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Venerdì 1 settembre. Montecchio Maggiore, redazione di Intra i sass.
Giovedì 31 agosto.
Aeroporto Marco Polo di Venezia. Alle ore 13.50 tocchiamo puntualmente la pista dell’aeroporto veneziano intitolato al grandissimo viaggiatore nostro conterraneo che visitò secoli or sono le stesse terre da cui noi oggi torniamo. E' una strana sensazione ritornare a casa per ogni viaggiatore che abbia veramente vissuto una realtà straniera da quella in cui lui abitualmente vive, e non preconfezionata nei muri della propria cultura da un'agenzia di viaggio, come a volte succede. L'ultima settimana vissuta a stretto contatto con l'Islam e con la caotica realtà sociale ed ambientale delle città pakistane ci ha profondamente segnato. Il sorvolare i lussureggianti boschi e le pianure coltivate della Germania centrale e della Pianura Padana non può non creare un senso di desiderato disagio nei nostri occhi. L'apparire della laguna veneta e delle ordinate architetture della città di Venezia è infatti come una liberazione dalle molte incognite del viaggio di ritorno, la consapevolezza di essere arrivati finalmente a casa. Sappiamo che tra pochi minuti abbracceremo i nostri cari e un certo subbuglio interiore ci accompagna nell'intervallo di tempo in cui siamo impegnati nel ritirare i bagagli; e nonostante questi ultimi ci creino qualche problema (mancano tre fusti e due sacche, che fortunatamente ci verranno consegnate il giorno dopo) la nostra attenzione è tutta rivolta verso le porte che ci separano dall’uscita. Dopo un'ora di trambusto varchiamo la soglia d'uscita e di là è grande festa. Subito un suono di fisarmonica invade l'aria accompagnata da voci per lo più femminili che intonano una canzone a noi ben nota. Cartelloni con scritte cubitali d'accoglienza rubano il nostro sguardo dai volti amici che ci guardano. Siamo frastornati e quasi non sappiamo dove andare perché un fitto cerchio di persone ci impedisce la vista e la fuga verso i nostri cari. Ma è solo una attimo di festosa esitazione. Poi ognuno ad abbracciare la propria moglie, i figli, i genitori e chiunque altro gli capiti davanti. Momenti di commozione. Alcuni di noi sono vestiti da pakistani rendendo un enigma ai presenti il proprio riconoscimento. Pure la televisione ci attende ed intervista il nostro capospedizione. Si sale quindi tutti in corriera e alla prima stazione di sosta in autostrada ci fermiamo per festeggiare con dell'ottimo vino, sopressa, formaggio, pane biscotto e dolci casalinghi. Rincasiamo.
La spedizione è dunque felicemente conclusa e con questo ultimo messaggio vi invito a non perdere il contatto con le pagine della nostra spedizione per eventuali approfondimenti e con le pagine di Intra i sass (rivista di cui sono ideatore e curatore) per leggere di altre spedizioni e di avventure di alpinismo.
Un caloroso arrivederci.
Alberto Peruffo


Mercoledì 30 agosto. Peshawar, Pakistan.
Finalmente riuniti.  
I due gruppi della spedizione si sono finalmente riuniti ieri, martedì 29 agosto, a Peshawar, città tra le più importanti del Pakistan. Il viaggio per arrivare a Peshawar è stato avventuroso, faticoso e molto lungo per entrambi i gruppi. Quindi poche e stringate notizie per il momento. Innanzitutto, più o meno, stiamo tutti bene. Il trekking è andato a meraviglia, anche se si è rivelato più impegnativo del previsto. Sette giorni di cammino attraverso splendide montagne e valicando passi d'alta quota di cui uno mai percorso prima d'ora. Nella sua relazione di ieri sera, Luciano Chilese, ha proposto di battezzare l'itinerario escursionistico d'alta montagna appena percorso con il nome di "Trekking dei 6000": tutti i componenti del gruppo raccontano infatti di splendidi scenari sui numerosi 6000 della zona, nonché su quelli saliti dalla nostra spedizione che apparivano nitidi e imponenti in lontananza.
Il gruppo partito dal Campo Base sabato 26 agosto, ha raggiunto in una giornata di duro cammino (20 chilometri per 1000 metri di dislivello) il villaggio di Gothulti, quindi è ripartito il mattino seguente alla volta di Gilgit (sette ore di jeep). Qui ha salutato gran parte dello staff pakistano. E' stato uno dei momenti straordinari della spedizione: il rapporto d'amicizia e di profondo rispetto instaurato con i portatori d'alta quota pakistani ha fatto commuovere più di qualcuno (Nizar Alì, il nostro portatore più forte e instancabile, 45 anni e padre di sette figli, piangeva di nascosto). Lunedì con 13 ore di pullman, lungo la terribile e franosa KKH fino a Besham, arriviamo a Mingaora, la capitale dello Swat, regione molto ricca del Pakistan. Mingaora è rinomata per essere stata uno dei centri più antichi del Buddismo, di cui ormai non resta che qualche rara traccia. Il mattino successivo visitiamo lo Stupa di Shingerdar e i resti della famosa città monastero di Takht.i.Bahi. A mezzogiorno siamo a Peshawar dove felicemente riabbracciamo gli amici di cui non avevamo notizie da una settimana.
Essendo un po' tutti impegnati a girovagare per il più grande bazar dell'antico oriente, vi rimando per notizie più dettagliate ai prossimi giorni. Nel frattempo un grosso saluto a nome di tutti ricordandovi che domani rientreremo in Italia (a Venezia, ore 14. Amici e familiari, se portate vino, pane biscotto e sopressa nostrani... sarà cosa gradita).
Un caro saluto.
Alberto Peruffo


Venerdi 25 agosto. Campo Base, lago Atar, quota 3850
Tel. 00873/761315919 ore 15-19 ora italiana.
Un primo bilancio della Spedizione Chiantar 2000 di Franco Brunello
Ultimo giorno al campo. Tiriamo le somme di questa azzeccata e fortunata spedizione. Indovinata la località prescelta, ottima l'organizzazione logistica, difficili e appaganti le mete prefissate. Abbiamo salito le tre massime vette della vallata e molte altre ancora, realizzando difficili itinerari sia su ghiaccio che su roccia. Già i mezzi di informazione hanno dato ampio spazio alla nostra attività, ed altro ancora lo aspettiamo quando divulgheremo l'eccezionale massa di informazioni ed immagini raccolte. Abbiamo esplorato 5 diversi bacini glaciali: spazi immensi occupati dai ghiacci, un'orgia di cime, di pareti rocciose, di pilastri, di canaloni e seracchi. Una infinità di problemi alpinistici di elevato livello. Abbiamo percorso per 8 giorni itinerari nuovi e sconosciuti del massimo interesse. Il vento scuote la tenda mentre scrivo e porta gocce di pioggia. Il tempo coperto e freddo accentua la malinconia del momento e l'inquietudine che trasmette questa piana ai margini del grande lago. In un passato non lontano le forze della natura qui si diedero battaglia. Frane di sassi e di ghiaccio, neve e valanghe, e inondazioni del lago arrestarono le schiere di salici e di betulle che salivano a colonizzare la valle. Tronchi divelti e dilaniati, sassi e macigni, ceppaie martoriate di ginepro sono sparsi ovunque. Piccole mucche dal pelame arruffato dal vento, minuscole capre spigolano qua e là un filo d'erba. Due pastorelli osservano da lontano il nostro campo. Anwar, il rappresentante dell'agenzia che ha organizzato in modo perfetto il nostro soggiorno, mi illustra i suoi progetti: "Qui il prossimo anno costruiremo un loodge, già abbiamo deviato il torrente per portare l'acqua e ricavare degli orti per la verdura. Alcune rocce impediscono il passaggio lungo il lago, ma installeremo delle corde fisse e pioli in ferro. Nel lago semineremo anche avannotti di trota, per poter pescare. Se poi mi date i vostri nomi, farò incidere una targa, a ricordo del vostro passaggio." Nessuna di queste iniziative mi entusiasma, ma sono consapevole che questa località è destinata a cambiare rapidamente, e in peggio. Qualche cosa è già cambiato da quando, un mese fa, siamo arrivati accolti dai bambini dei villaggi. Ora parte del gruppo è partita per compiere un lungo trekking, mentre gli alpinisti sono rimasti. Emblematica questa separazione fra due diverse realtà, fra due modi di vivere la montagna e di concepire l'attività alpinistica. Non metterò più insieme, in una spedizione alpinistica, due mondi ormai troppo diversi fra di loro. Non voglio più vedere dei buoni alpinisti spaesati di fronte a problemi troppo grossi e d'altronde incapaci di attuare senza il mio aiuto delle iniziative alla loro portata. D'altronde era più importante dedicare tempo ed energie alla soluzione dei problemi maggiori. E quando mi sono trovato all'ultimo campo sotto il Garmush con due compagni meno allenati di me, ho preferito salire da solo che rischiare, legandomi con loro, di fallire la vetta. Così ha fatto Tarcisio quando ha notato che i due compagni con i quali già aveva percorso gran parte della via erano più lenti di lui. L'importanza della via, il risultato di prestigio da conseguire, le esigenze degli sponsor sono motivi più che sufficienti a giustificare qualche piccolo strappo all'etica alpinistica. Qualsiasi meta importante richiede un supporto logistico e tecnico consistente, ma raramente chi è teso al risultato è disposto a riconoscerne l'importanza ed ha occhi per cogliere aspirazioni ed aspettative di chi fornisce tale supporto. Ad oltre settemila metri, sul Dhaulagiri, avevo trovato e recuperato la tendina d'alta quota di Chantal Mauduit, la famosa alpinista francese che vi aveva trovato la morte. Questa tenda aveva per me un elevato valore affettivo e costituiva un importante cimelio storico. E' stata portata in alta quota, utilizzata e abbandonata quando non è più servita*. C'erano altre cime alle quali dedicarsi. Sulla tendina, a grandi lettere, c'era scritto: " Datemi un alito di vita ed io andrò, ospite delle altezze". Forse era destino che quella tenda restasse per sempre ospite delle altezze, ma con essa resta anche qualche cosa di me.

