volta di Gilgit (sette ore di jeep). Qui ha salutato
gran parte dello staff pakistano. E' stato uno dei momenti
straordinari della spedizione: il rapporto d'amicizia e di profondo
rispetto instaurato con i portatori d'alta quota pakistani ha fatto
commuovere più di qualcuno (Nizar Alì, il nostro portatore più
forte e instancabile, 45 anni e padre di sette figli, piangeva di
nascosto). Lunedì con 13 ore di pullman, lungo la terribile e
franosa KKH fino a Besham, arriviamo a Mingaora, la capitale dello
Swat, regione molto ricca del Pakistan. Mingaora è rinomata per
essere stata uno dei centri più antichi del Buddismo, di cui ormai
non resta che qualche rara traccia. Il mattino successivo visitiamo
lo Stupa di Shingerdar e i resti della famosa città monastero di
Takht.i.Bahi. A mezzogiorno siamo a Peshawar dove felicemente
riabbracciamo gli amici di cui non avevamo notizie da una settimana.
Essendo un po' tutti impegnati a girovagare per il più grande bazar
dell'antico oriente, vi rimando per notizie più dettagliate ai
prossimi giorni. Nel frattempo un grosso saluto a nome di tutti
ricordandovi che domani rientreremo in Italia (a Venezia, ore 14.
Amici e familiari, se portate vino, pane biscotto e sopressa
nostrani... sarà cosa gradita).
Un caro saluto.
Alberto Peruffo
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 | Venerdi
25 agosto. Campo Base, lago Atar,
quota 3850
Tel. 00873/761315919 ore 15-19 ora italiana.
Un primo bilancio della Spedizione Chiantar 2000 di Franco
Brunello
Ultimo giorno al campo. Tiriamo le somme di questa azzeccata e
fortunata spedizione. Indovinata la località prescelta, ottima
l'organizzazione logistica, difficili e appaganti le mete
prefissate. Abbiamo salito le tre massime vette della vallata e
molte altre ancora, realizzando difficili itinerari sia su ghiaccio
che su roccia. Già i mezzi di informazione hanno dato ampio spazio
alla nostra attività, ed altro ancora lo aspettiamo quando
divulgheremo l'eccezionale massa di informazioni ed immagini
raccolte. Abbiamo esplorato 5 diversi bacini glaciali: spazi immensi
occupati dai ghiacci, un'orgia di cime, di pareti rocciose, di
pilastri, di canaloni e seracchi. Una infinità di problemi
alpinistici di elevato livello. Abbiamo percorso per 8 giorni
itinerari nuovi e sconosciuti del massimo interesse. Il vento scuote
la tenda mentre scrivo e porta gocce di pioggia. Il tempo coperto e
freddo accentua la malinconia del momento e l'inquietudine che
trasmette questa piana ai margini del grande lago. In un passato non
lontano le forze della natura qui si diedero battaglia. Frane di
sassi e di ghiaccio, neve e valanghe, e inondazioni del lago
arrestarono le schiere di salici e di betulle che salivano a
colonizzare la valle. Tronchi divelti e dilaniati, sassi e macigni,
ceppaie martoriate di ginepro sono sparsi ovunque. Piccole mucche
dal pelame arruffato dal vento, minuscole capre spigolano qua e là
un filo d'erba. Due pastorelli osservano da lontano il nostro campo.
Anwar, il rappresentante dell'agenzia che ha organizzato in modo
perfetto il nostro soggiorno, mi illustra i suoi progetti: "Qui
il prossimo anno costruiremo un loodge, già abbiamo deviato il
torrente per portare l'acqua e ricavare degli orti per la verdura.
Alcune rocce impediscono il passaggio lungo il lago, ma installeremo
delle corde fisse e pioli in ferro. Nel lago semineremo anche
avannotti di trota, per poter pescare. Se poi mi date i vostri nomi,
farò incidere una targa, a ricordo del vostro passaggio."
Nessuna di queste iniziative mi entusiasma, ma sono consapevole che
questa località è destinata a cambiare rapidamente, e in peggio.
Qualche cosa è già cambiato da quando, un mese fa, siamo arrivati
accolti dai bambini dei villaggi. Ora parte del gruppo è partita
per compiere un lungo trekking, mentre gli alpinisti sono rimasti.
Emblematica questa separazione fra due diverse realtà, fra due modi
di vivere la montagna e di concepire l'attività alpinistica. Non
metterò più insieme, in una spedizione alpinistica, due mondi
ormai troppo diversi fra di loro. Non voglio più vedere dei buoni
alpinisti spaesati di fronte a problemi troppo grossi e d'altronde
incapaci di attuare senza il mio aiuto delle iniziative alla loro
portata. D'altronde era più importante dedicare tempo ed energie
alla soluzione dei problemi maggiori. E quando mi sono trovato
all'ultimo campo sotto il Garmush con due compagni meno allenati di
me, ho preferito salire da solo che rischiare, legandomi con loro,
di fallire la vetta. Così ha fatto Tarcisio quando ha notato che i
due compagni con i quali già aveva percorso gran parte della via
erano più lenti di lui. L'importanza della via, il risultato di
prestigio da conseguire, le esigenze degli sponsor sono motivi più
che sufficienti a giustificare qualche piccolo strappo all'etica
alpinistica. Qualsiasi meta importante richiede un supporto
logistico e tecnico consistente, ma raramente chi è teso al
risultato è disposto a riconoscerne l'importanza ed ha occhi per
cogliere aspirazioni ed aspettative di chi fornisce tale supporto.
Ad oltre settemila metri, sul Dhaulagiri, avevo trovato e recuperato
la tendina d'alta quota di Chantal Mauduit, la famosa alpinista
francese che vi aveva trovato la morte. Questa tenda aveva per me un
elevato valore affettivo e costituiva un importante cimelio storico.
E' stata portata in alta quota, utilizzata e abbandonata quando non
è più servita*. C'erano altre cime alle quali dedicarsi. Sulla
tendina, a grandi lettere, c'era scritto: " Datemi un alito di
vita ed io andrò, ospite delle altezze". Forse era destino che
quella tenda restasse per sempre ospite delle altezze, ma con essa
resta anche qualche cosa di me.
* La tendina di Chantal Mauduit ha avuto purtroppo una
vicenda complessa e sofferta. Lasciata al colle per tentare la
cresta integrale del Shashalay (affascinante
problema alpinistico di cui si conoscono solo le due vie di salita
od eventuale discesa, quelle della Cima Nicolajewcka e dell'Italia
Peak, collegate da una cresta lunga più di 3 chilometri) o per
permettere agli alpinisti della spedizione di provare il fascino di
un pernottamento alle alte quote in ambiente splendido e selvaggio,
man mano che i giorni passavano, per un motivo o per un altro
(spesso il brutto tempo ha bloccato ogni iniziativa per la
difficoltà e la pericolosità del canalone che porta al colle)
nessuno è più risalito fino alla tenda. L'ultimo giorno utile
della spedizione - mercoledì 23 agosto, mentre Brunello
Peruffo e Romio erano impegnati nell'ultima importantissima
esplorazione - un estremo tentativo è stato compiuto da Mirco
Scarso con due compagni, i quali - forse anche spaventati da una
fresca slavina caduta da poco nel centro del canalone - non se la
sono sentita di affrontare l'impegnativa salita. Mirco saggiamente
non ha proseguito da solo, conoscendo ciò che gli aspettava in
discesa (sono necessarie delle doppie su ghiaccio ripido e bisogna
avere almeno un compagno per trasportare con sicurezza il
materiale). Come dice Franco, era probabile destino che la tendina
restasse ospite solitario delle altezze, ma forse non per sempre, perché
siamo sicuri che altri alpinisti torneranno in questo bellissimo
luogo dove ammireranno stupiti il raro e grazioso cimelio -
ora ornamento - che Chantal ci ha lasciato (n.d.r.).
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 | Venerdi
25 agosto. Campo Base, lago Atar, quota 3850
Tel. 00873/761315919 ore 15-19 ora italiana.
Lettera a tre amici di Mirco Scarso
Dal momento che sono giunto in Pakistan, ho sognato continuamente
una salita in grande stile di noi quattro. Avevamo già assaporato
ai Pizzi Palù una gran bella ascesa, contornata da un tempo
splendido e da una preparazione fisica e tecnica di noi quattro
formidabile. Nel frattempo io e Alberto, aspettando voi due,
iniziavamo l'acclimatazione, salendo due bellissime vette vergini.
Continuavo comunque a pensare ad una via tutta nostra, da assaporare
nuovamente assieme. Dal momento in cui, Enrico e Michele, siete
arrivati al Campo Base, abbiamo ricostruito un quartetto compatto e
affiatato. Di nuovo insieme siamo partiti per continuare e
completare l'acclimatazione; Enrico e Michele raggiungendo una bella
vetta (Cima della Mamma) attraverso una bellissima via di ghiaccio,
ed io e Alberto tentando di raggiungere la sella del Garmush
innominato per osservare la via di salita. Noi siamo stati respinti
da una bufera di neve, voi siete arrivati al Campo Base raggianti.
Finalmente dopo un po' di giorni di riposo siamo ripartiti tutti e
quattro assieme caricati al massimo e pronti a raggiungere qualsiasi
obiettivo. Arrivati al Campo B1 ci siamo sistemati bene, complice
pure il bel tempo. Tutto era secondo programma. Alle 2 ci siamo
svegliati, alle 3 eravamo pronti per la partenza, e anche se non
eravamo tutti d'accordo nella maniera di progredire in cordata siamo
partiti determinati (l'amicizia fa superare certe divergenze).
Così, giunti sulla cresta della nostra montagna, ci siamo guardati
in faccia, eravamo contenti, anche se la fatica si faceva sentire.
Durante la salita siamo sempre stati in sintonia, forse abbagliati
dalla bellezza che si presentava davanti a noi. Alla fine della
salita, quando la vetta si è presentata davanti a noi siamo
scoppiati in lacrime dalla commozione, ma io mi sono soprattutto
commosso per aver raggiunto questa cima, Renato Casarotto Kor,
assieme a voi. Era il mio sogno. Grazie.
Perché Cima Nicolajewcka? di Mirco Scarso
I miei ricordi legati a questo nome di una sperduta località russa,
risalgono al periodo in cui frequentavo le scuole medie. In seconda
classe il nostro libro di lettura antologica era intitolato "Il
sergente nella neve" di Mario Rigoni Stern. Già all'acquisto
del libro ne fui incuriosito, lo aprii e per prima cosa osservai le
foto. Me ne rimase impressa soprattutto una: raffigurava una colonna
immensa di soldati, parevano abbandonati a se stessi. Durante quei
due ultimi anni delle medie lo lessi e lo rilessi; mi colpii in modo
particolare una frase detta probabilmente in dialetto bresciano:
- Sergent magiù, ghe turnarem a baìta? -
- Sì, Giuanin ghe turnarem a baìta. -
Purtroppo Giuanin morirà a Nicolajewcka. Mi posi delle domande a
cui, solo più tardi negli anni, leggendo molti altri libri su
questo argomento, riuscii a dare delle risposte. Qual'erano le
risposte? Non dovevano esserci più guerre, troppi morti, troppa
disperazione e soprattutto il bisogno di rimanere ognuno nella
propria casa, nella propria terra, in pace con tutti. Al ritorno dal
servizio militare svolto nel corpo degli Alpini, mi sono sentito
ancora più legato a questa vicenda. Approfondendo la conoscenza su
questi fatti d'armi e leggendo i vari libri di Giulio Bedeschi, mi
sono reso conto che da Alpino ed alpinista dovevo rendere omaggio a
tutte le persone cadute in guerra, fossero esse civili o militari,
senza distinzione di parte. Questo omaggio per me era racchiuso
solamente in una parola: NICOLAJEWCKA, l'emblema massimo del
sacrificio di molti Alpini per assicurare agli altri la strada verso
casa.
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 | Giovedi
24 agosto. Campo Base, lago Atar, quota 3850
Tel. 00873/761315919 ore 15-19 ora italiana.
Aggiornamento 20-24 agosto.
Domenica 20 agosto.
Volge alla fine oramai l'attività alpinistica e in questi ultimi
giorni di permanenza nella valle di Mahthantir ci stiamo dando da
fare per completare l'esplorazione delle valli laterali che in essa
confluiscono. Domenica un gruppo formato da Franco Brunello, Alberto
Peruffo, Mirco Scarso e Michele Romio si sono addentrati nella valle
a est del Shashalay, la Ishkarkbat Sha. Saliti lungo una ripida
balza granitica seguendo una traccia di pastori, stupefacente è
stato l'incontro con alcuni esemplari di ginepro gigante. Stimare la
loro età non è cosa facile, ma possiamo azzardare che il più
vecchio di questi contorti e affascinanti monumenti della natura sia
millenario. Durante la salita di tale imprevisto sentiero ci ha
raggiunto colui che a noi si è presentato come il proprietario:
signor Zyrat Murad. In un primo momento il comportamento del signor
Zyrat ci è parso un po' strano, chiedendoci una tariffa di 100
rupie (...3900 lire) per percorrere il sentiero. Inoltre insisteva
per accompagnarci. Noi non abbiamo fatto alcuna obiezione e così ce
lo siamo trovato davanti ai nostri passi fino al margine del grande
ghiacciaio che chiude la valle. Dobbiamo confessare che il
protagonista della giornata è stato proprio il signor Zyrat.
Innanzitutto il suo passo in salita tradiva assolutamente la sua
età: 65 anni. Ci ha quasi tirato il collo a tutti quanti. Altra
curiosità è che egli, nel mentre camminava aprendoci la strada,
faceva una manutenzione impeccabile del "suo" sentiero,
spostando ora di qua ora di là ogni sasso che ostruiva la via.
Arrivati sul ghiacciaio Zyrat Murad si è seduto sul limite della
morena; nel frattempo un'inopportuna nevicata disturbava la nostra
esplorazione. Al ritorno il signor Zyrat era ancora lì ad
attenderci e prontissimo a stringerci la mano perché avevamo
camminato sul ghiacciaio. In discesa, con le sue scarpe bianche,
lacere e consunte, ci ha guidato meglio di un capriolo attraverso le
infinite distese di sassi che costituiscono le morene. In un tratto
di scaglie nere di mica pareva danzare senza muovere neppure una
lama dell'infida roccia: straordinario ed elegantissimo, tanto che
lo abbiamo definito l'uomo-sentiero. Alla fine la giornata si è
conclusa nel suo villaggio dove le numerose mogli di Zyrat
attorniate da una moltitudine di bambini ci hanno offerto yougurt
fresco, milk-tea e ciapati.
Martedì 22 e mercoledì 23 agosto.
Dopo la valle di Ishkarkbat ci restava la valle che nasce
direttamente a nord del villaggio di Mahthantir. La Sot Suj Gah
("valle dritta") è la più distante dal Campo Base
(bisogna infatti ridiscendere al villaggio per 6 chilometri perdendo
lentamente 500 metri di dislivello) e sapevamo essere anche
probabilmente la più profonda. Non potevamo tuttavia lasciare il
Pakistan senza fare almeno una visita a detta valle: solo in questo
modo potevamo considerare completa l'esplorazione della zona di
Mahthantir e chiudere in bellezza la nostra spedizione. Martedì
mattina un gruppo costituito da Franco Brunello, Alberto Peruffo,
Michele Romio e i due portatori d'alta quota Nizar e Sahid lascia
quindi il Campo Base con l'intenzione di piantare un campo avanzato
nel punto più alto raggiungibile della valle e procedere
all'esplorazione il giorno seguente. La pioggia ci accompagna per
metà del nostro lento e faticoso cammino, lungo pietraie noiose e a
volte impraticabili. Spesso ci guardiamo in faccia, ormai stanchi e
provati dopo un mese di intense avventure e infinite camminate, in
cerca di un reciproco incitamento per raggiungere la testata della
valle che sembra mai arrivare. Anche i nostri infaticabili portatori
sono stanchi. Ogni tanto compaiono rare tracce di animali da pascolo
che ci fanno presagire dei pascoli d'alta quota. Un torrente
impetuoso (dove Michele scivolerà dentro al ritorno!) e di cui non
riusciamo trovare guado ci costringe sempre più verso la sinistra
della valle. Finalmente, dopo ore di tribolazione, scavalchiamo il
primo marcato limite di un antichissimo e morenico bacino glaciale
dove sgorga il torrente e ci compare una splendida e inaspettata
radura. L'impetuoso torrente si trasforma in placido e tranquillo
ruscello e vacche al pascolo ci introducono in un mondo
completamente diverso da quello appena lasciato alle spalle. Pure la
pioggia ci dà tregua e in breve tempo troviamo il posto adatto per
piantare il Campo C. Il giorno successivo ci svegliamo all'alba,
luminosa e senza nubi, e partiamo decisi in direzione delle alte
montagne che delimitano la valle. Camminiamo lungo una regolarissima
e simmetrica morena, veramente perfetta e che agevola di molto la
nostra progressione. Man mano che avanziamo lo stupore che ci
accompagna diventa sempre più grande: siamo le prime persone che
entrano in questi luoghi con occhio esplorativo e alpinistico.
Dinnanzi a noi si aprono scenari di picchi innevati ancora da
scalare, alti tra i 5800 metri e i 6200 metri, pareti di granito e
di ghiaccio dove si potrà praticare un alpinismo di alto livello
tecnico e di grande soddisfazione esplorativa. Tocchiamo la testata
della valle e girando a sinistra ci alziamo su un ripido pendio
sassoso in cerca di un posizione appropriata per fare rivelamenti
orografici e fotografici, nonché per contemplare le bellezze che la
natura ci offre in quest'angolo sconosciuto tra le montagne. Franco,
nostro capospedizione, con la sua barba tutta bianca, la matita,
carta e bussola, sembra un esploratore d'altri tempi, tutto intento
nel riprendere puntigliosamente l'azimut delle montagne. E in
realtà in questi momenti stiamo vivendo ciò che vissero gli
esploratori delle nostre Alpi due secoli fa, un'esperienza davvero
straordinaria e che vale quanto la salita di una vetta bellissima e
vergine. La contemplazione di luoghi selvaggi e incontaminati è una
grande espressione di libertà, una libertà interiore che poi per
molti di noi si trasformerà anche in una libertà esteriore che
mediante l'azione ci porterà a muoverci secondo le nostre capacità
nei luoghi desiderati dalla contemplazione. E ciò che stiamo
contemplando è sicuramente grande e colmo di possibilità. Questo
enorme bacino glaciale che abbiamo ai nostri piedi è la confluenza
di due grandi ghiacciai che si incontrano a Y nella morena che
abbiamo faticosamente risalito e potrebbe esso solo essere la meta
per una futura spedizione. Già abbiamo rilevato l'ubicazione di un
possibile Campo Base e dei campi avanzati con i relativi obiettivi
alpinistici. Da notare infine che con quest'ultima esplorazione
abbinata con l'attività alpinistica svolta in questo mese più
quella di tre anni fa a Karambar siamo ora in grado di avere una
documentazione orografica e fotografica delle montagne di Mahthantir
da tutti e quattro i punti cardinali. Un ottimo presupposto per
gettare le basi di una carta e di uno studio orografico dettagliato
della zona.
Giovedì 24 agosto.
Rientrati tutti al Campo Base, da oggi si considera chiusa
l'attività alpinistica della spedizione e si iniziano le operazioni
di pulizia del campo, in previsione della partenza fissata per il
giorno 26 agosto. La spedizione è quindi dal punto di vista
alpinistico terminata, ma restate ancora collegati con noi: nei
prossimi messaggi cercheremo di tirare un consuntivo o perlomeno di
allietare la vostra lettura ancora con curiosità, lettere, fatti e
misfatti della vita di campo e notizie fresche dal trekking del
secondo gruppo.
Un cordiale saluto dal Pakistan.
Alberto Peruffo
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 | Domenica 20 agosto. Campo
Base, lago Atar, quota 3850
Tel. 00873/761315919 ore 15-19 ora italiana.
Aggiornamento 17/18/19 agosto.
Giovedì 17 agosto.
Raggiunti i 6244 metri della Renato Casarotto Kor il 16 agosto,
il giorno successivo tentano l'ascensione Franco Brunello, Giuseppe
Zini e Giuseppe Carlotto. Alle tre di notte il tempo non è dei
migliori, ma verso le cinque una schiarita permette ai tre di
lasciare le tende del Campo B1. Salito il Canalone Montecchio fino
alla sella di cresta, i nostri procedono come due cordate
indipendenti: Franco da solo e gli altri due assieme. Seguendo le
tracce del giorno precedente che si tengono per quanto possibile sul
filo sinistro di cresta e rimontano ripidi pendii di neve con
pendenze fino a 65°, Franco riesce a raggiungere l'anticima mentre
i compagni si attardano un po' sulla lunga, faticosa quanto sinuosa
cresta. L'anticima presenta una forte impennata che porta sotto ad
un caratteristico cappuccio stratificato di neve e ghiaccio da
aggirare prudentemente sulla sinistra. In questo punto purtroppo si
ferma il tentativo dei nostri amici Zini e Carlotto, già affaticati
e provati da una salita precedente forse troppo prossima a quella in
atto. Franco invece, guadagnato l'anticima, prosegue costante e
determinato attraverso il breve corridoio seraccato che introduce
alla cresta sommitale. Complimenti quindi a Franco, nostro
capospedizione, che alle 11.20 calpesta l'esposta cornice di vetta.
Un curioso ricordo del giorno prima. Quando noi arrivammo in cima,
dopo aver chiamato alla radio tutti gli amici del Campo Base e
ringraziando chi aveva duramente lavorato per l'allestimento dei
campi alti, Gino Broca - su invito di Mirco - ci cantò una
bellissima canzone di montagna: la radio funzionava a meraviglia e
vi lascio immaginare le emozioni da noi provate di fronte a un
panorama straordinario accompagnato da una voce sincera e profonda.
Venerdì 18 agosto
La mattina è piovosa, nondimeno alle 5.30 la vita al Campo Base
è già cominciata poiché per la giornata in questione è prevista
la partenza del trekking. In cinque giorni un gruppo di 12 persone
attraverserà quattro passi sempre sopra i 4000 metri di quota.
Fortunatamente verso le sette la pioggia cessa, permettendo ai
partecipanti del trekking e ai portatori di prepararsi per la
partenza imminente. Alle 9.15 salutiamo i compagni che si mettono in
cammino sotto un cielo coperto e carico di acqua. Un lungo corteo di
portatori partirà poco dopo portandosi dietro per errore - ahimé -
quasi tutti i viveri di noi che restiamo (otto persone). Ci rifaremo
comunque con le scorte dello staff pakistano. Nel frattempo giungono
buone notizie dal Campo B1: Zini e Carlotto dopo una notte passata
sotto una bufera di neve riescono a smantellare il campo e scendere
al Campo B dove ad attenderli ci sono Franco Brunello e Gianni
Milan. Alla sera tutti rientrano al Campo Base.
Sabato 19 agosto.
Il tempo si è ristabilito e pare promettere bene. Alle 7.50 io
e Michele Romio partiamo per finire il progetto di itinerario di
roccia cominciato con Enrico Peruffo il giorno prima di partire per
la cima che chiameremo Renato Casarotto Kor. Avevamo salito la prima
parte di una guglia di ottimo granito con due tiri veramente
bellissimi, molto tecnici e difficili (VI+ , VII). Il resto sembrava
più facile e pensavamo di sbrigarcela in breve tempo. Tutt'altro.
Come molti sanno il granito è spesso ingannevole e non sempre dove
da distante si pensa di passare, poi si passa, specie se ci si
protegge con chiodi normali e non si hanno spit nello zaino. Dopo
molte peripezie e alcuni punti in cui ero sul procinto di tornare
indietro perché non vedevo vie d'uscita (risolti con dei traversi e
un pendolo da cui difficilmente probabilmente si può ritornare), nel tardo pomeriggio io e Michele tocchiamo la vetta di
questa guglia che per molti aspetti assomiglia al Grand Capucin del
Monte Bianco (almeno così lo ha definito Angelo Rusconi di Milano,
il primo alpinista ad osservare la guglia). Battezziamo la guglia
Juniperus Tower (Torre del ginepro) ispirati dal cespuglio di
ginepro pensile abbarbicato nella seconda lunghezza di corda.
L'attacco della via è a 4200 metri, mentre la quota della cima è
4540 metri. L'itinerario ha uno sviluppo di circa 450 metri con
difficoltà tecniche che toccano il VII+ con cinque metri di A0 (L1:
VI+, 30 m.; L2: VII, 25 m.; L3: VI-, 40 m.; L4: VII+, 35 m.; L5: VI+,
40 m.; L6: VII e A0, 40 m.; L7: II, III e IV+ , 240 m.) e l'abbiamo
chiamata Pakistan High Porters, per sottolineare le notevoli doti di
arrampicatori dei nostri portatori d'alta quota che sui massi del
Campo Base sono riusciti a superare difficoltà d'arrampicata
dell'ordine del 6b+/6c francese a piedi nudi (vedrete le
diapositive), difficoltà tecnica d'arrampicata che in contesto
alpinistico si incontrano anche sulla nostra via. In conclusione
quindi una bella e difficile via sempre su ottimo granito di grosso
spessore tecnico e a garanzia di ciò ci sono i complimenti dei miei
compagni (compagno nella salita finale) che nel salire da secondi
sono rimasti increduli che si potesse salire difficoltà del genere
da primo, su terreno sconosciuto, chiodando e a una quota piuttosto
elevata. Le incognite inoltre non riguardavano solo la salita, ma
anche la discesa: con tre corde doppie da 60 metri sul versante sud
e arrampicando su terreno facile alla fine abbiamo rimesso i piedi
per terra.
Per ora è tutto, tanti saluti dal Pakistan.
Alberto Peruffo
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 | Sabato 19 agosto. Campo
Base, lago Atar, quota 3850
Tel. 00873/761315919 ore 15-19 ora italiana.