* La tendina di Chantal Mauduit ha avuto purtroppo una vicenda complessa  e sofferta. Lasciata al colle per tentare la cresta integrale del Shashalay (affascinante problema alpinistico di cui si conoscono solo le due vie di salita od eventuale discesa, quelle della Cima Nicolajewcka e dell'Italia Peak, collegate da una cresta lunga più di 3 chilometri) o per permettere agli alpinisti della spedizione di provare il fascino di un pernottamento alle alte quote in ambiente splendido e selvaggio, man mano che i giorni passavano, per un motivo o per un altro (spesso il brutto tempo ha bloccato ogni iniziativa per la difficoltà e la pericolosità del canalone che porta al colle) nessuno è più risalito fino alla tenda. L'ultimo giorno utile della spedizione - mercoledì 23 agosto,  mentre Brunello  Peruffo e Romio erano impegnati nell'ultima importantissima esplorazione - un estremo tentativo è stato compiuto da Mirco Scarso con due compagni, i quali - forse anche spaventati da una fresca slavina caduta da poco nel centro del canalone - non se la sono sentita di affrontare l'impegnativa salita. Mirco saggiamente non ha proseguito da solo, conoscendo ciò che gli aspettava in discesa (sono necessarie delle doppie su ghiaccio ripido e bisogna avere almeno un compagno per trasportare con sicurezza il materiale). Come dice Franco, era probabile destino che la tendina restasse ospite solitario delle altezze, ma forse non per sempre, perché siamo sicuri che altri alpinisti torneranno in questo bellissimo luogo dove ammireranno stupiti il raro e grazioso cimelio - ora ornamento -  che Chantal ci ha lasciato (n.d.r.).


Venerdi 25 agosto. Campo Base, lago Atar, quota 3850
Tel. 00873/761315919 ore 15-19 ora italiana.
Lettera a tre amici di Mirco Scarso
Dal momento che sono giunto in Pakistan, ho sognato continuamente una salita in grande stile di noi quattro. Avevamo già assaporato ai Pizzi Palù una gran bella ascesa, contornata da un tempo splendido e da una preparazione fisica e tecnica di noi quattro formidabile. Nel frattempo io e Alberto, aspettando voi due, iniziavamo l'acclimatazione, salendo due bellissime vette vergini. Continuavo comunque a pensare ad una via tutta nostra, da assaporare nuovamente assieme. Dal momento in cui, Enrico e Michele, siete arrivati al Campo Base, abbiamo ricostruito un quartetto compatto e affiatato. Di nuovo insieme siamo partiti per continuare e completare l'acclimatazione; Enrico e Michele raggiungendo una bella vetta (Cima della Mamma) attraverso una bellissima via di ghiaccio, ed io e Alberto tentando di raggiungere la sella del Garmush innominato per osservare la via di salita. Noi siamo stati respinti da una bufera di neve, voi siete arrivati al Campo Base raggianti. Finalmente dopo un po' di giorni di riposo siamo ripartiti tutti e quattro assieme caricati al massimo e pronti a raggiungere qualsiasi obiettivo. Arrivati al Campo B1 ci siamo sistemati bene, complice pure il bel tempo. Tutto era secondo programma. Alle 2 ci siamo svegliati, alle 3 eravamo pronti per la partenza, e anche se non eravamo tutti d'accordo nella maniera di progredire in cordata siamo partiti determinati (l'amicizia fa superare certe divergenze). Così, giunti sulla cresta della nostra montagna, ci siamo guardati in faccia, eravamo contenti, anche se la fatica si faceva sentire. Durante la salita siamo sempre stati in sintonia, forse abbagliati dalla bellezza che si presentava davanti a noi. Alla fine della salita, quando la vetta si è presentata davanti a noi siamo scoppiati in lacrime dalla commozione, ma io mi sono soprattutto commosso per aver raggiunto questa cima, Renato Casarotto Kor, assieme a voi. Era il mio sogno. Grazie.

Perché Cima Nicolajewcka? di Mirco Scarso
I miei ricordi legati a questo nome di una sperduta località russa, risalgono al periodo in cui frequentavo le scuole medie. In seconda classe il nostro libro di lettura antologica era intitolato "Il sergente nella neve" di Mario Rigoni Stern. Già all'acquisto del libro ne fui incuriosito, lo aprii e per prima cosa osservai le foto. Me ne rimase impressa soprattutto una: raffigurava una colonna immensa di soldati, parevano abbandonati a se stessi. Durante quei due ultimi anni delle medie lo lessi e lo rilessi; mi colpii in modo particolare una frase detta probabilmente in dialetto bresciano: 
- Sergent magiù, ghe turnarem a baìta? - 
- Sì, Giuanin ghe turnarem a baìta. -
Purtroppo Giuanin morirà a Nicolajewcka. Mi posi delle domande a cui, solo più tardi negli anni, leggendo molti altri libri su questo argomento, riuscii a dare delle risposte. Qual'erano le risposte? Non dovevano esserci più guerre, troppi morti, troppa disperazione e soprattutto il bisogno di rimanere ognuno nella propria casa, nella propria terra, in pace con tutti. Al ritorno dal servizio militare svolto nel corpo degli Alpini, mi sono sentito ancora più legato a questa vicenda. Approfondendo la conoscenza su questi fatti d'armi e leggendo i vari libri di Giulio Bedeschi, mi sono reso conto che da Alpino ed alpinista dovevo rendere omaggio a tutte le persone cadute in guerra, fossero esse civili o militari, senza distinzione di parte. Questo omaggio per me era racchiuso solamente in una parola: NICOLAJEWCKA, l'emblema massimo del sacrificio di molti Alpini per assicurare agli altri la strada verso casa.


Giovedi 24 agosto. Campo Base, lago Atar, quota 3850
Tel. 00873/761315919 ore 15-19 ora italiana.
Aggiornamento  20-24 agosto.
Domenica 20 agosto.
Volge alla fine oramai l'attività alpinistica e in questi ultimi giorni di permanenza nella valle di Mahthantir ci stiamo dando da fare per completare l'esplorazione delle valli laterali che in essa confluiscono. Domenica un gruppo formato da Franco Brunello, Alberto Peruffo, Mirco Scarso e Michele Romio si sono addentrati nella valle a est del Shashalay, la Ishkarkbat Sha. Saliti lungo una ripida balza granitica seguendo una traccia di pastori, stupefacente è stato l'incontro con alcuni esemplari di ginepro gigante. Stimare la loro età non è cosa facile, ma possiamo azzardare che il più vecchio di questi contorti e affascinanti monumenti della natura sia millenario. Durante la salita di tale imprevisto sentiero ci ha raggiunto colui che a noi si è presentato come il proprietario: signor Zyrat Murad. In un primo momento il comportamento del signor Zyrat ci è parso un po' strano, chiedendoci una tariffa di 100 rupie (...3900 lire) per percorrere il sentiero. Inoltre insisteva per accompagnarci. Noi non abbiamo fatto alcuna obiezione e così ce lo siamo trovato davanti ai nostri passi fino al margine del grande ghiacciaio che chiude la valle. Dobbiamo confessare che il protagonista della giornata è stato proprio il signor Zyrat. Innanzitutto il suo passo in salita tradiva assolutamente la sua età: 65 anni. Ci ha quasi tirato il collo a tutti quanti. Altra curiosità è che egli, nel mentre camminava aprendoci la strada, faceva una manutenzione impeccabile del "suo" sentiero, spostando ora di qua ora di là ogni sasso che ostruiva la via. Arrivati sul ghiacciaio Zyrat Murad si è seduto sul limite della morena; nel frattempo un'inopportuna nevicata disturbava la nostra esplorazione. Al ritorno il signor Zyrat era ancora lì ad attenderci e prontissimo a stringerci la mano perché avevamo camminato sul ghiacciaio. In discesa, con le sue scarpe bianche, lacere e consunte, ci ha guidato meglio di un capriolo attraverso le infinite distese di sassi che costituiscono le morene. In un tratto di scaglie nere di mica pareva danzare senza muovere neppure una lama dell'infida roccia: straordinario ed elegantissimo, tanto che lo abbiamo definito l'uomo-sentiero. Alla fine la giornata si è conclusa nel suo villaggio dove le numerose mogli di Zyrat attorniate da una moltitudine di bambini ci hanno offerto yougurt fresco, milk-tea e ciapati.

Martedì 22 e mercoledì 23 agosto.
Dopo la valle di Ishkarkbat ci restava la valle che nasce direttamente a nord del villaggio di Mahthantir. La Sot Suj Gah ("valle dritta") è la più distante dal Campo Base (bisogna infatti ridiscendere al villaggio per 6 chilometri perdendo lentamente 500 metri di dislivello) e sapevamo essere anche probabilmente la più profonda. Non potevamo tuttavia lasciare il Pakistan senza fare almeno una visita a detta valle: solo in questo modo potevamo considerare completa l'esplorazione della zona di Mahthantir e chiudere in bellezza la nostra spedizione. Martedì mattina un gruppo costituito da Franco Brunello, Alberto Peruffo, Michele Romio e i due portatori d'alta quota Nizar e Sahid lascia quindi il Campo Base con l'intenzione di piantare un campo avanzato nel punto più alto raggiungibile della valle e procedere all'esplorazione il giorno seguente. La pioggia ci accompagna per metà del nostro lento e faticoso cammino, lungo pietraie noiose e a volte impraticabili. Spesso ci guardiamo in faccia, ormai stanchi e provati dopo un mese di intense avventure e infinite camminate, in cerca di un reciproco incitamento per raggiungere la testata della valle che sembra mai arrivare. Anche i nostri infaticabili portatori sono stanchi. Ogni tanto compaiono rare tracce di animali da pascolo che ci fanno presagire dei pascoli d'alta quota. Un torrente impetuoso (dove Michele scivolerà dentro al ritorno!) e di cui non riusciamo trovare guado ci costringe sempre più verso la sinistra della valle. Finalmente, dopo ore di tribolazione, scavalchiamo il primo marcato limite di un antichissimo e morenico bacino glaciale dove sgorga il torrente e ci compare una splendida e inaspettata radura. L'impetuoso torrente si trasforma in placido e tranquillo ruscello e vacche al pascolo ci introducono in un mondo completamente diverso da quello appena lasciato alle spalle. Pure la pioggia ci dà tregua e in breve tempo troviamo il posto adatto per piantare il Campo C. Il giorno successivo ci svegliamo all'alba, luminosa e senza nubi, e partiamo decisi in direzione delle alte montagne che delimitano la valle. Camminiamo lungo una regolarissima e simmetrica morena, veramente perfetta e che agevola di molto la nostra progressione. Man mano che avanziamo lo stupore che ci accompagna diventa sempre più grande: siamo le prime persone che entrano in questi luoghi con occhio esplorativo e alpinistico. Dinnanzi a noi si aprono scenari di picchi innevati ancora da scalare, alti tra i 5800 metri e i 6200 metri, pareti di granito e di ghiaccio dove si potrà praticare un alpinismo di alto livello tecnico e di grande soddisfazione esplorativa. Tocchiamo la testata della valle e girando a sinistra ci alziamo su un ripido pendio sassoso in cerca di un posizione appropriata per fare rivelamenti orografici e fotografici, nonché per contemplare le bellezze che la natura ci offre in quest'angolo sconosciuto tra le montagne. Franco, nostro capospedizione, con la sua barba tutta bianca, la matita, carta e bussola, sembra un esploratore d'altri tempi, tutto intento nel riprendere puntigliosamente l'azimut delle montagne. E in realtà in questi momenti stiamo vivendo ciò che vissero gli esploratori delle nostre Alpi due secoli fa, un'esperienza davvero straordinaria e che vale quanto la salita di una vetta bellissima e vergine. La contemplazione di luoghi selvaggi e incontaminati è una grande espressione di libertà, una libertà interiore che poi per molti di noi si trasformerà anche in una libertà esteriore che mediante l'azione ci porterà a muoverci secondo le nostre capacità nei luoghi desiderati dalla contemplazione. E ciò che stiamo contemplando è sicuramente grande e colmo di possibilità. Questo enorme bacino glaciale che abbiamo ai nostri piedi è la confluenza di due grandi ghiacciai che si incontrano a Y nella morena che abbiamo faticosamente risalito e potrebbe esso solo essere la meta per una futura spedizione. Già abbiamo rilevato l'ubicazione di un possibile Campo Base e dei campi avanzati con i relativi obiettivi alpinistici. Da notare infine che con quest'ultima esplorazione abbinata con l'attività alpinistica svolta in questo mese più quella di tre anni fa a Karambar siamo ora in grado di avere una documentazione orografica e fotografica delle montagne di Mahthantir da tutti e quattro i punti cardinali. Un ottimo presupposto per gettare le basi di una carta e di uno studio orografico dettagliato della zona.
Giovedì 24 agosto.
Rientrati tutti al Campo Base, da oggi si considera chiusa l'attività alpinistica della spedizione e si iniziano le operazioni di pulizia del campo, in previsione della partenza fissata per il giorno 26 agosto. La spedizione è quindi dal punto di vista alpinistico terminata, ma restate ancora collegati con noi: nei prossimi messaggi cercheremo di tirare un consuntivo o perlomeno di allietare la vostra lettura ancora con curiosità, lettere, fatti e misfatti della vita di campo e notizie fresche dal trekking del secondo gruppo.
Un cordiale saluto dal Pakistan.
Alberto Peruffo