Considerazioni generali e aspetti linguistici-toponomastici di
Chiantar 2000 di Luciano Chilese
La valle in cui siamo entra in profondità nel cuore dell'Hindu
Raj, un grande sistema montuoso con una sua fisionomia ben
caratterizzata. Delimitato a nordovest dal fiume Yarkhun che lo
separa dall'Hindu Kush e a nordest dal fiume Karambar che lo
distingue dal grande gruppo del Batura, l'Hindu Raj con i suoi
numerosi 6.000, con grandissimi ghiacciai come quello del Chiantar,
comincia solo da qualche anno a essere conosciuto. Le valli si
inseriscono nette e profonde da est e risalgono fino ai passi alti (Atar
Pass, 4700 metri - Panji Pass 4587 metri - Ghamubar Pass 4432 metri
- Thui Pass 4499 metri). Una di queste è la nostra, Mathantir,
"la valle molto lontana". Salendo a piedi da Gothulti,
l'ultimo villaggio dove arrivano le jeep, si raggiunge la lunga e
verde piana di Handis da cui inizia la valle di Mathantir vera e
propria, con un sentiero ombreggiato da pini, thuie e betulle lungo
il torrente omonimo. Si sosta attingendo a sorgenti d'acqua fredda e
limpidissima. La prima tappa è sul pianoro erboso del villaggio di
Mathantir (Matànter in lingua Shinà). Sempre all'ombra di grandi
pini e alte betulle si attraversano villaggi estivi dove dimorano
gruppi di famiglie salite con gli animali ai pascoli alti. Le dimore
sono simili a tutta l'alta montagna pakistana occidentale:
l'abitazione principale costruita da una basso muretto a secco, da
cui partono a cono molto acuto fasci di fusti di salice e betulla,
come supporto, e rami di betulla e ginepro a chiudere le fessure.
Una porticina di legno non più alta di un metro e dieci centimetri
introduce all'interno, diviso in due parti: di solito a destra
quella adibita alla notte, con coperte, tappeti, cuscini, e quella a
sinistra con il fuoco sempre acceso al centro, destinata al lavoro;
entrambe le parti comunicano con un piccolo vano con funzione di
deposito e dispensa. Accanto all'abitazione principale tre o quattro
piccoli recinti, sempre a forma di cono, costruiti con tronchi di
legno grezzo, vengono utilizzati per la separazione degli animali,
solitamente agnellini e capretti, montoni e becchi. All'esterno
focolari per i grandi recipienti entro i quali bolle il caglio misto
di pecora, capra e vacca, da cui ricavano un formaggio piuttosto
acido molto apprezzato dai locali. Il formaggio scenderà a valle
quando si tornerà alle dimore estive. Il 20 settembre uomini ed
animali le lasceranno in lunghe file ordinate, attraverseranno i
piccoli ponti su torrenti spumeggianti e rapidi. Per ultimi gli yaks
saranno fatti scendere dai monti più alti dove avevano pascolato
liberi per tutta l'estate. Ad Handis la prima sosta fino al 20
ottobre. Ma ormai i freddi incalzano e gli armenti scenderanno a
Mominabad, i piccoli in recinti riparati, gli adulti sulle colline
circostanti. Abbiamo raccolto queste informazioni dalla gente del
posto, dai villaggi estivi di Bar (la costa piena di fiori), Ishkark
Bat (le gialle lastre di pietra), di Doke (le case sopra una piccola
altura). Ci hanno indicato anche i nomi di molte aree attorno a noi.
Innanzitutto Atar, "l'area piena di cespugli"; Sha Sha
Lay, "le erbe verdi"; Chokyi Gah, "il lungo
torrente"; Sha, "l'area del ghiacciaio"; Lolì Dar,
"le pietre rosse"; Shahìn Pangì, "gli ometti di
Shahìn", il cacciatore che in un'altissima valletta andava a
caccia di ibex e di pernici e ha voluto lasciare un segno del suo
passaggio (come gli alpinisti odierni che innalzano ometti sulle
vette appena salite). Questi nomi sono l'eredità di due lingue
tuttora vive: la prima il Burushalshki, del popolo Burusha, una
delle lingue più antiche diffusa in tutte le valli alte attorno a
Gilgit fino a Baltit (Karimabad) e Altit; la seconda lo Shinà, del
popolo Shin. Quest'ultimo, proveniente dal Kohistan, dal Darel e dal
Tangir, spinse i Burusha nella contigua valle di Jasin, dove tuttora
domina il Burushalshki. Nella nostra valle, oggi a parlata Shinà
(ultimi arrivati), alcuni nomi di luogo conservano ancora l'antico
sostrato Burushalshki. La fortuna di avere in Amin Sha (Burusha) e
in Memoon Sha (Shinà) due ottimi interpreti ci ha permesso di
addentrarci in un mondo così lontano e per certi aspetti così
vicino alle nostre categorie mentali. Per chi di noi è nato negli
anni '30-'40 ci sono stati momenti di autentica commozione, perché
gli aspetti di vita quotidiana qui consueti ci hanno riportato alla
nostra fanciullezza di piccoli contadini delle amate terre venete.
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 | Giovedi 17 agosto. Campo
Base, lago Atar, quota 3850
Tel. 00873/761315919 ore 15-19 ora italiana.
Mercoledì 16 agosto.
Partiti martedì 15 agosto dal Campo Base per raggiungere
direttamente il Campo B1 a quota 5300 metri, mercoledì alle 3 di
notte - Mirco, Enrico, Michele ed io - cominciamo la salita
del canalone che porta sulla cresta del secondo Garmush, cima
vergine e innominata, rilievo di primaria importanza orografica e
punto di riferimento di tutte le mappe geografiche esistenti della
zona per la sua bellezza e singolarità. In poco meno di due ore
riusciamo a guadagnare la sella a 5700 metri, dove si erano fermati
i tentativi dei nostri amici. La notte sta per lasciare spazio alla
luce dell'aurora. Sotto di noi riusciamo a intuire le grandi piste
ghiacciate del ghiacciaio di Chiantar, mentre sulla sinistra il
nostro sguardo indugia preoccupato sulle prime ripide balze della
lunga cresta che porta alla cima. Le incognite sono molte, specie
dopo le ricognizioni precedenti. Iniziamo quindi subito l'ascensione
della cresta legati ad un'unica corda. Dalle vette scalate
precedentemente avevamo osservato che le più alte probabilità di
successo dovevano trovarsi sul filo sinistra di cresta. Infatti,
lambendo alti seracchi e sormontando ripidi pendi, riusciamo sempre
ad aggirare i crepacci che ad ogni divallamento della cresta
potrebbero interromperci il cammino. L'ultima grossa impennata al
nostro procedere ci è offerto da ciò che scopriremo essere
l'anticima. Con un delicato traverso a sinistra rimontiamo su di
essa con il cuore in gola: a pochi metri dalla sua sommità
scorgiamo il punto più alto della montagna ancora distante e
separato dall'anticima da una depressione ancora sconosciuta ai
nostri occhi. E' l'ostacolo finale. Per fortuna nessun crepaccio
blocca la nostra progressione e infilandoci in un bellissimo
corridoio seraccato arriviamo in vetta alle 9.30. Quota 6244 metri.
Siamo felicissimi e tutti profondamente commossi. Non solo per aver
scalato la montagna più importante della zona, obiettivo massimo
della spedizione dopo che il Karka era stato messo da parte per la
sua lontananza dall'area delle operazioni, ma per un altro motivo.
In Italia noi quattro avevamo un sogno, il sogno di salire una
montagna vergine e difficile tutt'insieme, ci eravamo preparati a
dovere facendo qualche grande salita sulle Alpi a tempo di record;
inoltre io avevo un altro grande sogno da agganciare al primo che i
miei compagni condividevano con tutte le loro forze e i loro cuori,
rafforzandolo ancor più, e che ci ha spinti con grande
determinazione a non desistere di fronte alle difficoltà della
salita. I sogni si sono realizzati e abbiamo battezzato la cima col
nome di RENATO CASAROTTO KOR (Cima Renato Casarotto), in ricordo
dell'amico e alpinista vicentino con il cui spirito di andare per le
montagne ci siamo sempre sentiti in sintonia. La montagna rispecchia
il suo carattere e la sua personalità, e di Renato noi vorremmo che
ogni viaggiatore che transiti per queste terre remote ne serbasse
memoria.
Un caro saluto.
Alberto Peruffo
Martedi 15 agosto. Campo
Base, lago Atar, quota 3850
Tel. 00873/761315919 ore 15-19 ora italiana.
Ferragosto in Pakistan.
Eccezionale scalata in solitaria della cima Shashalay Est da parte
di Tarcisio Bellò, la cima ora si chiama "Italia Peak" e
raggiunge la notevole altezza di 6189 metri. Nel precedente
tentativo, l'ascensione a questa bellissima montagna dal fascino
magnetico, ma sinistro e con una vaga somiglianza alla terribile
parete sud del Lhotse, era fallita con due bivacchi all'addiaccio,
durissimi, a 5800 metri sulla spalla rocciosa della parete sud
ovest. Tarcisio Bellò, alpinista berico, Ivan Dusharin, russo, e
Carlos Buhler, americano, fortissimi scalatori, sono rientrati vivi
al Campo Base solo grazie alla loro grandissima esperienza. La via
tentata chiamata "In...ter...nationality" rimaneva così
incompiuta. Ma questa sfortunata sortita alpinistica ha gettato i
presupposti per una rapidissima e vincente ascensione alla vetta
principale della catena del Shashalay da parte di Tarcisio Bellò,
alpinista vicentino che fa parte della spedizione Chiantar 2000. Le
migliorate condizioni metereologiche e la luna piena hanno
consentito una scalata notturna al massiccio montuoso in ottime
condizioni di sicurezza, così Tarcisio Bellò determinato più che
mai è partito solo, poco dopo mezzanotte dal campo A posto a quota
4600 metri, e ha raggiunto la cuspide est del Shashalay Range alle
sette del mattino. Dal campo base i compagni assistevano con il
binocolo, tifando calorosamente durante le ultime fasi della
scalata. Alle ore 7.10 con la chiamata via radio Tarcisio Bellò
annunciava di essere sul vertice della montagna e dedicava alla sua
famiglia, al suo gruppo italiano e allo staff pakistano della
spedizione, questa fantastica conquista. La seconda cima più alta e
dominante nella valle Mahthantir ora si chiama Cima Italia
"Italia Peak" e raggiunge la notevole quota di 6189 metri
di altitudine. Sulla performance alpinistica non ci sono dubbi, si
tratta di un'impresa a tutti gli effetti, pianificata e realizzata
nei minimi dettagli per evitare i mortali pericoli della parete,
battuta da continue scariche di pietre, dalle slavine e dai
pericolosissimi crolli dei seracchi soprastanti. Per risalire i 1400 metri di dislivello, necessari per guadagnare la vetta, sui
ripidissimi pendii glaciali, con pendenze fino a 70 gradi Tarcisio
Bellò ha impiegato soltanto 6 ore, mentre per scendere con
incredibile velocità dalla stessa via di salita, poco più di due
ore. Questa eccezionale ascensione conferma anche il valore
internazionale, in termini alpinistici, della spedizione vicentina
che ha saputo vincere dove scalatori fortissimi come Dusharin e
Buhler non sono riusciti nell'impresa. Per la cronaca ricordiamo che
il russo ha scalato tre ottomila, Nanga Parbat, Everest e K2, mentre
l'americano complessivamente ha salito sei ottomila, fra cui
l'Everest per una via nuova sul difficilissimo versante est, detto
Karchung.
Tarcisio Bellò
Impressioni dell'ascensione di Tarcisio Bellò
Il fallimento del tentativo internazionale alla cima del
Shashalay Est mi pesava in modo insopportabile, il cattivo tempo
unito alla errata impostazione di scalata avevano creato delle
condizioni difficilissime da cui eravamo usciti salvi solo per la
nostra esperienza. Già durante la discesa pensavo di ritornare su
quella montagna dove la grande parete termina con una bellissima
punta rocciosa che come una freccia sale vertiginosamente al cielo,
estremo culmine del massiccio. Esteticamente perfetta, mai scalata,
pensavo di provare nuovamente ma stavolta secondo un mio programma e
con le mie regole. Un tentativo in solitaria, come un cavaliere
errante che ha trovato una meta e toglie dallo zaino il meglio delle
proprie esperienze per dimenticare le freddissime quanto inutili
notti all'addiaccio passate su quella montagna. Un confronto aperto
e libero, un piccolo uomo che sale un'enorme montagna incombente e
pericolosa. Il 14 agosto salgo al campo A con tempi di salita mai
realizzati prima, le motivazioni fortissime mi lasciavano
contemporaneamente del tutto tranquillo come se avessi la certezza
di aver già salito la montagna e non dovessi patire più alcun
timore. Una convinzione psicologica che credo si origini dalla
determinazione che mi ha consentito di realizzare varie scalate nel
mondo. Quattro ore di sonno e sveglia a mezzanotte, dopo mezzora
sono uscito dalla tenda e per dirigermi alla base della montagna. La
luna irradiava una fredda luce azzurrina su tutta la montagna, si
distingueva perfettamente il percorso. Attraversando i ruscelli che
fluiscono sulla superficie del ghiacciaio, il gorgoglio dell'acqua e
il rumore dei ciottoli rotolanti interrompevano il silenzio della
notte. La temperatura era frizzante, ma non fredda, procedevo bene
osservando la montagna fino al canalone dove la parete si impenna.