Domenica 20 agosto. Campo Base, lago Atar, quota 3850
Tel. 00873/761315919 ore 15-19 ora italiana.
Aggiornamento 17/18/19 agosto.
Giovedì 17 agosto.
Raggiunti i 6244 metri della Renato Casarotto Kor il 16 agosto, il giorno successivo tentano l'ascensione Franco Brunello, Giuseppe Zini e Giuseppe Carlotto. Alle tre di notte il tempo non è dei migliori, ma verso le cinque una schiarita permette ai tre di lasciare le tende del Campo B1. Salito il Canalone Montecchio fino alla sella di cresta, i nostri procedono come due cordate indipendenti: Franco da solo e gli altri due assieme. Seguendo le tracce del giorno precedente che si tengono per quanto possibile sul filo sinistro di cresta e rimontano ripidi pendii di neve con pendenze fino a 65°, Franco riesce a raggiungere l'anticima mentre i compagni si attardano un po' sulla lunga, faticosa quanto sinuosa cresta. L'anticima presenta una forte impennata che porta sotto ad un caratteristico cappuccio stratificato di neve e ghiaccio da aggirare prudentemente sulla sinistra. In questo punto purtroppo si ferma il tentativo dei nostri amici Zini e Carlotto, già affaticati e provati da una salita precedente forse troppo prossima a quella in atto. Franco invece, guadagnato l'anticima, prosegue costante e determinato attraverso il breve corridoio seraccato che introduce alla cresta sommitale. Complimenti quindi a Franco, nostro capospedizione, che alle 11.20 calpesta l'esposta cornice di vetta. Un curioso ricordo del giorno prima. Quando noi arrivammo in cima, dopo aver chiamato alla radio tutti gli amici del Campo Base e ringraziando chi aveva duramente lavorato per l'allestimento dei campi alti, Gino Broca - su invito di Mirco - ci cantò una bellissima canzone di montagna: la radio funzionava a meraviglia e vi lascio immaginare le emozioni da noi provate di fronte a un panorama straordinario accompagnato da una voce sincera e profonda.
Venerdì 18 agosto
La mattina è piovosa, nondimeno alle 5.30 la vita al Campo Base è già cominciata poiché per la giornata in questione è prevista la partenza del trekking. In cinque giorni un gruppo di 12 persone attraverserà quattro passi sempre sopra i 4000 metri di quota. Fortunatamente verso le sette la pioggia cessa, permettendo ai partecipanti del trekking e ai portatori di prepararsi per la partenza imminente. Alle 9.15 salutiamo i compagni che si mettono in cammino sotto un cielo coperto e carico di acqua. Un lungo corteo di portatori partirà poco dopo portandosi dietro per errore - ahimé - quasi tutti i viveri di noi che restiamo (otto persone). Ci rifaremo comunque con le scorte dello staff pakistano. Nel frattempo giungono buone notizie dal Campo B1: Zini e Carlotto dopo una notte passata sotto una bufera di neve riescono a smantellare il campo e scendere al Campo B dove ad attenderli ci sono Franco Brunello e Gianni Milan. Alla sera tutti rientrano al Campo Base.
Sabato 19 agosto.
Il tempo si è ristabilito e pare promettere bene. Alle 7.50 io e Michele Romio partiamo per finire il progetto di itinerario di roccia cominciato con Enrico Peruffo il giorno prima di partire per la cima che chiameremo Renato Casarotto Kor. Avevamo salito la prima parte di una guglia di ottimo granito con due tiri veramente bellissimi, molto tecnici e difficili (VI+ , VII). Il resto sembrava più facile e pensavamo di sbrigarcela in breve tempo. Tutt'altro. Come molti sanno il granito è spesso ingannevole e non sempre dove da distante si pensa di passare, poi si passa, specie se ci si protegge con chiodi normali e non si hanno spit nello zaino. Dopo molte peripezie e alcuni punti in cui ero sul procinto di tornare indietro perché non vedevo vie d'uscita (risolti con dei traversi e un pendolo da cui difficilmente probabilmente si può ritornare), nel tardo pomeriggio io e Michele tocchiamo la vetta di questa guglia che per molti aspetti assomiglia al Grand Capucin del Monte Bianco (almeno così lo ha definito Angelo Rusconi di Milano, il primo alpinista ad osservare la guglia). Battezziamo la guglia Juniperus Tower (Torre del ginepro) ispirati dal cespuglio di ginepro pensile abbarbicato nella seconda lunghezza di corda. L'attacco della via è a 4200 metri, mentre la quota della cima è 4540 metri. L'itinerario ha uno sviluppo di circa 450 metri con difficoltà tecniche che toccano il VII+ con cinque metri di A0 (L1: VI+, 30 m.; L2: VII, 25 m.; L3: VI-, 40 m.; L4: VII+, 35 m.; L5: VI+, 40 m.; L6: VII e A0, 40 m.; L7: II, III e IV+ , 240 m.) e l'abbiamo chiamata Pakistan High Porters, per sottolineare le notevoli doti di arrampicatori dei nostri portatori d'alta quota che sui massi del Campo Base sono riusciti a superare difficoltà d'arrampicata dell'ordine del 6b+/6c francese a piedi nudi (vedrete le diapositive), difficoltà tecnica d'arrampicata che in contesto alpinistico si incontrano anche sulla nostra via. In conclusione quindi una bella e difficile via sempre su ottimo granito di grosso spessore tecnico e a garanzia di ciò ci sono i complimenti dei miei compagni (compagno nella salita finale) che nel salire da secondi sono rimasti increduli che si potesse salire difficoltà del genere da primo, su terreno sconosciuto, chiodando e a una quota piuttosto elevata. Le incognite inoltre non riguardavano solo la salita, ma anche la discesa: con tre corde doppie da 60 metri sul versante sud e arrampicando su terreno facile alla fine abbiamo rimesso i piedi per terra.
Per ora è tutto, tanti saluti dal Pakistan.
Alberto Peruffo


Sabato 19 agosto. Campo Base, lago Atar, quota 3850
Tel. 00873/761315919 ore 15-19 ora italiana.
Considerazioni generali e aspetti linguistici-toponomastici di Chiantar 2000 di Luciano Chilese
La valle in cui siamo entra in profondità nel cuore dell'Hindu Raj, un grande sistema montuoso con una sua fisionomia ben caratterizzata. Delimitato a nordovest dal fiume Yarkhun che lo separa dall'Hindu Kush e a nordest dal fiume Karambar che lo distingue dal grande gruppo del Batura, l'Hindu Raj con i suoi numerosi 6.000, con grandissimi ghiacciai come quello del Chiantar, comincia solo da qualche anno a essere conosciuto. Le valli si inseriscono nette e profonde da est e risalgono fino ai passi alti (Atar Pass, 4700 metri - Panji Pass 4587 metri - Ghamubar Pass 4432 metri - Thui Pass 4499 metri). Una di queste è la nostra, Mathantir, "la valle molto lontana". Salendo a piedi da Gothulti, l'ultimo villaggio dove arrivano le jeep, si raggiunge la lunga e verde piana di Handis da cui inizia la valle di Mathantir vera e propria, con un sentiero ombreggiato da pini, thuie e betulle lungo il torrente omonimo. Si sosta attingendo a sorgenti d'acqua fredda e limpidissima. La prima tappa è sul pianoro erboso del villaggio di Mathantir (Matànter in lingua Shinà). Sempre all'ombra di grandi pini e alte betulle si attraversano villaggi estivi dove dimorano gruppi di famiglie salite con gli animali ai pascoli alti. Le dimore sono simili a tutta l'alta montagna pakistana occidentale: l'abitazione principale costruita da una basso muretto a secco, da cui partono a cono molto acuto fasci di fusti di salice e betulla, come supporto, e rami di betulla e ginepro a chiudere le fessure. Una porticina di legno non più alta di un metro e dieci centimetri introduce all'interno, diviso in due parti: di solito a destra quella adibita alla notte, con coperte, tappeti, cuscini, e quella a sinistra con il fuoco sempre acceso al centro, destinata al lavoro; entrambe le parti comunicano con un piccolo vano con funzione di deposito e dispensa. Accanto all'abitazione principale tre o quattro piccoli recinti, sempre a forma di cono, costruiti con tronchi di legno grezzo, vengono utilizzati per la separazione degli animali, solitamente agnellini e capretti, montoni e becchi. All'esterno focolari per i grandi recipienti entro i quali bolle il caglio misto di pecora, capra e vacca, da cui ricavano un formaggio piuttosto acido molto apprezzato dai locali. Il formaggio scenderà a valle quando si tornerà alle dimore estive. Il 20 settembre uomini ed animali le lasceranno in lunghe file ordinate, attraverseranno i piccoli ponti su torrenti spumeggianti e rapidi. Per ultimi gli yaks saranno fatti scendere dai monti più alti dove avevano pascolato liberi per tutta l'estate. Ad Handis la prima sosta fino al 20 ottobre. Ma ormai i freddi incalzano e gli armenti scenderanno a Mominabad, i piccoli in recinti riparati, gli adulti sulle colline circostanti. Abbiamo raccolto queste informazioni dalla gente del posto, dai villaggi estivi di Bar (la costa piena di fiori), Ishkark Bat (le gialle lastre di pietra), di Doke (le case sopra una piccola altura). Ci hanno indicato anche i nomi di molte aree attorno a noi. Innanzitutto Atar, "l'area piena di cespugli"; Sha Sha Lay, "le erbe verdi"; Chokyi Gah, "il lungo torrente"; Sha, "l'area del ghiacciaio"; Lolì Dar, "le pietre rosse"; Shahìn Pangì, "gli ometti di Shahìn", il cacciatore che in un'altissima valletta andava a caccia di ibex e di pernici e ha voluto lasciare un segno del suo passaggio (come gli alpinisti odierni che innalzano ometti sulle vette appena salite). Questi nomi sono l'eredità di due lingue tuttora vive: la prima il Burushalshki, del popolo Burusha, una delle lingue più antiche diffusa in tutte le valli alte attorno a Gilgit fino a Baltit (Karimabad) e Altit; la seconda lo Shinà, del popolo Shin. Quest'ultimo, proveniente dal Kohistan, dal Darel e dal Tangir, spinse i Burusha nella contigua valle di Jasin, dove tuttora domina il Burushalshki. Nella nostra valle, oggi a parlata Shinà (ultimi arrivati), alcuni nomi di luogo conservano ancora l'antico sostrato Burushalshki. La fortuna di avere in Amin Sha (Burusha) e in Memoon Sha (Shinà) due ottimi interpreti ci ha permesso di addentrarci in un mondo così lontano e per certi aspetti così vicino alle nostre categorie mentali. Per chi di noi è nato negli anni '30-'40 ci sono stati momenti di autentica commozione, perché gli aspetti di vita quotidiana qui consueti ci hanno riportato alla nostra fanciullezza di piccoli contadini delle amate terre venete.


Giovedi 17 agosto. Campo Base, lago Atar, quota 3850
Tel. 00873/761315919 ore 15-19 ora italiana.
Mercoledì 16 agosto.
Partiti martedì 15 agosto dal Campo Base per raggiungere direttamente il Campo B1 a quota 5300 metri, mercoledì alle 3 di notte - Mirco, Enrico,  Michele ed io - cominciamo la salita del canalone che porta sulla cresta del secondo Garmush, cima vergine e innominata, rilievo di primaria importanza orografica e punto di riferimento di tutte le mappe geografiche esistenti della zona per la sua bellezza e singolarità. In poco meno di due ore riusciamo a guadagnare la sella a 5700 metri, dove si erano fermati i tentativi dei nostri amici. La notte sta per lasciare spazio alla luce dell'aurora. Sotto di noi riusciamo a intuire le grandi piste ghiacciate del ghiacciaio di Chiantar, mentre sulla sinistra il nostro sguardo indugia preoccupato sulle prime ripide balze della lunga cresta che porta alla cima. Le incognite sono molte, specie dopo le ricognizioni precedenti. Iniziamo quindi subito l'ascensione della cresta legati ad un'unica corda. Dalle vette scalate precedentemente avevamo osservato che le più alte probabilità di successo dovevano trovarsi sul filo sinistra di cresta. Infatti, lambendo alti seracchi e sormontando ripidi pendi, riusciamo sempre ad aggirare i crepacci che ad ogni divallamento della cresta potrebbero interromperci il cammino. L'ultima grossa impennata al nostro procedere ci è offerto da ciò che scopriremo essere l'anticima. Con un delicato traverso a sinistra rimontiamo su di essa con il cuore in gola: a pochi metri dalla sua sommità scorgiamo il punto più alto della montagna ancora distante e separato dall'anticima da una depressione ancora sconosciuta ai nostri occhi. E' l'ostacolo finale. Per fortuna nessun crepaccio blocca la nostra progressione e infilandoci in un bellissimo corridoio seraccato arriviamo in vetta alle 9.30. Quota 6244 metri. Siamo felicissimi e tutti profondamente commossi. Non solo per aver scalato la montagna più importante della zona, obiettivo massimo della spedizione dopo che il Karka era stato messo da parte per la sua lontananza dall'area delle operazioni, ma per un altro motivo. In Italia noi quattro avevamo un sogno, il sogno di salire una montagna vergine e difficile tutt'insieme, ci eravamo preparati a dovere facendo qualche grande salita sulle Alpi a tempo di record; inoltre io avevo un altro grande sogno da agganciare al primo che i miei compagni condividevano con tutte le loro forze e i loro cuori, rafforzandolo ancor più, e che ci ha spinti con grande determinazione a non desistere di fronte alle difficoltà della salita. I sogni si sono realizzati e abbiamo battezzato la cima col nome di RENATO CASAROTTO KOR (Cima Renato Casarotto), in ricordo dell'amico e alpinista vicentino con il cui spirito di andare per le montagne ci siamo sempre sentiti in sintonia. La montagna rispecchia il suo carattere e la sua personalità, e di Renato noi vorremmo che ogni viaggiatore che transiti per queste terre remote ne serbasse memoria.
Un caro saluto.
Alberto Peruffo


Martedi 15 agosto. Campo Base, lago Atar, quota 3850
Tel. 00873/761315919 ore 15-19 ora italiana.
Ferragosto in Pakistan.
Eccezionale scalata in solitaria della cima Shashalay Est da parte di Tarcisio Bellò, la cima ora si chiama "Italia Peak" e raggiunge la notevole altezza di 6189 metri. Nel precedente tentativo, l'ascensione a questa bellissima montagna dal fascino magnetico, ma sinistro e con una vaga somiglianza alla terribile parete sud del Lhotse, era fallita con due bivacchi all'addiaccio, durissimi, a 5800 metri sulla spalla rocciosa della parete sud ovest. Tarcisio Bellò, alpinista berico, Ivan Dusharin, russo, e Carlos Buhler, americano, fortissimi scalatori, sono rientrati vivi al Campo Base solo grazie alla loro grandissima esperienza. La via tentata chiamata "In...ter...nationality" rimaneva così incompiuta. Ma questa sfortunata sortita alpinistica ha gettato i presupposti per una rapidissima e vincente ascensione alla vetta principale della catena del Shashalay da parte di Tarcisio Bellò, alpinista vicentino che fa parte della spedizione Chiantar 2000. Le migliorate condizioni metereologiche e la luna piena hanno consentito una scalata notturna al massiccio montuoso in ottime condizioni di sicurezza, così Tarcisio Bellò determinato più che mai è partito solo, poco dopo mezzanotte dal campo A posto a quota 4600 metri, e ha raggiunto la cuspide est del Shashalay Range alle sette del mattino. Dal campo base i compagni assistevano con il binocolo, tifando calorosamente durante le ultime fasi della scalata. Alle ore 7.10 con la chiamata via radio Tarcisio Bellò annunciava di essere sul vertice della montagna e dedicava alla sua famiglia, al suo gruppo italiano e allo staff pakistano della spedizione, questa fantastica conquista. La seconda cima più alta e dominante nella valle Mahthantir ora si chiama Cima Italia "Italia Peak" e raggiunge la notevole quota di 6189 metri di altitudine. Sulla performance alpinistica non ci sono dubbi, si tratta di un'impresa a tutti gli effetti, pianificata e realizzata nei minimi dettagli per evitare i mortali pericoli della parete, battuta da continue scariche di pietre, dalle slavine e dai pericolosissimi crolli dei seracchi soprastanti. Per risalire i 1400 metri di dislivello, necessari per guadagnare la vetta, sui ripidissimi pendii glaciali, con pendenze fino a 70 gradi Tarcisio Bellò ha impiegato soltanto 6 ore, mentre per scendere con incredibile velocità dalla stessa via di salita, poco più di due ore. Questa eccezionale ascensione conferma anche il valore internazionale, in termini alpinistici, della spedizione vicentina che ha saputo vincere dove scalatori fortissimi come Dusharin e Buhler non sono riusciti nell'impresa. Per la cronaca ricordiamo che il russo ha scalato tre ottomila, Nanga Parbat, Everest e K2, mentre l'americano complessivamente ha salito sei ottomila, fra cui l'Everest per una via nuova sul difficilissimo versante est, detto Karchung.
Tarcisio Bellò 