All'una e mezza ho iniziato a risalire la parte bassa del canale a
forma di Y che poi si divide in due rami opposti. Oltre 700 metri di
dislivello hanno richiesto quasi due ore di ascesa. Una breve sosta
al riparo, sotto alle rocce che formano la biforcazione e poi
seguendo il ramo sinistro della Y ho raggiunto lo sperone roccioso
dove, pochi giorni prima, avevo vissuto il bivacco in parete più
tribolato della mia vita alpinistica. La luna tramontando
trasformava il cielo in colori cangianti dall'indaco, al blu fino al
viola con sfumature straordinarie. Non avevo mai visto un paesaggio
notturno così suggestivo, una marea di vette si estendeva fino
all'orizzonte, l'assenza di foschia rendeva visibili le altissime
catene montuose pakistane che culminano con il K2, il Nanga Parbat e
gli altri ottomila. Guardando in basso, verso il ghiacciaio
Shashalay, tre luci salivano come a seguirmi, più tardi via radio
chiarii che non c'era nessuno; una specie di allucinazione mi aveva
fatto ritenere che i riflessi notturni della luna sui rivoli
glaciali fossero delle persone in movimento. Attraversando il grande
pendio rivolto a sud ovest ho incontrato neve profonda,
faticosissima da risalire, che rallentava parecchio la marcia verso
l'alto. La cuspide sommitale della montagna si ingrandiva sempre di
più, mi stavo avvicinando quando mi sono reso conto che ormai
l'alba era giunta imperiosa a rischiarare completamente le
profondissime vallate sottostanti. Al sole, su una selletta ho
depositato lo zaino per salire scarico al punto di massima altezza,
verso la snella freccia rocciosa affiancata da uno scivolo di neve
che mi consentiva un accesso relativamente facile alla vetta.
Provavo emozioni di una intensità mai vissuta prima. Pensavo alla
mia famiglia, a Isabella, al piccolo Ettore, a miei amici che mi
stavano osservando, pensavo al fatto che ero solo ed ero il primo
uomo a toccare quella grandiosa montagna, tutto era stato perfetto,
la linea di scalata ed il modo con cui l'avevo realizzata parlavano
di alpinismo di buon livello. Il coinvolgimento interiore era
talmente forte che per tutto l'ultimo tratto ho pianto, anzi
singhiozzato perché avevo una tale disidratazione che le lacrime
non uscivano. Dalla vetta per alcuni minuti ho alzato le braccia al
cielo ed il mondo era sotto a me, una cosa indescrivibile, attimi di
una intensità che non conoscevo, l'alpinismo non è solo una
conquista fisica ma soprattutto umana e spirituale. Via radio ho
comunicato ad Alberto Peruffo il raggiungimento della cima a 6189
metri; Cima Italia, "Italia Peak", è una meravigliosa
montagna che rappresenta il valore dell'alpinismo vicentino come
espressione della organizzazione, della fantasia e della capacità
tecnica tipica degli italiani, doti riconosciuteci su base mondiale.
Non si tratta di nazionalismo a buon mercato ma di una realistica
considerazione sulla mole di lavoro svolta dalla nostra spedizione,
prima a livello internazionale a descrivere e ad arrampicare su
questi luoghi remoti. La rapida discesa, 1400 metri in poco più di
due ore, nonostante la preoccupazione per il riscaldamento dei
pendii ed il conseguente inizio delle scariche di pietre, mi faceva
sentire leggero. Le condizioni ancora buone della neve mi hanno
consentito di scendere faccia a valle, giù dal ripidissimo pendio
finale. L'accoglienza festosissima dei compagni al campo base e una
lunga serie di domande stimolate dall'osservazione "in
diretta" della mia scalata solitaria sono state accompagnate
dalle vivaci congratulazioni dei pakistani presenti che ora si
ostinano a chiamare "Tarcisio Peak" la montagna da me
salita e questo, non posso negarlo, un poco mi fa piacere.
Dal Campo B siamo in attesa di novità per il tentativo, crediamo
decisivo, alla vetta per ora detta Garmush II (6244 metri) da parte
di Alberto Peruffo, Mirco Scarso, Enrico Peruffo e Michele Romio.
Dal Campo Base, Lino Cassin, Bepi Carlotto, Gianni Milan e Bepi Zini,
seguiti da Ivan Dusharin e Carlos Buhler, hanno salito due cime nei
pressi del passo Atar, Cima Arzignano e Cima S. Bonifacio (circa
quota 4800 m). Un ripido canalone e le creste di accesso alle vette
presentavano passaggi di terzo grado superiore, con roccia
abbastanza friabile. Ivan e Carlos hanno poi proseguito nella
vallata, detta Chain Pangi ", il cacciatore di pietra" dove
infatti esistono alcuni grandi ometti realizzati con lastre di
pietra. I due amici hanno risalito il lato sinistro idrografico
della valle fino a guadagnare la sommità della quarta cima della
loro giornata. A quest'ultima vetta, che presenta due
caratteristiche punte, hanno assegnato il nome di Cima Veneto (5015
metri) dedicandola alle origini regionali della nostra spedizione.
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 | Lunedi 14 agosto. Campo
Base, lago Atar, quota 3850
Tel. 00873/761315919 ore 15-19 ora italiana.
Festa nazionale pakistana, anniversario dell'indipendenza
dall'India (1947).
Finalmente dopo alcune giornate di cattivo tempo si è stabilizzata
una situazione di variabilità tendente al sereno che lascia qualche
possibilità di scalata. Mancano meno di dieci giorni alla
conclusione della spedizione e ci sono ancora due importanti vette,
il Garmush II e il Shashalay Est entrambi prossimi ai 6200 metri di
altitudine, montagne inviolate a cui abbiamo dato un nome
provvisorio in attesa della prima ascensione con la speranza che sia
del nostro gruppo. L'inutile assedio di Tarcisio Bellò, Ivan
Dusharin e Carlos Buhler rispettivamente russo e americano, si è
concluso a 5.800 metri con due terribili bivacchi all'aperto su una
cresta rocciosa del Shashalay Est. Dopo aver scavato tre
piccolissime piazzole sul ripidissimo pendio, hanno atteso due
giorni e due notti, dormendo legati alla parete per non precipitare
involontariamente a valle, durante il sonno. Le condizioni durissime
e le violente tempeste abbattutesi sulle quote più alte e sulle
vette, hanno fatto desistere i tre scalatori nonostante la loro
grandissima esperienza. La discesa è stata accolta con sollievo e
soddisfazione dal gruppo per la comprensibile preoccupazione sullo
stato di prostrazione fisica e di salute a cui gli alpinisti sono
stati sottoposti. Ma sia Tarcisio che i suoi compagni sono scesi con
le loro forze seppur provati dalle notti all'addiaccio ad alta
quota. Oggi Tarcisio riparte per un tentativo in solitaria sulla
stessa montagna e con determinazione pensa di compierne la prima
ascensione di notte per evitare i notevoli rischi che la parete,
vastissima, presenta. In giornata è proseguita la ricerca sui
toponimi locali, nomi di luogo, che un maestro del paesino di Dok
adiacente al Campo Base ha a più riprese ricordato e suggerito. Le
prime copie, fatte a mano, della futura mappa stanno già girando ed
hanno evidenziato aspetti assai curiosi della valle Mahthantir, come
il campo delle cipolle di montagna "Kaishu kish" o il lago
dove è morto il cacciatore "Bolwaigaw". Nel frattempo
Alberto ed Enrico Peruffo con Michele Romio sono andati a scalare
una guglia di ottimo granito su rocce che non hanno mai visto
chiodi, moschettoni e soprattutto scalatori (l'attacco della via è
a 4200 metri). Lino Cassin è rientrato dal campo A, dal ghiacciaio
del Shashalay, dove ha passato la prima notte in quota da solo.
Dal Campo Base del lago Atar per ora è tutto, cari saluti dal
Pakistan a tutti i familiari del gruppo ed agli amici in vacanza in
Italia.
Tarcisio Bellò
P.S. Dedico queste righe a mia moglie Isabella e a mio
figlio Ettore. Scritto che non ha pretese poetiche ma costituisce la
divagazione mentale di un interminabile bivacco.
Gli astronomi hanno scoperto quasar, pulsar e supernova... ma non
dicono perché ogni notte il cielo si accenda così intensamente.
Noi casuali viaggiatori, momentaneamente lontani dalla quotidianità...
a volte navighiamo tra migliaia di montagne come fossero galassie
terrestri... e siamo certi che ad ogni vetta ed ad ogni stella
corrisponde un'anima gemella. Mentre ad ogni raggio inviato dal sole
corrisponde il calore dei nostri figli. Infine ai chiaroscuri della
vita come in una grande gioco di ombre e luci si svelano mille...
perfette forme, così queste emozionanti cime pakistane si legano in
un unico suono... con il battito del cuore... che pulsa forte
nell'universo dei desideri e per le lucenti comete d'amore, dei miei
cari.
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 | Domenica 13 agosto. Campo
Base, lago Atar, quota 3850
Tel. 00873/761315919 ore 15-19 ora italiana.
Rientrato ieri al Campo Base a causa del cattivo tempo che sta
imperversando da un paio di giorni sulle montagne oggetto delle
nostre operazioni, nonostante esse siano ubicate ai margini delle
grandi aree monsoniche, eccovi un breve aggiornamento sugli ultimi
fatti.
Mercoledì 9 agosto. Giuseppe Zini, Giuseppe Carlotto e Lino
Cassin salgono l'importante cima che domina l'Atar Pass. Alta circa
5100 metri, sassosa sul versante sud-est, presenta un esteso
ghiacciaio sul versante nord-ovest. La salita è dedicata alle
mogli. Lo stesso giorno Franco Brunello e Pino Stecca, dopo aver
piantato il Campo B1 a 5100 metri, trovano la chiave d'accesso alla
cresta del Garmush II. Si tratta di un ripido canalone con pendenze
costanti sui 45°-50° sfociante sopra una vertiginosa sella quotata
5650 metri. A scopo di ricognizione Franco e Pino rimontano sulla
punta rocciosa di destra (stimata 5690 metri). La vista sul
ghiacciaio di Chiantar è mozzafiato, nonché sulle complesse e
lunghe cornici del Garmush II.
Giovedì 10 agosto. Luciano Chiese, Bruno Riolfi, Renato
Sprea, Flaviano Ghiotto e il capo dei portatori d'alta quota Amin,
portano a termine l'ascensione della cima posta sull'estrema
sinistra del lago Atar. Giuseppe Peruffo, Silvano Sella e
l'intramontabile Gino Broca, partiti dal Campo B (4400 metri)
arrivano al Campo B1 e con faticoso lavoro lo spostano a 5200 metri,
in posizione strategica ai piedi del canalone. Nel frattempo la
visita dell'alpinista americano Carlos e del russo Ivan modulano i
piani di salita per le vette più alte e difficili. Si decide di
dividere le forze. Tarcisio Bellò e gli alpinisti stranieri si
concentreranno sull'inviolata cima Est del Shashalay di 6187 metri,
mentre Mirco Scarso e Alberto Peruffo tenteranno i 6244 metri del
Garmush II.
Venerdì 11 agosto. Il tempo all'alba è ancora bello. Poche
ore prima, alle luci delle pile frontali, Gino, Silvano e Beppino
partono dal campo B1 con l'ambizioso obiettivo di salire il Garmush
II. Il canalone è molto ripido, lungo e richiede ore di fatica,
specie dopo il duro lavoro del giorno precedente che ha visto il
terzetto impegnarsi nello spostamento del campo d'alta quota. Alle
10 del mattino i nostri (veramente ammirevoli se si considera l'età
complessiva della cordata) raggiungono la sella di quota 5650. Le
difficoltà tecniche incombenti fanno desistere i tre motivati
scalatori (da ben sei giorni lontani dal Campo Base), che nondimeno
raggiungono la Punta Nera di 5690 metri dove la loro tenacia è
premiata da uno splendido panorama sul lunghissimo e selvaggio
ghiacciaio di Chiantar. Intanto Enrico Peruffo e Michele Romio,
saliti al Campo B con Alberto e Mirco, attaccano direttamente la
parete glaciale di una cima vergine alta circa 5150 metri (Cima
della Mamma), sulla sinistra orografica del Garmush II. Un ottimo
successo in vista di un'appropriata acclimatazione. Alberto e Mirco
arrivano al campo B1 nel mentre Gino, Silvano e Beppino discendono
dal canalone. Un abbraccio per esprimere stima e ringraziamento per
l'importante lavoro fatto. Tarcisio, Carlos e Ivan bivaccano sulla
spalla della cima Est in vista dell'attacco finale.