Impressioni dell'ascensione di Tarcisio Bellò
Il fallimento del tentativo internazionale alla cima del Shashalay Est mi pesava in modo insopportabile, il cattivo tempo unito alla errata impostazione di scalata avevano creato delle condizioni difficilissime da cui eravamo usciti salvi solo per la nostra esperienza. Già durante la discesa pensavo di ritornare su quella montagna dove la grande parete termina con una bellissima punta rocciosa che come una freccia sale vertiginosamente al cielo, estremo culmine del massiccio. Esteticamente perfetta, mai scalata, pensavo di provare nuovamente ma stavolta secondo un mio programma e con le mie regole. Un tentativo in solitaria, come un cavaliere errante che ha trovato una meta e toglie dallo zaino il meglio delle proprie esperienze per dimenticare le freddissime quanto inutili notti all'addiaccio passate su quella montagna. Un confronto aperto e libero, un piccolo uomo che sale un'enorme montagna incombente e pericolosa. Il 14 agosto salgo al campo A con tempi di salita mai realizzati prima, le motivazioni fortissime mi lasciavano contemporaneamente del tutto tranquillo come se avessi la certezza di aver già salito la montagna e non dovessi patire più alcun timore. Una convinzione psicologica che credo si origini dalla determinazione che mi ha consentito di realizzare varie scalate nel mondo. Quattro ore di sonno e sveglia a mezzanotte, dopo mezzora sono uscito dalla tenda e per dirigermi alla base della montagna. La luna irradiava una fredda luce azzurrina su tutta la montagna, si distingueva perfettamente il percorso. Attraversando i ruscelli che fluiscono sulla superficie del ghiacciaio, il gorgoglio dell'acqua e il rumore dei ciottoli rotolanti interrompevano il silenzio della notte. La temperatura era frizzante, ma non fredda, procedevo bene osservando la montagna fino al canalone dove la parete si impenna. All'una e mezza ho iniziato a risalire la parte bassa del canale a forma di Y che poi si divide in due rami opposti. Oltre 700 metri di dislivello hanno richiesto quasi due ore di ascesa. Una breve sosta al riparo, sotto alle rocce che formano la biforcazione e poi seguendo il ramo sinistro della Y ho raggiunto lo sperone roccioso dove, pochi giorni prima, avevo vissuto il bivacco in parete più tribolato della mia vita alpinistica. La luna tramontando trasformava il cielo in colori cangianti dall'indaco, al blu fino al viola con sfumature straordinarie. Non avevo mai visto un paesaggio notturno così suggestivo, una marea di vette si estendeva fino all'orizzonte, l'assenza di foschia rendeva visibili le altissime catene montuose pakistane che culminano con il K2, il Nanga Parbat e gli altri ottomila. Guardando in basso, verso il ghiacciaio Shashalay, tre luci salivano come a seguirmi, più tardi via radio chiarii che non c'era nessuno; una specie di allucinazione mi aveva fatto ritenere che i riflessi notturni della luna sui rivoli glaciali fossero delle persone in movimento. Attraversando il grande pendio rivolto a sud ovest ho incontrato neve profonda, faticosissima da risalire, che rallentava parecchio la marcia verso l'alto. La cuspide sommitale della montagna si ingrandiva sempre di più, mi stavo avvicinando quando mi sono reso conto che ormai l'alba era giunta imperiosa a rischiarare completamente le profondissime vallate sottostanti. Al sole, su una selletta ho depositato lo zaino per salire scarico al punto di massima altezza, verso la snella freccia rocciosa affiancata da uno scivolo di neve che mi consentiva un accesso relativamente facile alla vetta. Provavo emozioni di una intensità mai vissuta prima. Pensavo alla mia famiglia, a Isabella, al piccolo Ettore, a miei amici che mi stavano osservando, pensavo al fatto che ero solo ed ero il primo uomo a toccare quella grandiosa montagna, tutto era stato perfetto, la linea di scalata ed il modo con cui l'avevo realizzata parlavano di alpinismo di buon livello. Il coinvolgimento interiore era talmente forte che per tutto l'ultimo tratto ho pianto, anzi singhiozzato perché avevo una tale disidratazione che le lacrime non uscivano. Dalla vetta per alcuni minuti ho alzato le braccia al cielo ed il mondo era sotto a me, una cosa indescrivibile, attimi di una intensità che non conoscevo, l'alpinismo non è solo una conquista fisica ma soprattutto umana e spirituale. Via radio ho comunicato ad Alberto Peruffo il raggiungimento della cima a 6189 metri; Cima Italia, "Italia Peak", è una meravigliosa montagna che rappresenta il valore dell'alpinismo vicentino come espressione della organizzazione, della fantasia e della capacità tecnica tipica degli italiani, doti riconosciuteci su base mondiale. Non si tratta di nazionalismo a buon mercato ma di una realistica considerazione sulla mole di lavoro svolta dalla nostra spedizione, prima a livello internazionale a descrivere e ad arrampicare su questi luoghi remoti. La rapida discesa, 1400 metri in poco più di due ore, nonostante la preoccupazione per il riscaldamento dei pendii ed il conseguente inizio delle scariche di pietre, mi faceva sentire leggero. Le condizioni ancora buone della neve mi hanno consentito di scendere faccia a valle, giù dal ripidissimo pendio finale. L'accoglienza festosissima dei compagni al campo base e una lunga serie di domande stimolate dall'osservazione "in diretta" della mia scalata solitaria sono state accompagnate dalle vivaci congratulazioni dei pakistani presenti che ora si ostinano a chiamare "Tarcisio Peak" la montagna da me salita e questo, non posso negarlo, un poco mi fa piacere. 
Dal Campo B siamo in attesa di novità per il tentativo, crediamo decisivo, alla vetta per ora detta Garmush II (6244 metri) da parte di Alberto Peruffo, Mirco Scarso, Enrico Peruffo e Michele Romio. 
Dal Campo Base, Lino Cassin, Bepi Carlotto, Gianni Milan e Bepi Zini, seguiti da Ivan Dusharin e Carlos Buhler, hanno salito due cime nei pressi del passo Atar, Cima Arzignano e Cima S. Bonifacio (circa quota 4800 m). Un ripido canalone e le creste di accesso alle vette presentavano passaggi di terzo grado superiore, con roccia abbastanza friabile. Ivan e Carlos hanno poi proseguito nella vallata, detta Chain Pangi ", il cacciatore di pietra" dove infatti esistono alcuni grandi ometti realizzati con lastre di pietra. I due amici hanno risalito il lato sinistro idrografico della valle fino a guadagnare la sommità della quarta cima della loro giornata. A quest'ultima vetta, che presenta due caratteristiche punte, hanno assegnato il nome di Cima Veneto (5015 metri) dedicandola alle origini regionali della nostra spedizione.


Lunedi 14 agosto. Campo Base, lago Atar, quota 3850
Tel. 00873/761315919 ore 15-19 ora italiana.
Festa nazionale pakistana, anniversario dell'indipendenza dall'India (1947).
Finalmente dopo alcune giornate di cattivo tempo si è stabilizzata una situazione di variabilità tendente al sereno che lascia qualche possibilità di scalata. Mancano meno di dieci giorni alla conclusione della spedizione e ci sono ancora due importanti vette, il Garmush II e il Shashalay Est entrambi prossimi ai 6200 metri di altitudine, montagne inviolate a cui abbiamo dato un nome provvisorio in attesa della prima ascensione con la speranza che sia del nostro gruppo. L'inutile assedio di Tarcisio Bellò, Ivan Dusharin e Carlos Buhler rispettivamente russo e americano, si è concluso a 5.800 metri con due terribili bivacchi all'aperto su una cresta rocciosa del Shashalay Est. Dopo aver scavato tre piccolissime piazzole sul ripidissimo pendio, hanno atteso due giorni e due notti, dormendo legati alla parete per non precipitare involontariamente a valle, durante il sonno. Le condizioni durissime e le violente tempeste abbattutesi sulle quote più alte e sulle vette, hanno fatto desistere i tre scalatori nonostante la loro grandissima esperienza. La discesa è stata accolta con sollievo e soddisfazione dal gruppo per la comprensibile preoccupazione sullo stato di prostrazione fisica e di salute a cui gli alpinisti sono stati sottoposti. Ma sia Tarcisio che i suoi compagni sono scesi con le loro forze seppur provati dalle notti all'addiaccio ad alta quota. Oggi Tarcisio riparte per un tentativo in solitaria sulla stessa montagna e con determinazione pensa di compierne la prima ascensione di notte per evitare i notevoli rischi che la parete, vastissima, presenta. In giornata è proseguita la ricerca sui toponimi locali, nomi di luogo, che un maestro del paesino di Dok adiacente al Campo Base ha a più riprese ricordato e suggerito. Le prime copie, fatte a mano, della futura mappa stanno già girando ed hanno evidenziato aspetti assai curiosi della valle Mahthantir, come il campo delle cipolle di montagna "Kaishu kish" o il lago dove è morto il cacciatore "Bolwaigaw". Nel frattempo Alberto ed Enrico Peruffo con Michele Romio sono andati a scalare una guglia di ottimo granito su rocce che non hanno mai visto chiodi, moschettoni e soprattutto scalatori (l'attacco della via è a 4200 metri). Lino Cassin è rientrato dal campo A, dal ghiacciaio del Shashalay, dove ha passato la prima notte in quota da solo. 
Dal Campo Base del lago Atar per ora è tutto, cari saluti dal Pakistan a tutti i familiari del gruppo ed agli amici in vacanza in Italia. 
Tarcisio Bellò


P.S. Dedico queste righe a mia moglie Isabella e a mio figlio Ettore. Scritto che non ha pretese poetiche ma costituisce la divagazione mentale di un interminabile bivacco.
Gli astronomi hanno scoperto quasar, pulsar e supernova... ma non dicono perché ogni notte il cielo si accenda così intensamente. Noi casuali viaggiatori, momentaneamente lontani dalla quotidianità... a volte navighiamo tra migliaia di montagne come fossero galassie terrestri... e siamo certi che ad ogni vetta ed ad ogni stella corrisponde un'anima gemella. Mentre ad ogni raggio inviato dal sole corrisponde il calore dei nostri figli. Infine ai chiaroscuri della vita come in una grande gioco di ombre e luci si svelano mille... perfette forme, così queste emozionanti cime pakistane si legano in un unico suono... con il battito del cuore... che pulsa forte nell'universo dei desideri e per le lucenti comete d'amore, dei miei cari. 

 

Domenica 13 agosto. Campo Base, lago Atar, quota 3850
Tel. 00873/761315919 ore 15-19 ora italiana.
Rientrato ieri al Campo Base a causa del cattivo tempo che sta imperversando da un paio di giorni sulle montagne oggetto delle nostre operazioni, nonostante esse siano ubicate ai margini delle grandi aree monsoniche, eccovi un breve aggiornamento sugli ultimi fatti.
Mercoledì 9 agosto. Giuseppe Zini, Giuseppe Carlotto e Lino Cassin salgono l'importante cima che domina l'Atar Pass. Alta circa 5100 metri, sassosa sul versante sud-est, presenta un esteso ghiacciaio sul versante nord-ovest. La salita è dedicata alle mogli. Lo stesso giorno Franco Brunello e Pino Stecca, dopo aver piantato il Campo B1 a 5100 metri, trovano la chiave d'accesso alla cresta del Garmush II. Si tratta di un ripido canalone con pendenze costanti sui 45°-50° sfociante sopra una vertiginosa sella quotata 5650 metri. A scopo di ricognizione Franco e Pino rimontano sulla punta rocciosa di destra (stimata 5690 metri). La vista sul ghiacciaio di Chiantar è mozzafiato, nonché sulle complesse e lunghe cornici del Garmush II.
Giovedì 10 agosto. Luciano Chiese, Bruno Riolfi, Renato Sprea, Flaviano Ghiotto e il capo dei portatori d'alta quota Amin, portano a termine l'ascensione della cima posta sull'estrema sinistra del lago Atar. Giuseppe Peruffo, Silvano Sella e l'intramontabile Gino Broca, partiti dal Campo B (4400 metri) arrivano al Campo B1 e con faticoso lavoro lo spostano a 5200 metri, in posizione strategica ai piedi del canalone. Nel frattempo la visita dell'alpinista americano Carlos e del russo Ivan modulano i piani di salita per le vette più alte e difficili. Si decide di dividere le forze. Tarcisio Bellò e gli alpinisti stranieri si concentreranno sull'inviolata cima Est del Shashalay di 6187 metri, mentre Mirco Scarso e Alberto Peruffo tenteranno i 6244 metri del Garmush II.
Venerdì 11 agosto. Il tempo all'alba è ancora bello. Poche ore prima, alle luci delle pile frontali, Gino, Silvano e Beppino partono dal campo B1 con l'ambizioso obiettivo di salire il Garmush II. Il canalone è molto ripido, lungo e richiede ore di fatica, specie dopo il duro lavoro del giorno precedente che ha visto il terzetto impegnarsi nello spostamento del campo d'alta quota. Alle 10 del mattino i nostri (veramente ammirevoli se si considera l'età complessiva della cordata) raggiungono la sella di quota 5650. Le difficoltà tecniche incombenti fanno desistere i tre motivati scalatori (da ben sei giorni lontani dal Campo Base), che nondimeno raggiungono la Punta Nera di 5690 metri dove la loro tenacia è premiata da uno splendido panorama sul lunghissimo e selvaggio ghiacciaio di Chiantar. Intanto Enrico Peruffo e Michele Romio, saliti al Campo B con Alberto e Mirco, attaccano direttamente la parete glaciale di una cima vergine alta circa 5150 metri (Cima della Mamma), sulla sinistra orografica del Garmush II. Un ottimo successo in vista di un'appropriata acclimatazione. Alberto e Mirco arrivano al campo B1 nel mentre Gino, Silvano e Beppino discendono dal canalone. Un abbraccio per esprimere stima e ringraziamento per l'importante lavoro fatto. Tarcisio, Carlos e Ivan bivaccano sulla spalla della cima Est in vista dell'attacco finale.
Sabato 12 agosto. Alle tre di notte Alberto e Mirco escono dalla tenda per tentare il Garmush II. Nevica e nell'oscurità il cielo pare plumbeo e non mostra stelle. Vestiti di tutto punto rientrano nella tenda in attesa di un miglioramento. La neve cade a intermittenza fino alle 7, quindi inizia una bufera di neve. Alle 10 Mirco e Alberto decidono di lasciare il campo. Lo spessore di neve caduta ha infatti ricoperto le tracce che guidavano nel labirinto di crepacci e la montagna è diventata impraticabile. Nel circolo glaciale del Shashalay intanto Tarcisio, Carlos e Ivan sono bloccati allo stesso punto di ieri. Vani i tentativi di salire. Scrosci di acqua al Campo Base e forti rovesci di neve in quota non promettono niente di buono per la notte gelida e umida che i tre dovranno passare.
 Domenica 13 agosto. Ore 9.20: Tarcisio comunica via radio che è cominciata la discesa. Carlos sta attrezzando la quarta doppia su ghiaccio. Un gruppo di alpinisti e portatori partono per il Campo A per accogliere con cibo, medicinali e vestiti asciutti i tre scalatori. Ore 16.15: sotto una fitta pioggia Tarcisio, Carlos e Ivan rientrano incolumi e provati al Campo Base.
Per ora è tutto da Chiantar 2000. Saluti e baci.
Alberto Peruffo


Sabato 12 agosto. Campo Base, lago Atar, quota 3850
Tel. 00873/761315919 ore 15-19 ora italiana.
Aspetti medico-sanitari della Spedizione Chiantar 2000 di Flaviano Ghiotto
A Ghotulti gli abitanti del villaggio erano già a conoscenza che venerdì 4 agosto sarebbero passati i "dottori". Sono stati informati del nostro arrivo dal passaggio del primo gruppo il venerdì precedente. Arriviamo al villaggio alle ore 17.00 dopo un viaggio con fuoristrada, attraversando la valle del fiume Gilgit e troviamo ad attenderci gran parte della popolazione del villaggio con a capo il sindaco (580 abitanti e 80 famiglie). Dopo i saluti e le strette di mano rituali, depositiamo i nostri bagagli in un'area privata messa a disposizione da una famiglia, dove troviamo già montate le tende. Facciamo appena in tempo a ristorarci un po' con del buon the e scrollarci di dosso la polvere presso un torrente gelido che scorre nelle vicinanze del campo, che cominciano ad arrivare le prime persone bisognose di cure. Purtroppo la dotazione di farmaci e presidi in nostro possesso risulta essere poca cosa rispetto alle richieste, perché gran parte dei farmaci erano stati spediti con un certo anticipo al Campo Base. In particolare gli abitanti del villaggio chiedevano cure per arrossamento degli occhi, gli anziani lamentavano dolori articolari ed erano frequenti anche le richieste di aiuto per gastralgie. Era pure frequente la richiesta di analgesici per mal di denti: osservando la conservazione delle arcate dentarie ci rendiamo conto che il nostro aiuto è solo un palliativo e sarebbe necessaria la presenza di un dentista almeno per una settimana. Abbiamo avuto modo di constatare un caso penoso che riguardava una bambina di 8 anni che presentava il dorso dei piedi ricoperti di piaghe e croste (su un substrato di sporco per noi occidentali inimmaginabile). A prima vista ci siamo sentiti impotenti di fronte ad un caso mai osservato. Abbiamo cominciato la nostra opera pulendo dapprima i piedi della bambina immergendoli per circa 30 minuti in soluzione clorata al 10% (i bambini del posto camminano scalzi). Dopo la pulizia la visione del caso si è fatta più chiara e un po' per volta abbiamo proceduto a togliere le croste rimanenti (probabile esito di contusione ed infezione di vecchia data). Il tutto è stato effettuato con la supervisione dei genitori e parenti che osservavano perplessi e preoccupati la medicazione sulla loro bambina, la quale si lasciava fare il tutto senza piangere anche se in alcuni momenti aveva tutte le ragioni per farlo. Su queste montagne purtroppo la popolazione non ha alcun riferimento sanitario, inoltre mancano le più elementari norme igieniche. Nel villaggio la responsabilità sanitaria è rappresentata da un anziano che ha dimestichezza con l'uso di erbe; le abitazioni non sono servite da acqua, le quali hanno un'area di circa 4 x 4 metri e sono costruite con sassi asportati dal fiume: il tetto è ricoperto di terra dove d'estate vengono depositate ad essiccare le albicocche, alimento indispensabile per trascorrere la stagione invernale. Il giorno seguente partiamo a piedi da Ghotulti avendo come obiettivo il Campo Base. Arriviamo ad un villaggio che sembra di "epoca neolitica" formato da capanne composte da pali di legno posti a forma di cono su una base di grossi sassi e ricoperte di frasche di ginepro. Una donna ci chiede aiuto indicando con il dito gli occhi: presentava un arrossamento importante dovuto probabilmente ad una congiuntivite di vecchia data (in questo caso abbiamo scelto di istillare le gocce per una sola volta, indicando la posologia e lasciandole la confezione affinché potesse proseguire nei giorni seguenti la cura). I bambini di questo villaggio sono molto caratteristici perché si presentano con il viso ricoperto di pittura color rosso; abbiamo saputo che non si tratta di una maschera ornativa ma di una necessità per proteggersi dai forti raggi solari d'alta quota. Tale protezione non è altro che uno speciale estratto vegetale, molto frequente per evitare scottature solari al viso dei bambini. L'8 agosto, al villaggio situato a circa 200 metri dal Campo Base, la nostra visita era attesa da una settimana. In pochi minuti siamo stati circondati da tutti gli abitanti che ci hanno portato innanzitutto i bambini con notevoli lesioni al viso, causate come sempre dai raggi solari e non protette dall'estratto vegetale che qui evidentemente il responsabile sanitario (erborista) del posto non conosceva. Abbiamo primamente praticato una pulizia del viso dei bambini con una soluzione clorata e poi applicato delle creme protettive. Grazie a questi interventi sanitari abbiamo avuto l'opportunità di entrare in un contesto sociale dal quale altrimenti il semplice turista viene tenuto solitamente ai margini.Una ragazza soffriva da 5 giorni di febbre alta a causa di un'infezione delle prime vie aeree; le abbiamo consegnato una dose di antibiotici sufficiente per una copertura di tre giorni e alla successiva visita era praticamente guarita. Dopo aver dato risposta anche ai bisogni degli adulti - chi soffriva di sciatalgia, chi aveva mal di testa - ci rendiamo conto che tale aiuto è da considerarsi puramente un rimedio momentaneo, nondimeno l'insistenza e le aspettative delle persone non ci hanno permesso di lasciare insoddisfatta la loro richiesta. Terminato il lavoro siamo stati accolti in una capanna dove ci sono stati offerti i loro prodotti: yogurt, panna, burro. Bisogna vincere molte delle nostre resistenze psicologiche dovute alle condizioni igienico ambientali, ma assicuriamo che il tutto era buono e non ci ha dato alcuna conseguenza intestinale. Per quanto riguarda le necessità sanitarie del Campo Base esse si riducono a qualche richiesta di analgesico per mal di testa causato dall'acclimatazione o a qualche piccola medicazione. Si registrano solo alcuni casi di dissenteria, la cosiddetta diarrea del viaggiatore che dura mediamente 1-2 giorni. E' stato sufficiente far assumere 2 compresse di antidiarroico alla prima scarica e 1 compressa ad ogni scarica seguente, quindi procedere con l'assunzione di abbondanti soluzioni saline reidratanti. Le richieste di prestazioni più frequenti a riguardo dei problemi sanitari provengono invece dalla popolazione dei villaggi vicini. Rimaniamo inoltre un valido punto di riferimento medico-sanitario anche per i componenti di altre due spedizioni arrivate dopo di noi. Pure un alpinista russo ed un americano (che hanno effettuato nella loro carriera alpinistica circa 35 spedizioni) si sono rivolti a noi per chiedere consulenza sanitaria. Io e Lino Cassin facciamo del nostro meglio per svolgere bene il compito assegnatoci e siamo consapevoli che in caso di necessità il parere di un medico rimane essenziale sia per la diagnosi che per la scelta della terapia.

P.S. Saluti a tutto il personale del Centro Emodialisi e Nefrologia O.C. Vicenza e alla moglie Rosanna e a Marta. 