Sabato 12 agosto. Alle tre di notte Alberto e Mirco escono
dalla tenda per tentare il Garmush II. Nevica e nell'oscurità il
cielo pare plumbeo e non mostra stelle. Vestiti di tutto punto
rientrano nella tenda in attesa di un miglioramento. La neve cade a
intermittenza fino alle 7, quindi inizia una bufera di neve. Alle 10
Mirco e Alberto decidono di lasciare il campo. Lo spessore di neve
caduta ha infatti ricoperto le tracce che guidavano nel labirinto di
crepacci e la montagna è diventata impraticabile. Nel circolo
glaciale del Shashalay intanto Tarcisio, Carlos e Ivan sono bloccati
allo stesso punto di ieri. Vani i tentativi di salire. Scrosci di
acqua al Campo Base e forti rovesci di neve in quota non promettono
niente di buono per la notte gelida e umida che i tre dovranno
passare.
Domenica 13 agosto. Ore 9.20: Tarcisio comunica via radio
che è cominciata la discesa. Carlos sta attrezzando la quarta
doppia su ghiaccio. Un gruppo di alpinisti e portatori partono per
il Campo A per accogliere con cibo, medicinali e vestiti asciutti i
tre scalatori. Ore 16.15: sotto una fitta pioggia Tarcisio, Carlos e
Ivan rientrano incolumi e provati al Campo Base.
Per ora è tutto da Chiantar 2000. Saluti e baci.
Alberto Peruffo
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 | Sabato 12 agosto.
Campo Base, lago Atar, quota 3850
Tel. 00873/761315919 ore 15-19 ora italiana.
Aspetti medico-sanitari della Spedizione Chiantar 2000 di Flaviano
Ghiotto
A Ghotulti gli abitanti del villaggio erano già a conoscenza che
venerdì 4 agosto sarebbero passati i "dottori". Sono
stati informati del nostro arrivo dal passaggio del primo gruppo il
venerdì precedente. Arriviamo al villaggio alle ore 17.00 dopo un
viaggio con fuoristrada, attraversando la valle del fiume Gilgit e
troviamo ad attenderci gran parte della popolazione del villaggio
con a capo il sindaco (580 abitanti e 80 famiglie). Dopo i saluti e
le strette di mano rituali, depositiamo i nostri bagagli in un'area
privata messa a disposizione da una famiglia, dove troviamo già
montate le tende. Facciamo appena in tempo a ristorarci un po' con
del buon the e scrollarci di dosso la polvere presso un torrente
gelido che scorre nelle vicinanze del campo, che cominciano ad
arrivare le prime persone bisognose di cure. Purtroppo la dotazione
di farmaci e presidi in nostro possesso risulta essere poca cosa
rispetto alle richieste, perché gran parte dei farmaci erano stati
spediti con un certo anticipo al Campo Base. In particolare gli
abitanti del villaggio chiedevano cure per arrossamento degli occhi,
gli anziani lamentavano dolori articolari ed erano frequenti anche
le richieste di aiuto per gastralgie. Era pure frequente la
richiesta di analgesici per mal di denti: osservando la
conservazione delle arcate dentarie ci rendiamo conto che il nostro
aiuto è solo un palliativo e sarebbe necessaria la presenza di un
dentista almeno per una settimana. Abbiamo avuto modo di constatare
un caso penoso che riguardava una bambina di 8 anni che presentava
il dorso dei piedi ricoperti di piaghe e croste (su un substrato di
sporco per noi occidentali inimmaginabile). A prima vista ci siamo
sentiti impotenti di fronte ad un caso mai osservato. Abbiamo
cominciato la nostra opera pulendo dapprima i piedi della bambina
immergendoli per circa 30 minuti in soluzione clorata al 10% (i
bambini del posto camminano scalzi). Dopo la pulizia la visione del
caso si è fatta più chiara e un po' per volta abbiamo proceduto a
togliere le croste rimanenti (probabile esito di contusione ed
infezione di vecchia data). Il tutto è stato effettuato con la
supervisione dei genitori e parenti che osservavano perplessi e
preoccupati la medicazione sulla loro bambina, la quale si lasciava
fare il tutto senza piangere anche se in alcuni momenti aveva tutte
le ragioni per farlo. Su queste montagne purtroppo la popolazione
non ha alcun riferimento sanitario, inoltre mancano le più
elementari norme igieniche. Nel villaggio la responsabilità
sanitaria è rappresentata da un anziano che ha dimestichezza con
l'uso di erbe; le abitazioni non sono servite da acqua, le quali
hanno un'area di circa 4 x 4 metri e sono costruite con sassi asportati
dal fiume: il tetto è ricoperto di terra dove d'estate vengono
depositate ad essiccare le albicocche, alimento indispensabile per
trascorrere la stagione invernale. Il giorno seguente partiamo a
piedi da Ghotulti avendo come obiettivo il Campo Base. Arriviamo ad
un villaggio che sembra di "epoca neolitica" formato da
capanne composte da pali di legno posti a forma di cono su una base
di grossi sassi e ricoperte di frasche di ginepro. Una donna ci
chiede aiuto indicando con il dito gli occhi: presentava un
arrossamento importante dovuto probabilmente ad una congiuntivite di
vecchia data (in questo caso abbiamo scelto di istillare le gocce
per una sola volta, indicando la posologia e lasciandole la
confezione affinché potesse proseguire nei giorni seguenti la
cura). I bambini di questo villaggio sono molto caratteristici perché
si presentano con il viso ricoperto di pittura color rosso; abbiamo
saputo che non si tratta di una maschera ornativa ma di una necessità
per proteggersi dai forti raggi solari d'alta quota. Tale protezione
non è altro che uno speciale estratto vegetale, molto frequente per
evitare scottature solari al viso dei bambini. L'8 agosto, al
villaggio situato a circa 200 metri dal Campo Base, la nostra visita
era attesa da una settimana. In pochi minuti siamo stati circondati
da tutti gli abitanti che ci hanno portato innanzitutto i bambini
con notevoli lesioni al viso, causate come sempre dai raggi solari e
non protette dall'estratto vegetale che qui evidentemente il
responsabile sanitario (erborista) del posto non conosceva. Abbiamo
primamente praticato una pulizia del viso dei bambini con una
soluzione clorata e poi applicato delle creme protettive. Grazie a
questi interventi sanitari abbiamo avuto l'opportunità di entrare
in un contesto sociale dal quale altrimenti il semplice turista
viene tenuto solitamente ai margini.Una ragazza soffriva da 5 giorni
di febbre alta a causa di un'infezione delle prime vie aeree; le
abbiamo consegnato una dose di antibiotici sufficiente per una
copertura di tre giorni e alla successiva visita era praticamente
guarita. Dopo aver dato risposta anche ai bisogni degli adulti - chi
soffriva di sciatalgia, chi aveva mal di testa - ci rendiamo conto
che tale aiuto è da considerarsi puramente un rimedio momentaneo, nondimeno
l'insistenza e le aspettative delle persone non ci hanno permesso di
lasciare insoddisfatta la loro richiesta. Terminato il lavoro siamo
stati accolti in una capanna dove ci sono stati offerti i loro
prodotti: yogurt, panna, burro. Bisogna vincere molte delle nostre
resistenze psicologiche dovute alle condizioni igienico ambientali,
ma assicuriamo che il tutto era buono e non ci ha dato alcuna
conseguenza intestinale. Per quanto riguarda le necessità sanitarie
del Campo Base esse si riducono a qualche richiesta di analgesico
per mal di testa causato dall'acclimatazione o a qualche piccola
medicazione. Si registrano solo alcuni casi di dissenteria, la
cosiddetta diarrea del viaggiatore che dura mediamente 1-2 giorni.
E' stato sufficiente far assumere 2 compresse di antidiarroico alla
prima scarica e 1 compressa ad ogni scarica seguente, quindi
procedere con l'assunzione di abbondanti soluzioni saline
reidratanti. Le richieste di prestazioni più frequenti a riguardo
dei problemi sanitari provengono invece dalla popolazione dei
villaggi vicini. Rimaniamo inoltre un valido punto di riferimento
medico-sanitario anche per i componenti di altre due spedizioni
arrivate dopo di noi. Pure un alpinista russo ed un americano (che
hanno effettuato nella loro carriera alpinistica circa 35
spedizioni) si sono rivolti a noi per chiedere consulenza sanitaria.
Io e Lino Cassin facciamo del nostro meglio per svolgere bene il
compito assegnatoci e siamo consapevoli che in caso di necessità il
parere di un medico rimane essenziale sia per la diagnosi che per la
scelta della terapia.
P.S. Saluti a tutto il personale del Centro Emodialisi e Nefrologia
O.C. Vicenza e alla moglie Rosanna e a Marta.
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 | 9 Agosto. Campo Base, lago
Atar, quota 3850
Tel. 00873/761315919 ore 15-19 ora italiana.
Postille d'alta quota di Alberto Peruffo
Cari amici,
disceso dal Colle Chantal Mauduit, così lo chiamai il primo giorno
in cui mi accampai alla quota di circa 5600 metri in attesa che
Tarcisio e Mirco tentassero di salire la via poi chiamata Sogni
Infranti, provo a scrivervi alcune righe d'alta quota. Il Colle è
qualcosa di meraviglioso. A sinistra e a destra le due difficili e
belle cime che saliremo nei giorni 6 e 7, dietro i Garmush,
complessi e accattivanti con il loro rigurgito di seracchi; davanti,
snello e solitario, la piramide del Kampur, a fianco del quale
compare in lontananza la maestosa catena del Karakoram con il Nanga
Parbat sullo sfondo. Sopra e sotto la mia testa bastioni di granito
perfetto e grattacieli di ghiaccio mi contendono lo sguardo. Che
dire? E' uno dei luoghi più belli e selvaggi che ho visto in
montagna. Un giusto e duraturo omaggio all'effimera bellezza di
Chantal Mauduit, dolce e valente alpinista perita sul Dhalaugiri e
sulla cui tenda passeremo sofferte e indimenticabili ore d'alta
quota.
Un pensiero per i due miei compagni, forti e motivati, forse anche
più di me, frastornato e attonito di fronte a spazi così grandi e
incontaminati, lontani da ogni affetto umano. Tarcisio, un mulo
indomito, sia nella progressione, continua e precisa, sia nel
pensiero, rigido e inflessibile. Mirco, una macchina perfetta per le
salite in quota; non perde un colpo, è sempre lucido, con i suoi
occhi interrogativi pronti in ogni momento a darti una semplice e
rassicurante risposta: un compagno d'oro.
Dopo due notti al Colle Chantal su una tenda da un posto e mezzo (io
e Tarcisio dormiremo a turno una notte all'aperto...) e due cime
guadagnate con fatica, comincio anch'io, neofita delle alte quote
extraeuropee, a respirare un po' meglio.
Un saluto e un bacio.
Alberto.
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 | 9 Agosto. Campo Base, lago
Atar, quota 3850
Tel. 00873/761315919 ore 15-19 ora italiana.
Salite due importanti cime della catena del Shashalay: Cima
Nikolajewka (5935 m), attraverso la "Cresta degli Alpini"
e Punta Marostica (6.107 m).
Per scalare le montagne d'alta quota oltre a capacità tecnica,
esperienza e fortuna serve anche una buona strategia. A questo
proposito il terzetto composto da Tarcisio Bellò, Alberto Peruffo e
Mirco Scarso hanno studiato nei minimi dettagli le ascensioni
programmate, che sono state portate a termine con successo in tre
fantastici giorni di scalata. Ecco la sequenza degli avvenimenti.
Sabato 5 agosto: al mattino i tre alpinisti hanno raggiunto
in un paio d'ore il campo A (4550 m) nei pressi del ghiacciaio
Shashalay. Lo zaino carico di attrezzatura e l'orario prevedevano
una breve sosta alla tendina del campo A per riposarsi e
"pranzare". Alle due del pomeriggio, hanno ripreso il
cammino per risalire lungo il faticoso e ripido canalone Vicenza che
nel pomeriggio va in ombra e presenta meno rischi oggettivi; con
quasi cinque ore gli scalatori sono arrivati alla sella Chantal
Mauduit (5600 m, quota rettificata in base alla cartografia russa
di cui ora disponiamo) sul pianoro, giusto il tempo per montare la
tendina, infilarsi nel sacco pelo e prepararsi per il giorno
successivo.
Domenica 6 agosto: la giornata limpidissima lasciava
prevedere una rapida ascesa alla cresta soprastante ed un
altrettanto veloce rientro alla tendina in quota. La scalata invece
si presentò fin dall'inizio molto impegnativa, lunghi traversi
senza corda su pendii di ghiaccio molto ripidi obbligano Alberto,
Mirco e Tarcisio a procedere con molta cautela sulle punte dei
ramponi. Con alcune filate di corda viene raggiunta la bellissima e
sinuosa "Cresta degli Alpini", così chiamata perché
Mirco e Tarcisio hanno svolto il servizio militare negli alpini. La
cresta ha impegnato la cordata per un paio d'ore e nei passaggi di
scalata su roccia e ghiaccio più delicati ha richiesto la
progressione in sicurezza. La Cresta degli Alpini presenta ben
quattro rilievi importanti (circa di quota 5800 m), due di questi
sono stati raggiunti e superati. Il versante est precipita sulla
sconvolgente seraccata che incombe sul ghiacciaio del Shashalay,
mentre a ovest la parete si tuffa ripidissima verso un grande
ghiacciaio curvo, per il momento ancora senza nome. Dopo il secondo
picco gli scalatori vicentini hanno guadagnato quota risalendo la
cima posta sulla testata nord della Cresta degli Alpini. Detta cima
costituisce un importantissimo rilievo e contemporaneamente chiude a
ovest il lunghissimo crinale della catena del Shashalay. Le quote
non erano perfettamente note, ma in questi giorni al campo base si
è svolto un attento studio sulla base della cartografia russa molto
precisa e quando è giunta la notizia: << ore 15.00, abbiamo
raggiunto la vetta della Cima Nikolajewcka a quota 5870>> la
risposta è stata << bravissimi, ma guardate che la quota è
di 5935, quasi 6000 metri, pertanto raddoppiamo i nostri
complimenti.>>. La notizia ha galvanizzato il terzetto di
scalatori che in seguito nonostante la stanchezza ha iniziato a
discendere lungo la parete glaciale e meridionale della montagna. Si
sono rese necessarie ben nove corde doppie e altre quattro ore per
poter rientrare al colle C. Mauduit e alla piccolissima tendina che
poteva offrire soltanto un durissimo bivacco. Cima Nikolajewcka è
dedicata ai caduti di tutte le guerre.