9 Agosto. Campo Base, lago Atar, quota 3850
Tel. 00873/761315919 ore 15-19 ora italiana.
Postille d'alta quota di Alberto Peruffo
Cari amici,
disceso dal Colle Chantal Mauduit, così lo chiamai il primo giorno in cui mi accampai alla quota di circa 5600 metri in attesa che Tarcisio e Mirco tentassero di salire la via poi chiamata Sogni Infranti, provo a scrivervi alcune righe d'alta quota. Il Colle è qualcosa di meraviglioso. A sinistra e a destra le due difficili e belle cime che saliremo nei giorni 6 e 7, dietro i Garmush, complessi e accattivanti con il loro rigurgito di seracchi; davanti, snello e solitario, la piramide del Kampur, a fianco del quale compare in lontananza la maestosa catena del Karakoram con il Nanga Parbat sullo sfondo. Sopra e sotto la mia testa bastioni di granito perfetto e grattacieli di ghiaccio mi contendono lo sguardo. Che dire? E' uno dei luoghi più belli e selvaggi che ho visto in montagna. Un giusto e duraturo omaggio all'effimera bellezza di Chantal Mauduit, dolce e valente alpinista perita sul Dhalaugiri e sulla cui tenda passeremo sofferte e indimenticabili ore d'alta quota. 
Un pensiero per i due miei compagni, forti e motivati, forse anche più di me, frastornato e attonito di fronte a spazi così grandi e incontaminati, lontani da ogni affetto umano. Tarcisio, un mulo indomito, sia nella progressione, continua e precisa, sia nel pensiero, rigido e inflessibile. Mirco, una macchina perfetta per le salite in quota; non perde un colpo, è sempre lucido, con i suoi occhi interrogativi pronti in ogni momento a darti una semplice e rassicurante risposta: un compagno d'oro. 
Dopo due notti al Colle Chantal su una tenda da un posto e mezzo (io e Tarcisio dormiremo a turno una notte all'aperto...) e due cime guadagnate con fatica, comincio anch'io, neofita delle alte quote extraeuropee, a respirare un po' meglio.
Un saluto e un bacio.
Alberto.


9 Agosto. Campo Base, lago Atar, quota 3850
Tel. 00873/761315919 ore 15-19 ora italiana.
Salite due importanti cime della catena del Shashalay: Cima Nikolajewka (5935 m), attraverso la "Cresta degli Alpini" e Punta Marostica (6.107 m).
Per scalare le montagne d'alta quota oltre a capacità tecnica, esperienza e fortuna serve anche una buona strategia. A questo proposito il terzetto composto da Tarcisio Bellò, Alberto Peruffo e Mirco Scarso hanno studiato nei minimi dettagli le ascensioni programmate, che sono state portate a termine con successo in tre fantastici giorni di scalata. Ecco la sequenza degli avvenimenti.
Sabato 5 agosto: al mattino i tre alpinisti hanno raggiunto in un paio d'ore il campo A (4550 m) nei pressi del ghiacciaio Shashalay. Lo zaino carico di attrezzatura e l'orario prevedevano una breve sosta alla tendina del campo A per riposarsi e "pranzare". Alle due del pomeriggio, hanno ripreso il cammino per risalire lungo il faticoso e ripido canalone Vicenza che nel pomeriggio va in ombra e presenta meno rischi oggettivi; con quasi cinque ore gli scalatori sono arrivati alla sella Chantal Mauduit (5600 m, quota rettificata in base alla cartografia russa di cui ora disponiamo) sul pianoro, giusto il tempo per montare la tendina, infilarsi nel sacco pelo e prepararsi per il giorno successivo. 
Domenica 6 agosto: la giornata limpidissima lasciava prevedere una rapida ascesa alla cresta soprastante ed un altrettanto veloce rientro alla tendina in quota. La scalata invece si presentò fin dall'inizio molto impegnativa, lunghi traversi senza corda su pendii di ghiaccio molto ripidi obbligano Alberto, Mirco e Tarcisio a procedere con molta cautela sulle punte dei ramponi. Con alcune filate di corda viene raggiunta la bellissima e sinuosa "Cresta degli Alpini", così chiamata perché Mirco e Tarcisio hanno svolto il servizio militare negli alpini. La cresta ha impegnato la cordata per un paio d'ore e nei passaggi di scalata su roccia e ghiaccio più delicati ha richiesto la progressione in sicurezza. La Cresta degli Alpini presenta ben quattro rilievi importanti (circa di quota 5800 m), due di questi sono stati raggiunti e superati. Il versante est precipita sulla sconvolgente seraccata che incombe sul ghiacciaio del Shashalay, mentre a ovest la parete si tuffa ripidissima verso un grande ghiacciaio curvo, per il momento ancora senza nome. Dopo il secondo picco gli scalatori vicentini hanno guadagnato quota risalendo la cima posta sulla testata nord della Cresta degli Alpini. Detta cima costituisce un importantissimo rilievo e contemporaneamente chiude a ovest il lunghissimo crinale della catena del Shashalay. Le quote non erano perfettamente note, ma in questi giorni al campo base si è svolto un attento studio sulla base della cartografia russa molto precisa e quando è giunta la notizia: << ore 15.00, abbiamo raggiunto la vetta della Cima Nikolajewcka a quota 5870>> la risposta è stata << bravissimi, ma guardate che la quota è di 5935, quasi 6000 metri, pertanto raddoppiamo i nostri complimenti.>>. La notizia ha galvanizzato il terzetto di scalatori che in seguito nonostante la stanchezza ha iniziato a discendere lungo la parete glaciale e meridionale della montagna. Si sono rese necessarie ben nove corde doppie e altre quattro ore per poter rientrare al colle C. Mauduit e alla piccolissima tendina che poteva offrire soltanto un durissimo bivacco. Cima Nikolajewcka è dedicata ai caduti di tutte le guerre.
Lunedì 7 agosto: passata la notte in gran parte a sciogliere acqua, bere, mangiare e a preparare l'attrezzatura per completare la scalata più dura, lungo la via "Sogni Infranti" che aveva già respinto Tarcisio e Mirco, al mattino un cielo plumbeo prometteva solo neve e nebbie impenetrabili. L'assenza di vento ed il freddo moderato hanno reso accettabile il tentativo di salire in alto su una montagna mai scalata da nessun uomo e che somiglia ad una enorme piramide di ghiaccio. Molto velocemente Tarcisio Bellò, Alberto Peruffo e Mirco Scarso hanno raggiunto quota 5950 dove il grande seracco traversale aveva bloccato ogni tentativo di risalita. Forti dell'osservazione fatta il giorno prima gli alpinisti hanno aggirato a sinistra la crepacciata e salendo per ghiaccio ripidissimo sono arrivati alla base dello strano cappuccio terminale, tutto di ghiaccio che è simile ad un caratteristico ed enorme pollicione con tanto di unghia sporgente nel vuoto. Con alcune difficili manovre la cordata ha raggiunto il dorso dell'unghia e quindi la vetta!!. Alberto, Mirco e Tarcisio felicissimi, alle ore 11.45 hanno comunicato al Campo Base che erano sulla sommità glaciale di una stupenda piramide. Questo importante rilievo che sovrasta la valle Mahthantir è stato denominato "Punta Marostica" (il massiccio - comprendente la bellissma Punta Marostica e altri due rilievi sopra i 6000 metri - verrà successivamente chiamato "Blood Donor Kor", in onore ai Donatori di Sangue. N.d.r.). Tarcisio, in accordo con gli amici scalatori, ha dedicato così la vetta alla sezione CAI di appartenenza. La discesa dall'enorme cupola di ghiaccio anche a causa dell'imperversare del maltempo ha richiesto ben otto ore per rientrare al Campo Base dove la felicità dei compagni di spedizione si è diffusa con grandi abbracci di soddisfazione per i tre alpinisti sfiancati dai durissimi giorni ad altissima quota. Un particolare ringraziamento gli alpinisti lo esprimono per il portatore d'alta quota pakistano Hamayoon Shah, che oltre ad avere aiutato con grande cuore ed in modo determinante l'impresa, può vantare a sua volta splendidi imprese sciistiche, come campione nazionale di salto sugli sci: in una sua foto lo si vede ritratto alla Gino Soldà impegnato nella fase cruciale del gesto atletico. Come ex mitragliere della contraerea pakistana ha militato per 21 anni nell'esercito, adesso con la pensione e con la paga occasionale di portatore d'alta quota mantiene la sua famiglia di ben sette figli!
Campo B, lato ovest lago Atar: un gruppetto di alpinisti formato da Franco Brunello, Pino Stecca, Gino Broca (Pellizzari), Beppino Peruffo e Silvano Sella sono tornati al campo B a quota 4500 metri per tentare in modo decisivo la vetta gemella del Garmush, che è ancora inviolata e raggiunge la notevole quota di 62444 metri. Il tempo si è rimesso al bello, il cielo è di nuovo limpido anche se l'umidità incredibilmente dal 15 % della scorsa settimana è risalita fino al 75 %!! Appena avremo notizie vi faremo sapere. 
Informazioni di alpinismo internazionale dal Pakistan
Sabato 5 agosto
: Carlos Buhler, fortissimo alpinista americano di origine tedesca, che ha nel suo curriculum la prima ascensione dell'Everest dalla terribile parete est detta Kanchung, assieme a Ivan Dusharin russo con all'attivo tre ottomila (Everest, K2 e Nanga Parbat) sono giunti nei pressi del nostro campo base al Lago Atar e con una sortita di tre giorni hanno scalato il Kampur di 5499 metri, montagna bellissima e solitaria che nel gergo locale significa "capanna di vecchia donna". Da nostre fonti dovrebbe trattarsi della prima ascensione dal versante ovest mentre la montagna dovrebbe essere stata scalata da un gruppo giapponese ma non sappiamo in che anno.
30 luglio: notizie terribili sono giunte dal passaparola fra portatori baltì, i due fratelli Inurrategi famossimi nei loro Paesi Baschi e in Spagna hanno subito un gravissimo incidente durante la discesa dal Gasherbrum II (8035 m). Alberto Inurrategi ha subito una frattura ad una gamba ma può dirsi miracolato perché suo fratello, Felix, è rimasto sulla montagna.
Dal Campo Base del lago Atar per ora è tutto, cari saluti dal Pakistan a tutti i famigliari e agli amici. 
Tarcisio Bellò