Lunedì 7 agosto: passata la notte in gran parte a sciogliere
acqua, bere, mangiare e a preparare l'attrezzatura per completare la
scalata più dura, lungo la via "Sogni Infranti" che aveva
già respinto Tarcisio e Mirco, al mattino un cielo plumbeo
prometteva solo neve e nebbie impenetrabili. L'assenza di vento ed
il freddo moderato hanno reso accettabile il tentativo di salire in
alto su una montagna mai scalata da nessun uomo e che somiglia ad
una enorme piramide di ghiaccio. Molto velocemente Tarcisio Bellò,
Alberto Peruffo e Mirco Scarso hanno raggiunto quota 5950 dove il
grande seracco traversale aveva bloccato ogni tentativo di risalita.
Forti dell'osservazione fatta il giorno prima gli alpinisti hanno
aggirato a sinistra la crepacciata e salendo per ghiaccio
ripidissimo sono arrivati alla base dello strano cappuccio
terminale, tutto di ghiaccio che è simile ad un caratteristico ed
enorme pollicione con tanto di unghia sporgente nel vuoto. Con
alcune difficili manovre la cordata ha raggiunto il dorso
dell'unghia e quindi la vetta!!. Alberto, Mirco e Tarcisio
felicissimi, alle ore 11.45 hanno comunicato al Campo Base che erano
sulla sommità glaciale di una stupenda piramide. Questo importante
rilievo che sovrasta la valle Mahthantir è stato denominato "Punta
Marostica" (il massiccio - comprendente la bellissma Punta
Marostica e altri due rilievi sopra i 6000 metri - verrà
successivamente chiamato "Blood Donor Kor", in onore ai Donatori di
Sangue. N.d.r.). Tarcisio, in accordo con gli amici
scalatori, ha dedicato così la vetta alla sezione CAI di
appartenenza. La discesa dall'enorme cupola di ghiaccio anche a
causa dell'imperversare del maltempo ha richiesto ben otto ore per
rientrare al Campo Base dove la felicità dei compagni di spedizione
si è diffusa con grandi abbracci di soddisfazione per i tre
alpinisti sfiancati dai durissimi giorni ad altissima quota. Un
particolare ringraziamento gli alpinisti lo esprimono per il
portatore d'alta quota pakistano Hamayoon Shah, che oltre ad avere
aiutato con grande cuore ed in modo determinante l'impresa, può
vantare a sua volta splendidi imprese sciistiche, come campione
nazionale di salto sugli sci: in una sua foto lo si vede ritratto
alla Gino Soldà impegnato nella fase cruciale del gesto atletico.
Come ex mitragliere della contraerea pakistana ha militato per 21
anni nell'esercito, adesso con la pensione e con la paga occasionale
di portatore d'alta quota mantiene la sua famiglia di ben sette
figli!
Campo B, lato ovest lago Atar: un gruppetto di alpinisti formato da
Franco Brunello, Pino Stecca, Gino Broca (Pellizzari), Beppino
Peruffo e Silvano Sella sono tornati al campo B a quota 4500 metri
per tentare in modo decisivo la vetta gemella del Garmush, che è
ancora inviolata e raggiunge la notevole quota di 62444 metri. Il
tempo si è rimesso al bello, il cielo è di nuovo limpido anche se
l'umidità incredibilmente dal 15 % della scorsa settimana è
risalita fino al 75 %!! Appena avremo notizie vi faremo sapere.
Informazioni di alpinismo internazionale dal Pakistan
Sabato 5 agosto: Carlos Buhler, fortissimo alpinista americano
di origine tedesca, che ha nel suo curriculum la prima ascensione
dell'Everest dalla terribile parete est detta Kanchung, assieme a
Ivan Dusharin russo con all'attivo tre ottomila (Everest, K2 e Nanga
Parbat) sono giunti nei pressi del nostro campo base al Lago Atar e
con una sortita di tre giorni hanno scalato il Kampur di 5499
metri, montagna bellissima e solitaria che nel gergo locale
significa "capanna di vecchia donna". Da nostre fonti
dovrebbe trattarsi della prima ascensione dal versante ovest mentre
la montagna dovrebbe essere stata scalata da un gruppo giapponese ma
non sappiamo in che anno.
30 luglio: notizie terribili sono giunte dal passaparola fra
portatori baltì, i due fratelli Inurrategi famossimi nei loro Paesi
Baschi e in Spagna hanno subito un gravissimo incidente durante la
discesa dal Gasherbrum II (8035 m). Alberto Inurrategi ha subito
una frattura ad una gamba ma può dirsi miracolato perché suo
fratello, Felix, è rimasto sulla montagna.
Dal Campo Base del lago Atar per ora è tutto, cari saluti dal
Pakistan a tutti i famigliari e agli amici.
Tarcisio Bellò
Progetto "Vino in alta quota" di Tarcisio Bellò
Con la collaborazione di Cantine Zonin.
Dopo alcune spedizioni extraeuropee si è iniziato a considerare la
possibilità di portare o produrre il vino (bevanda preferita dal
dio Bacco, da milioni di italiani ma anche e soprattutto dagli
alpinisti) in alta quota per allietare le lunghe giornate di attesa
al Campo Base in sostituzione della solita tazza di the fumante.
L'unica esperienza analoga fu di Kurt Diemberger che nel 1986 al K2
produsse della buona birra. Ai commenti ironici iniziali sulla
impossibilità di ottenere qualcosa, seguì invece una fila di
alpinisti che chiedevano: <<Come procede la birra?>>
sottintendendo "E' possibile assaggiarne un goccio?". Nei
campi base in genere è consigliato mantenere le abitudini del paese
d'origine, così l'appetito si riprende rapidamente assieme alle
energie ed alla forma fisica. Di un buon bicchiere di vino tutti noi
sentivamo "seriamente" la mancanza ma adesso vi
raccontiamo in pratica come è andata. Dalle Cantine Zonin abbiamo
ricevuto in omaggio 40 litri di sugo concentrato di mosto che
normalmente rimane refrigerato, in attesa di vinificazione. Con i
vari trasferimenti dall'Italia a Islamabad, la pressione in aereo e
il calore soprattutto hanno fatto fuoriuscire parte del sugo che ha
inzuppato materiali e attrezzature. Due radiotrasmittenti distrutte,
una tenda che da settimane profuma di mosto e tanti altri problemi
per i quali solo la speranza di ottenere un buon bicchiere poteva
alleviare. Naturalmente alla dogana d'ingresso in Pakistan abbiamo
dichiarato il mosto come "Succo di frutta" dato che è
proibita l'introduzione di alcolici. Finalmente giunti al Campo Base
- a 3900 metri di quota - sono stati nominati due cantinieri: Gino
Broca (Pellizzari) e Silvano Sella (quest'ultimo davvero
instancabile e sempre pronto a stupire tutti con le sue memorabili
iniziative: sotto la sua direzione verrà costruito - ad
esempio - un forno per la cottura del pane, sfornato per ben quattro
volte durante la permanenza al Campo Base. N.d.r.) che con ogni attenzione ed
estrema cura hanno diluito con idonea parte d'acqua il mosto
concentrato per portarlo alle caratteristiche originali e naturali;
quindi, riscaldata leggermente la massa vinosa, hanno innescato la
fermentazione. Tutte queste operazioni sono state condotte con
scrupolo scientifico e con l'uso di una sonda termica per rilevare
le temperature. Quando a orecchio iniziammo a sentire l'imperioso
BZZZZZ della fermentazione alcolica fu quasi emozionante. Ovviamente
ogni fase ha avuto i suoi assaggi. Dopo una settimana di cure il
vino era pronto e si è proceduto a raffreddare la "botte"
nelle fredde acque del lago per bloccare i fermenti. L'agitazione
per l'assaggio finale, definitivo per giudicare "l'altissima
qualità del nostro cabernet", primo al mondo ad essere
vinificato ad una quota di quasi 4.000 metri, ora è semplicemente
una splendida realtà. Con la massima soddisfazione adesso ad ogni
vetta conquistata - ma anche altre motivazioni vanno bene - portiamo i
calici al cielo per un ottimo brindisi!! Unico difetto di questo
progetto è che le scorte si stanno rapidamente esaurendo!
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6
agosto 2000. Campo base, lago Atar quota
3850
Tel. 00873/761315919 ore 15-19 ora italiana.
Il gruppo si è riunito al completo al Campo Base. Bellò,
Peruffo e Scarso sono preoccupati delle difficoltà individuate, ma
decisi a ritentare al più presto. Brunello e Stecca, reduci dal
sopralluogo sulle possibilità di salita al Garmush II, sono
soddisfatti da quanto rilevato, ma soprattutto entusiasti dello
scenario circostante, autentico giardino alpino "Isili
Garden" dove hanno posto il campo e della bella vetta di circa
5100 m salita e subito battezzata "Cima Belvedere" (poi
"Cima dei nonni", n.d.r.). Sabato 5 agosto il terzetto di
punta è ripartito assieme all'ottimo e fiero portatore Hamayoun (ex
soldato pachistano) per il Campo A. Il secondo gruppo di alpinisti,
partiti dall'Italia il 31 Luglio, è puntualmente arrivato al Campo
Base. Calorosi e reciproci i festeggiamenti nello scenario di
montagne e di sole che ci accompagnano in questa seconda avventura
pakistana. Atterraggi difficili, frane e ritardi lungo il percorso,
impatto con gli "audaci" autisti hanno vivacizzato il
viaggio dei nuovi arrivati, peraltro ansiosi di conoscere le
esperienze alpinistiche già effettuate. Alla conclusione del pranzo
rallegrato da un ottimo vino novello rosso di Zonin, è arrivata la
chiamata radio di Bellò, Peruffo e Scarso che in quel momento
raggiungevano una candida piramide di 5935 m posta sul crinale che
ci separa dal Chiantar. Domani tenteranno una delle massime vette
della vallata quotata 6107 metri. Incredibile questa fortezza
inespugnabile che si eleva per 2500 m dal fondo valle e le cui
pareti nascondono la vetta. Infatti essa non ha nome e non risulta
censita dal Club Alpino Pakistano fra i 6000.
Saluti a tutti parenti e amici dal Campo Base.
P.S.: Le donne salutano la loro mamma.
Renato Sprea
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 | 3 Agosto. Campo Base, lago
Atar quota 3850
Tel. 00873/761315919 ore 15-19 ora italiana.
E' iniziata l'esplorazione sulle montagne circostanti con il
posizionamento di due campi in quota. Il campo A nei pressi del
ghiacciaio Shashalay a nord del campo base e il campo B sulle morene
che scendono verso la sponda occidentale del lago Atar per tentare
una bellissima vetta, gemella del Garmush, unica montagna scalata
fino ad ora in questa regione. Il fantastico circo glaciale del
Shashalay è contornato da imponenti cime che si racchiudono a
semicerchio, come in un grande abbraccio attorno al loro tormentoso
ghiacciaio. Alla prima impressione per questo settore di altissime
montagne dalla quota superiore ai 6000 metri si produce un
realistico timore nessun punto debole, soltanto enormi bastioni
rocciosi coperti di ghiaccio che si elevano per oltre mille metri
senza apparente possibilità accettabili di salita e soprattutto
discesa. Il campo A (quota 4550 metri) si trova alla fine di un
lungo percorso su morena sassosa originata dal ghiacciaio Shashalay,
toponimo locale derivato dai pianori sottostanti che significa
"erba verde". La prima visita compiuta da Franco Brunello,
capospedizione, e da Pino Stecca non aveva sortito particolari
risultati e le molte informazioni utili esprimevano grandi problemi
di scalata. Successivamente Tarcisio Bellò ha raggiunto il campo A
e da solo il 2 agosto ha individuato e risalito un lungo canalone
con 600 metri di dislivello in forte pendenza fino a portarsi a
quota 5460 su un plateau glaciale (plateau Chantal Mauduit) al
cospetto della grande bastionata ovest della catena del Shashalay.
Il canalone, che ora si chiama "Canalone Vicenza" è stato
percorso nuovamente il giorno successivo sempre da Tarcisio Bellò
assieme ad Alberto Peruffo e a Mirco Scarso. La insufficiente
acclimatazione del fortissimo alpinista berico Peruffo, Abe per gli
amici, gli ha consigliato di sostare al plateau Mauduit dove,
coincidenza non casuale, è stata aperta e fissata la tendina, della
bella e sfortunata alpinista francese, recuperata nella drammatica
spedizione Dhaulagiri '98. Tarcisio e Mirco con grande caparbietà
hanno proseguito verso una vetta inizialmente ritenuta alta circa
5800 metri che invece si dimostrava essere almeno di 150-200 metri
superiore. Ad un altitudine di 5.840 metri, pensando di trovarsi
ormai in prossimità della cima superarono lateralmente un enorme
seracco sospeso, ma scollinando ebbero la sorpresa di vedersi di
fronte un muro verticale di ghiaccio, compatto ed invalicabile alto
almeno 40 metri, con un lungo e profondo crepaccio che taglia in due
tutto il versante nord della montagna. La grande fatica fisica
richiesta da questa impegnativa scalata si è dimostrata inutile
dopo l'amarissima scoperta; la prostrazione e la rabbia per non
riuscire a raggiungere la vetta se non al prezzo di grandi rischi
per la propria incolumità ha saggiamente consigliato i due
coraggiosi alpinisti a ritirarsi. Lo scatto di alcune foto ricordo
dell'anticima, sovrastata dall'enorme calotta che costituisce la
massima sommità della montagna di quasi 6.000 metri, ha concluso
l'ascensione con la lunga e pericolosa discesa a ritroso per la
stessa via, chiamata "Sogni infranti" per chiari motivi,
la quale presenta pendenze fino a 60° affrontate in libera, senza
corda. Nei prossimi giorni verrà ritentata la scalata di questa
importante montagna, mai salita da nessun scalatore, che potrà di
buon diritto aggiungersi alla ricca storia dell'alpinismo vicentino.
Sull'altro versante del lago Atar, Franco Brunello, Pino Stecca e
Bepi Zini dopo aver posizionato il campo B, a quota 4.400 metri,
hanno risalito il ghiacciaio ed un lungo canale nevoso per portarsi
ad un secondo campo ad una quota presumibilmente utile per un
decisivo tentativo di scalata alla vetta gemella del Garmush che
attende con i primi salitori di avere anche un nome appropriato alla
incredibile bellezza di questa montagna.
A sud del campo base, Giuseppe Peruffo, Silvano Sella e Luigi
Pellizzari, "Gino Broca" per gli amici, hanno compiuto
l'ascensione di due cime inviolate rispettivamente di 4800 e 5005
metri. Queste due cime minori ma non per questo meno importanti
hanno richiesto una lunga arrampicata fra il II ed il III grado su
misto friabile dove Gino Broca è un vero specialista. Il rientro
notturno ha tenuto in apprensione gli amici rimasti al Campo Base
che con Gianni Milan in testa hanno risalito il sentiero con le
torce elettriche per andare incontro agli alpinisti ormai
stanchissimi. Le due cime scalate non hanno ancora ricevuto il nome
perché il terzetto di scalatori sono per momento indecisi sulla
denominazione da assegnare.
Progetto "Produzione del vino in alta quota"
I particolari li descriveremo appena saremo in "grado"
di assaggiare la nostra produzione di "altissima qualità".
Dal Campo Base del lago Atar per ora è tutto, cari saluti dal
Pakistan, a familiari ed amici.
Tarcisio Bellò
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 | 31 luglio. Campo Base,
lago Atar quota 3850
Telefono satellitare 00873/761315919 ore 15-19 ora italiana.
Il campo base è stato allestito in riva al "lago delle
fate"; secondo un'antica tradizione animista nel lago Atar
vivono degli esseri magici a cui la gente del luogo sacrifica
piccoli animali per ottenere benefici. Il motivo è presto detto, il
lago ha un secondo nome "Bhari" che significa cisterna
d'acqua e visto che il bacino è lungo almeno un paio di chilometri
esso costituisce una fondamentale riserva d'acqua per la valle. Il
toponimo Atar, meno usato dai locali, deriva dall'ultimo villaggio e
significa zona cespugliosa. Il tempo permane bello e i lavori di
sistemazione fervono rapidi e precisi. Nel gruppo il morale è
sostenuto perché l'ambiente è rilassante e distensivo; alcuni
componenti soffrono di dissenteria, prontamente curata. Lo staff
pakistano è costituito da persone di grande esperienza, ciò ha
semplificato le decine di operazioni logistiche e senza difficoltà
hanno accettato le nostre indicazioni a preparare i pasti secondo la
cucina italiana. Nella grande tenda refettorio durante gli incontri
conviviali si cercano le soluzioni ai problemi legati alla
spedizione. Il telefono satellitare, il computer ed il generatore
funzionano a meraviglia. Il prefisso del nostro numero telefonico è
cambiato (vedi sopra) perché abbiamo un collegamento migliore
attraverso il satellite IOR orbitante sull'oceano Indiano. Il
telefono rimane attivo anche per eventuali chiamate dall'Italia
dalle ore 15.00 alle ore 19.00 (ora italiana). Tutte le notizie
vengono trasferite sul sito Internet www.intraisass.it/chiantar. Le
condizioni ambientali sono eccezionali, lo splendido contorno di
montagne e le visite periodiche delle coloratissime donne Shina del
villaggio di Atar che hanno offerto yogurt in segno di benvenuto
rendono la nostra visita superiore ad ogni aspettativa. A nord un
lungo e arcuato crinale glaciale si collega ad un fantastico picco
in parte roccioso di 6189 metri inviolato, dall'altro lato un
bastione poderoso di roccia si protende verso il lago Atar, la cima
principale sempre di 6000 metri non ha salitori, mentre un rilievo
sottostante è stato salito l'anno scorso da Angelo Rusconi e
compagni e ora si chiama Asso Peak (m 5100), dalla sezione CAI di
cui fanno parte. In questi giorni sono iniziate le perlustrazione
per porre i primi campi in quota e fare il punto della situazione.
Progetto Capanna Lombardia
Angelo Rusconi, titolare di un'azienda di sabbiature industriali
di un centinaio di dipendenti, con altri quattro soci del CAI di
Asso, l'anno scorso è entrato nella zona del lago Atar compiendo la
prima ascensione dell'Asso Peak con difficoltà fino al sesto grado.
Da questa esplorazione, ispirata dalla spedizione del CAI di
Montecchio in Karambar nel '97, è nata l'idea di promuovere la
completa conoscenza della zona anche per mezzo della realizzazione
di una piccola capanna fissa di appoggio. La costruzione di legno su
base di cemento verrà adibita a ricovero e attrezzatura e uso
cucina per le prossime spedizioni. A questo progetto hanno aderito
la Regione Lombardia, la Comunità Montana del Triangolo Lariano ed
il Comune di Asso. Il governo pakistano viste le referenze ha dato
parere favorevole così Angelo Rusconi, cugino dei più famosi
fratelli Rusconi, Giovanni e Francesco, ha seguito la carovana della
nostra spedizione per individuare il luogo esatto dove erigere nel
prossimo anno la Capanna Lombardia. Allo scopo di documentare
l'iniziativa, Angelo Tafuro, noto operatore televisivo, ha ripreso
varie scene del trekking, del campo base e delle panoramiche del
luogo per realizzare un video che nei prossimi mesi verrà trasmesso
dai maggiori network nazionali. La costruzione della capanna è
giustificata dalla possibilità di sviluppo turistico, dalla facilità
di accesso e dal clima ottimale presente in zona. Le numerose e
fantastiche montagne che contornano la vallata dovrebbero
sicuramente richiamare l'attenzione sia degli alpinisti che dei
semplici escursionisti.
Tarcisio Bellò
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29 luglio.
Mahthantir
Le prime ore del mattino del 27 luglio lasciamo la vivace
cittadina di Gilgit a bordo di quattro jeep. Nel pomeriggio di ieri
ci eravamo dedicati alla visita della città e in particolar modo
del bazar. E' davvero notevole la cordialità e l'onestà dei
pakistani: il bazar è un caotico andirivieni di merci e genti, ma
si può girare tranquillamente senza alcun timore (diversamente da
altri mercati nel mondo). Molti di noi si divertono a comprare
bellissimi manufatti di lapislazoli e sete preziose mediante la
contrattazione del prezzo, pratica normale per i popoli locali e
oggetto di grande soddisfazione per i mercanti. Dopo qualche giorno
di viaggio attraverso la cultura musulmana una forte impressione
comincia ad emergere in ognuno di noi: la totale mancanza della
donna nella vita sociale. La presenza femminile è una lieta e
irrinunciabile costante nella vita di tutti noi, qui invece neppure
se entri in una cucina d'albergo o in una stanza adibita a qualsiasi
altra mansione, dalla direzione alla lavanderia, potrai essere
rasserenato dal sorriso di una donna. Le poche che incontri per
strada sono completamente avvolte nei loro neri chador da cui
traspaiono a malapena gli occhi, spesso sfuggenti e di grande
bellezza. Lasciata dunque Gilgit comincia la nostra corsa lungo il
fiume omonimo. Il primo tratto di strada sterrata è in buone
condizioni, anche se si viaggia in cinque o sei persone per jeep. Ci
fermiamo due volte per ristorarci in alcuni dei molti villaggi che
nascono lungo il Gilgit. E' veramente straordinario il contrasto tra
le brulle montagne che cadono fin quasi al letto del fiume e le
floride coltivazioni che si originano da esso. Granoturco,
frumento, orzo, riso e segale pare impossibile riescano a
germogliare in terre così aride, ma l'opera paziente dell'uomo ha
permesso di coltivare anche luoghi a prima vista inabitabili e ora
diventati una lunga e ininterrotta oasi. Giunti a Gakuch
abbandoniamo il Gilgit per seguire l'Ishkoman River. Un ponte
travolto dalle ultime piene ci costringe a passare sul lato sinistro
orografico del fiume, facendoci ballare parecchio sulle jeep. Il
governo pakistano si è dato molto da fare per salvaguardare queste
zone di confine, e non solo mediante i piani di agricoltura
intensiva: a Ishkoman - sperduto paese tra le immense montagne
pakistane - incrociamo addirittura una piccola centrale elettrica.
Finalmente dopo sette ore di jeep arriviamo a Ghotulti, ultimo
insediamento annuale circondato da albicocchi e noci. Qui passeremo
la sera e la notte tra l'insaziabile curiosità dei locali
(pochissimi europei sono passati per di qua) e le danze in nostro
onore. Poco dopo cena siamo invitati nella piazzetta del villaggio.
Ci riuniamo in un cerchio e alla luce delle lampade a olio un
giovane pakistano comincia a tambureggiare su una tanica di latta,
mentre un altro vestito di una logora giacca militare intona una
melodia con un flauto. I pakistani iniziano la danza: al centro del
cerchio il danzatore imita il movimento del serpente sibilando
contro gli attenti ed estasiati spettatori. Anche noi per omaggio
balliamo. Infine, momento massimo della rappresentazione, il cantore
del villaggio innalza verso il cielo nero e limpidissimo una canzone
d'amore per la luna e le stelle. In disparte le donne osservano
silenziose nell'oscurità. Con il cuore pieno d'emozione entriamo
nelle nostre tende. All'alba di giovedì comincia il trekking che ci
porterà in otto ore di cammino attraverso splendidi paesaggi al
villaggio stagionale di Mahthantir. Le voci dell'arrivo di un gruppo
di stranieri ci hanno preceduto lungo la valle e allorquando
oltrepassiamo il ponte che dà accesso al piccolo altipiano dove
nasce il villaggio, tutti gli abitanti del paese sono pronti ad
accoglierci, in particolare la nostra Vanna, prima donna non
pakistana a risalire queste valli remote di fede ismaelita. Domani
altre quattro ore di cammino ci porteranno al campo base.
Alberto Peruffo
Il popolo Shina ed il paesaggio di
Tarcisio Bellò
Nel remoto villaggio di Ghotulti termina la carreggiabile. Sono
pochissimi gli occidentali che hanno messo piede in questa zona e si
conserva ancora il ricordo di un inglese, un certo Shember (dovrebbe
essere Lord Chamberlain) che nel 1876 vi fece la prima visita. Nel
comprensorio di Ishkoman vive il popolo Shina che ha enormi
differenze culturali rispetto alle ben 72 etnie ed altrettanti
linguaggi presenti in Pakistan. Per fortuna nelle scuole vengono
insegnati l'urdu, lingua nazionale, e l'inglese, retaggio di quasi
due secoli di occupazione britannica. Gli Shina si sono adattati a
coltivare le fertili vallate, a sfruttare le risorse idriche per le
coltivazioni e ad allevare bovini, pecore e capre. Gli insediamenti
si trovano a 2000-2500 metri di quota e viene praticato l'alpeggio
stagionale nei tre mesi estivi. In questo periodo il clima è secco
e le temperature decisamente favorevoli tanto che a 3000 metri non
scendono sotto allo zero termico. I terreni in altura sono del
governo mentre gli appezzamenti di fondovalle mantengono un diritto
di proprietà che si tramanda oralmente da secoli. Esistono due
organismi politici elettivi, il Consiglio dell'Unione e il Consiglio
Locale, quest'ultimo rappresenta la Fondazione istituita e
finanziata dall'Agha Khan per sviluppare l'assistenza ai poveri,
l'educazione, la sanità e gli sport rurali fra cui il gioco del
polo che qui ha una particolare tradizione. Interessante è il fatto
che non esiste emigrazione verso paesi stranieri, indice di buona
economia locale.Tutte queste informazioni le abbiamo raccolte da
Mirza Mohammad, sindaco di Ishkoman, che ha accompagnato
ufficialmente la nostra spedizione fino al campo base. In complesso
in territorio Shina vivono circa 6000 abitanti di fede musulmana
ismailita che hanno nell'Agha Khan il loro capo religioso.
Nonostante gli obblighi imposti dall'Islam qui le donne si mostrano
a viso scoperto e indossano copricapi coloratissimi a forma di
cilindro, accompagnati da abbigliamento spesso abbastanza vivace. Il
carattere aperto e la sorprendente ospitalità del popolo Shina si
contrappongono alla ruvida bellezza del paesaggio e ai fortissimi
contrasti fra i verdi coltivi e le aspre montagne. A Ghotulti, il
capo del villaggio, 73 anni combattente nel Burma durante la II
guerra mondiale ci ha aperto la sua casa per visitarla. L'abitazione
costituita da tre stanze quadrate con apertura centrale nel soffitto
è recintata da muretti a secco coperti da rami spinosi per impedire
l'accesso agli animali. Nel cortile sopra alcuni massi granitici
grandi quantità di albicocche che seccano come scorta di cibo
invernale. La famiglia composta dalla moglie, dalla sorella e da
numerosi figli, nuore e nipoti si divide il poco spazio disponibile.
Le donne ci hanno spiegato come si produce il formaggio Quruth,
facendo agitare il latte dentro ad un otre in pelle di capra
ottengono una pasta che quando è asciutta e matura diventa molto
dura e si conserva a lungo. Alla fine della visita non abbiamo
potuto sottrarci ad un assaggio del Flover, un dolce fatto con
farina e yogurt. Intanto a nord il sole stava tramontando sul
Karkamush, 6222 metri, una delle vette più belle e difficili della
zona che presenta tre caratteristici pinnacoli sommitali. Una
leggenda racconta che un cacciatore si inoltrò nella valle del
Karkamush e udì il richiamo dei polli provenire dall'alto, così i
pinnacoli ora rappresentano tre teste di pollo. Da Ghotulti
risaliamo la valle Baru Gah, lungo la facile viabilità pastorale. Bambini
e adulti si avvicinano con curiosità e senza malizia: sapevano del
nostro arrivo e che nel gruppo c'è una donna. Vanna Danuso aveva
intrattenuto uno scambio nell'arte del trucco femminile e questa
notizia aveva fatto il giro della valle. A Mathantir, unico posto
tappa della spedizione, le abitazione stagionali dette "hut"
somigliano alle capanne indiane realizzate però con legno e
frasche, utili soltanto a fare ombra (evidentemente in estate non
piove mai). Sopra dei graticci rialzati decine di piccole forme di
formaggio asciugano in previsione dell'inverno che qui è
particolarmente freddo e severo e gli alpeggi vengono abbandonati. A
inizio primavera le scorte alimentari si possono esaurire e questo
per famiglie locali significa patire la fame. Verso est si erge la
possente piramide del Kampur Peak di circa seimila metri. Kampur in
lingua Shina significa "casa di vecchia donna" e questa
bellissima montagna che somiglia al nostro Gran Zebrù secondo il
capo del villaggio non risulta salito mentre da altre fonti abbiamo
notizia di una prima ascensione giapponese. Una breccia a nord delle
valle Soot Gah - "valle dritta" - lascia intravedere una
splendida vetta innevata.
Tarcisio Bellò
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 | 26
luglio. Gilgit
Partiti da Chilas mercoledì, siamo arrivati nel primo pomeriggio
nella città di Gilgit, famoso posto di frontiera, stazione di sosta
della Via della Seta e ultimo avamposto dell'Impero Britannico. Alle
7.00 di mattina ci aspettava sorridente sulla porta del pulmino Nig
Aalam, il nostro imperturbabile autista. Timorosi cominciavamo il
secondo giorno di viaggio sulla KKH. Poco fuori Chilas ci fermiamo
per ammirare incisioni e iscrizioni rupestri antichissime,
raffiguranti Budda e stupa. Pellegrini e missionari buddisti che
andavano e venivano dalla Cina si raccomandavano in questo modo per
avere protezione e fortuna durante i loro lunghi e pericolosi
viaggi. Sulla sponda opposta dell'Indo guerrieri a cavallo, leopardi
e antilopi incisi sulla roccia risalgono al 1° secolo prima di
Cristo. La KKH continua sinuosa e precipite fino ad attraversare un
altipiano desertico. Il paesaggio è a dir poco impressionante: alte
e brulle montagne si alzano per ogni dove volge lo sguardo, mentre
qualche centinaio di metri sotto di noi scorre minaccioso e grigio
l'Indo. Ashraf Aman , che ci sta accompagnando orgoglioso tra le sue
montagne, ad un certo punto ci fa fermare e scendere dagli
automezzi. Alle nostre spalle una finestra azzurra tra gli infiniti
gialli e ocra degli altri monti ci fa scorgere l'imponente e bianca
mole del Nanga Parbat (8125 metri). Ma è poco più avanti che il
cuore di un alpinista viene messo duramente alla prova. Sul ciglio
destro della strada un monumento marmoreo a pianta quadrata sostiene
un obelisco di roccia e una scritta invita ogni pellegrino delle
montagne a sostare. "Qui confluiscono le tre catene montuose più
alte della terra": dove i fiumi Indo e Gilgit disegnano la loro
sofferta confluenza Karakoram, Himalaya e Hindu Kush
s'incontrano lasciando allibito anche il più disincantato tra i viaggiatori. E' un punto cruciale, un vero e proprio santuario per
gli alpinisti. La KKH, ora più rettilinea, abbandona l'Indo
per seguire il Gilgit. Finalmente la vista è adesso più aperta e
il colore della verdeggiante città di Gilgit è incoraggiante. Dopo
tante ore di dirupi e di deserto pietrificato i nostri occhi
guardano con piacere le pianure coltivate ornate di elegantissimi
pioppi cipressini. La regione di Gilgit è un oasi di verde e la sua
città principale è un crogiolo di genti, di lingue e di merci.
Ricca di storia, e ammirata anche da Marco Polo nel XIII° secolo,
sarà la nostra sosta per la giornata di mercoledì. Una visita al
rinomato bazar nel pomeriggio, una buona cena pakistana alla sera e
subito a riposare in vista dell'impegnativa tappa di domani.
Alberto Peruffo
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 | 25
luglio. Chilas
Dal primo mattino siamo partiti da
Islamabad percorrendo quasi 500 chilometri fino a Chilas lungo la
Karakoram Highway ed il corso del fiume Indo. La strada per molti
tratti rimane alta e protetta sulle costiere dirupate e sul
fondovalle dell’Indo, il grande fiume che nasce in Tibet e sfocia
nell’Oceano Indiano scorrendo turbinoso e carico di sabbie
moreniche. Il colore grigiastro delle acque e la densità del fluido
fa assomigliare il tutto a cemento liquido che accumula e disperde
lungo il tragitto vasti arenili sabbiosi. Le scene terrificanti
delle jeep, dei bus e dei camion sgargiantissimi che si rincorrono
paurosamente lungo l’autovia ci hanno tenuto con il fiato sospeso
per il concreto rischio di precipitare nell’abisso sottostante. Un
incidente del genere è accaduto ad una camionetta adibita a
trasporto di legname che rientrando da uno dei tanti sorpassi in
curva per evitare un mezzo dell’opposta carreggiata è finito giù
dalla scarpata. I feriti meno gravi sono stati riportati a spalla
sulla strada ma diverse misere lenzuola sono state aperte e stese
sopra i più sfortunati. L’arrivo notturno all’accogliente
Panorama Hotel è stato accolto con vero sollievo vista la velocità
con cui il nostro autista Nig Aalam - soprannominato Attila - ha
affrontato ben 250 chilometri di curve vertiginose. La Karakoram
Higway non è un percorso adatto a persone sofferenti di cuore e
somiglia più ad un interminabile giro di "tagadà" piuttosto
che una gita in pullman. Per fortuna una sola piccola frana ha
ostacolato brevemente il nostro viaggio, in località Halil dove
durante la sosta abbiamo stretto amicizia con il sultano del
Kohistan fermo per lo stesso motivo. Il Kohistan è un regno di alte
montagne, aride e poco produttive; l’aspetto del sultano, pur
signorile e fiero come il suo popolo, non esprimeva certo ricchezza,
ciononostante viaggiava con autista, scorta armata e un funzionario
d’ufficio. Nella mattinata abbiamo attraversato la cittadina di
Abbottabad caratterizzata da numerosi collegi e scuole militari e
poi alcune belle pianure coltivate fra cui una zona in altura dove a
circa 1000 metri di altitudine si coltivano tabacco, riso, mais e
svariati ortaggi. Il vasto altopiano di Mansehra è favorito dalla
piovosità dei monsoni e dalla fertilità dei terreni. Particolari
curiosi fanno meditare sulle differenze culturali fra l’occidente
e questo popolo di fede musulmana che seppellisce i morti qua e là
invece che in un cimitero chiuso. A Besham, villaggio carovaniero,
si mischiano povere merci alle mercanzie più pregiate come i
tessuti, le argenterie e le pietre preziose. In un caleidoscopio di
colori e di umanità varia sostiamo in un ristorante ottimamente
tenuto per pulizia e varietà di cibi che stride rispetto alla realtà
esterna povera e avara con i suoi abitanti. Con l’ingresso nella
profondissima valle dell’Indo iniziano gli spaventi ma
contemporaneamente cambiano i colori che si fanno terrosi e aspri:
la natura selvaggia di questo luogo è stata solo parzialmente
modificata dalla costruzione della Karakoram Highway, la moderna
strada che si collega al Tibet. Quest’opera colossale ha richiesto
migliaia di lavoratori che scavarono manualmente o con l’ausilio
di scarsi mezzi meccanici i franosi fianchi della montagna; gli
ammassi di roccia e i rovinosi crolli di pietrame hanno causato ben
1700 vittime fra gli operai. Per ora tutto procede bene a parte le
consuete difficoltà di collegamento con l’Italia. Un grosso
saluto da tutti i componenti della spedizione a familiari, amici e
lettori.
Tarcisio Bellò
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 | 24
luglio. Islamabad, Regency Hotel
All'alba di oggi siamo arrivati ad Islamabad dopo essere transitati
per Dubai, negli Emirati Arabi. Il viaggio aereo è andato molto
bene. La giornata è umida e piovosa. Approfittiamo del collegamento
internet dell'albergo per mandare un primo messaggio, essendo i
prossimi collegamenti più incerti per via del satellitare. Con la
competente assistenza di Daniele Tonani della Focus Hymalayan Travel
stiamo preparando il materiale in previsione della partenza di
domani mattina per Gilgit, verso i territori del nord pakistano. L'atmosfera
internazionale del Regency, piccola 'stazione' di transito per gli
alpinisti di tutto il mondo, è davvero stimolante. Ad accoglierci
la massima autorità alpinistica del Pakistan, Mr. Ashraf Aman,
primo uomo pakistano a scalare il K2, la montagna degli italiani e
ai quali Ashraf è molto legato per ragioni storiche e di amicizia.
Parliamo infatti della storia alpinistica passata e recente del
Pakistan, nonché del nostro progetto, da lui molto apprezzato. Nel
frattempo rientra in Hotel - proprio dal K2 - la spedizione di Hans
Kammerlander. Il maltempo ha flagellato come poche volte negli
ultimi anni le zone monsoniche del Karakoram e dell'Himalaya, la
molta neve caduta ha costretto al rientro spedizioni molto forti e
preparate come quella di Hans (il suo obiettivo era scendere il K2
con gli sci!). Alle 13.30 varcano la soglia anche le facce scurite e
stanche del forte team della Repubblica Ceca guidati da Berbeka: per
loro c'erano gli 8047 metri del Broad Peak, purtroppo carichi di
neve e valanghe. Con noi per parte della spedizione anche Angelo
Rusconi, alpinista di Asso molto esperto del Pakistan, accompagnato
da un operatore della televisione italiana per fare un documentario
sull'Hindu Raj. Rusconi sta promuovendo la costruzione di un piccolo
rifugio nella zona del Barhi Lake. Tra le tranquille camere del
Regency scorgiamo infine una persona che gira con una gamba
ingessata di fresco: si tratta di un alpinista americano impegnato
fin pochi giorni fa sulla cima più alta dell'Hindu Kush, il Tirich
Mir (7708 metri). Il motivo per ora ci è sconosciuto, ma all'ora di
cena cercheremo di conoscere i dettagli dell'incidente.
Per ora è tutto dal Pakistan. Un grosso saluto a tutti e restate
sempre collegati con noi.
Alberto Peruffo.
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