Progetto "Vino in alta quota" di Tarcisio Bellò
Con la collaborazione di Cantine Zonin.
Dopo alcune spedizioni extraeuropee si è iniziato a considerare la possibilità di portare o produrre il vino (bevanda preferita dal dio Bacco, da milioni di italiani ma anche e soprattutto dagli alpinisti) in alta quota per allietare le lunghe giornate di attesa al Campo Base in sostituzione della solita tazza di the fumante. L'unica esperienza analoga fu di Kurt Diemberger che nel 1986 al K2 produsse della buona birra. Ai commenti ironici iniziali sulla impossibilità di ottenere qualcosa, seguì invece una fila di alpinisti che chiedevano: <<Come procede la birra?>> sottintendendo "E' possibile assaggiarne un goccio?". Nei campi base in genere è consigliato mantenere le abitudini del paese d'origine, così l'appetito si riprende rapidamente assieme alle energie ed alla forma fisica. Di un buon bicchiere di vino tutti noi sentivamo "seriamente" la mancanza ma adesso vi raccontiamo in pratica come è andata. Dalle Cantine Zonin abbiamo ricevuto in omaggio 40 litri di sugo concentrato di mosto che normalmente rimane refrigerato, in attesa di vinificazione. Con i vari trasferimenti dall'Italia a Islamabad, la pressione in aereo e il calore soprattutto hanno fatto fuoriuscire parte del sugo che ha inzuppato materiali e attrezzature. Due radiotrasmittenti distrutte, una tenda che da settimane profuma di mosto e tanti altri problemi per i quali solo la speranza di ottenere un buon bicchiere poteva alleviare. Naturalmente alla dogana d'ingresso in Pakistan abbiamo dichiarato il mosto come "Succo di frutta" dato che è proibita l'introduzione di alcolici. Finalmente giunti al Campo Base -  a 3900 metri di quota - sono stati nominati due cantinieri: Gino Broca (Pellizzari) e Silvano Sella (quest'ultimo davvero instancabile e sempre pronto a stupire tutti con le sue memorabili iniziative: sotto la sua direzione verrà costruito  - ad esempio - un forno per la cottura del pane, sfornato per ben quattro volte durante la permanenza al Campo Base. N.d.r.) che con ogni attenzione ed estrema cura hanno diluito con idonea parte d'acqua il mosto concentrato per portarlo alle caratteristiche originali e naturali;  quindi, riscaldata leggermente la massa vinosa, hanno innescato la fermentazione. Tutte queste operazioni sono state condotte con scrupolo scientifico e con l'uso di una sonda termica per rilevare le temperature. Quando a orecchio iniziammo a sentire l'imperioso BZZZZZ della fermentazione alcolica fu quasi emozionante. Ovviamente ogni fase ha avuto i suoi assaggi. Dopo una settimana di cure il vino era pronto e si è proceduto a raffreddare la "botte" nelle fredde acque del lago per bloccare i fermenti. L'agitazione per l'assaggio finale, definitivo per giudicare "l'altissima qualità del nostro cabernet", primo al mondo ad essere vinificato ad una quota di quasi 4.000 metri, ora è semplicemente una splendida realtà. Con la massima soddisfazione adesso ad ogni vetta conquistata - ma anche altre motivazioni vanno bene - portiamo i calici al cielo per un ottimo brindisi!! Unico difetto di questo progetto è che le scorte si stanno rapidamente esaurendo!


6 agosto 2000. Campo base, lago Atar quota 3850
Tel. 00873/761315919 ore 15-19 ora italiana.
Il gruppo si è riunito al completo al Campo Base. Bellò, Peruffo e Scarso sono preoccupati delle difficoltà individuate, ma decisi a ritentare al più presto. Brunello e Stecca, reduci dal sopralluogo sulle possibilità di salita al Garmush II, sono soddisfatti da quanto rilevato, ma soprattutto entusiasti dello scenario circostante, autentico giardino alpino "Isili Garden" dove hanno posto il campo e della bella vetta di circa 5100 m salita e subito battezzata "Cima Belvedere" (poi "Cima dei nonni", n.d.r.). Sabato 5 agosto il terzetto di punta è ripartito assieme all'ottimo e fiero portatore Hamayoun (ex soldato pachistano) per il Campo A. Il secondo gruppo di alpinisti, partiti dall'Italia il 31 Luglio, è puntualmente arrivato al Campo Base. Calorosi e reciproci i festeggiamenti nello scenario di montagne e di sole che ci accompagnano in questa seconda avventura pakistana. Atterraggi difficili, frane e ritardi lungo il percorso, impatto con gli "audaci" autisti hanno vivacizzato il viaggio dei nuovi arrivati, peraltro ansiosi di conoscere le esperienze alpinistiche già effettuate. Alla conclusione del pranzo rallegrato da un ottimo vino novello rosso di Zonin, è arrivata la chiamata radio di  Bellò, Peruffo e Scarso che in quel momento raggiungevano una candida piramide di 5935 m posta sul crinale che ci separa dal Chiantar. Domani tenteranno una delle massime vette della vallata quotata 6107 metri. Incredibile questa fortezza inespugnabile che si eleva per 2500 m dal fondo valle e le cui pareti nascondono la vetta. Infatti essa non ha nome e non risulta censita dal Club Alpino Pakistano fra i 6000. 
Saluti a tutti parenti e amici dal Campo Base.
P.S.: Le donne salutano la loro mamma.
Renato Sprea


3 Agosto. Campo Base, lago Atar quota 3850
Tel. 00873/761315919 ore 15-19 ora italiana.
E' iniziata l'esplorazione sulle montagne circostanti con il posizionamento di due campi in quota. Il campo A nei pressi del ghiacciaio Shashalay a nord del campo base e il campo B sulle morene che scendono verso la sponda occidentale del lago Atar per tentare una bellissima vetta, gemella del Garmush, unica montagna scalata fino ad ora in questa regione. Il fantastico circo glaciale del Shashalay è contornato da imponenti cime che si racchiudono a semicerchio, come in un grande abbraccio attorno al loro tormentoso ghiacciaio. Alla prima impressione per questo settore di altissime montagne dalla quota superiore ai 6000 metri si produce un realistico timore nessun punto debole, soltanto enormi bastioni rocciosi coperti di ghiaccio che si elevano per oltre mille metri senza apparente possibilità accettabili di salita e soprattutto discesa. Il campo A (quota 4550 metri) si trova alla fine di un lungo percorso su morena sassosa originata dal ghiacciaio Shashalay, toponimo locale derivato dai pianori sottostanti che significa "erba verde". La prima visita compiuta da Franco Brunello, capospedizione, e da Pino Stecca non aveva sortito particolari risultati e le molte informazioni utili esprimevano grandi problemi di scalata. Successivamente Tarcisio Bellò ha raggiunto il campo A e da solo il 2 agosto ha individuato e risalito un lungo canalone con 600 metri di dislivello in forte pendenza fino a portarsi a quota 5460 su un plateau glaciale (plateau Chantal Mauduit) al cospetto della grande bastionata ovest della catena del Shashalay. Il canalone, che ora si chiama "Canalone Vicenza" è stato percorso nuovamente il giorno successivo sempre da Tarcisio Bellò assieme ad Alberto Peruffo e a Mirco Scarso. La insufficiente acclimatazione del fortissimo alpinista berico Peruffo, Abe per gli amici, gli ha consigliato di sostare al plateau Mauduit dove, coincidenza non casuale, è stata aperta e fissata la tendina, della bella e sfortunata alpinista francese, recuperata nella drammatica spedizione Dhaulagiri '98. Tarcisio e Mirco con grande caparbietà hanno proseguito verso una vetta inizialmente ritenuta alta circa 5800 metri che invece si dimostrava essere almeno di 150-200 metri superiore. Ad un altitudine di 5.840 metri, pensando di trovarsi ormai in prossimità della cima superarono lateralmente un enorme seracco sospeso, ma scollinando ebbero la sorpresa di vedersi di fronte un muro verticale di ghiaccio, compatto ed invalicabile alto almeno 40 metri, con un lungo e profondo crepaccio che taglia in due tutto il versante nord della montagna. La grande fatica fisica richiesta da questa impegnativa scalata si è dimostrata inutile dopo l'amarissima scoperta; la prostrazione e la rabbia per non riuscire a raggiungere la vetta se non al prezzo di grandi rischi per la propria incolumità ha saggiamente consigliato i due coraggiosi alpinisti a ritirarsi. Lo scatto di alcune foto ricordo dell'anticima, sovrastata dall'enorme calotta che costituisce la massima sommità della montagna di quasi 6.000 metri, ha concluso l'ascensione con la lunga e pericolosa discesa a ritroso per la stessa via, chiamata "Sogni infranti" per chiari motivi, la quale presenta pendenze fino a 60° affrontate in libera, senza corda. Nei prossimi giorni verrà ritentata la scalata di questa importante montagna, mai salita da nessun scalatore, che potrà di buon diritto aggiungersi alla ricca storia dell'alpinismo vicentino.
Sull'altro versante del lago Atar, Franco Brunello, Pino Stecca e Bepi Zini dopo aver posizionato il campo B, a quota 4.400 metri, hanno risalito il ghiacciaio ed un lungo canale nevoso per portarsi ad un secondo campo ad una quota presumibilmente utile per un decisivo tentativo di scalata alla vetta gemella del Garmush che attende con i primi salitori di avere anche un nome appropriato alla incredibile bellezza di questa montagna.
A sud del campo base, Giuseppe Peruffo, Silvano Sella e Luigi Pellizzari, "Gino Broca" per gli amici, hanno compiuto l'ascensione di due cime inviolate rispettivamente di 4800 e 5005 metri. Queste due cime minori ma non per questo meno importanti hanno richiesto una lunga arrampicata fra il II ed il III grado su misto friabile dove Gino Broca è un vero specialista. Il rientro notturno ha tenuto in apprensione gli amici rimasti al Campo Base che con Gianni Milan in testa hanno risalito il sentiero con le torce elettriche per andare incontro agli alpinisti ormai stanchissimi. Le due cime scalate non hanno ancora ricevuto il nome perché il terzetto di scalatori sono per momento indecisi sulla denominazione da assegnare.
Progetto "Produzione del vino in alta quota"
I particolari li descriveremo appena saremo in "grado" di assaggiare la nostra produzione di "altissima qualità".
Dal Campo Base del lago Atar per ora è tutto, cari saluti dal Pakistan, a familiari ed amici. 
Tarcisio Bellò


31 luglio. Campo Base, lago Atar quota 3850
Telefono satellitare 00873/761315919 ore 15-19 ora italiana.
Il campo base è stato allestito in riva al "lago delle fate"; secondo un'antica tradizione animista nel lago Atar vivono degli esseri magici a cui la gente del luogo sacrifica piccoli animali per ottenere benefici. Il motivo è presto detto, il lago ha un secondo nome "Bhari" che significa cisterna d'acqua e visto che il bacino è lungo almeno un paio di chilometri esso costituisce una fondamentale riserva d'acqua per la valle. Il toponimo Atar, meno usato dai locali, deriva dall'ultimo villaggio e significa zona cespugliosa. Il tempo permane bello e i lavori di sistemazione fervono rapidi e precisi. Nel gruppo il morale è sostenuto perché l'ambiente è rilassante e distensivo; alcuni componenti soffrono di dissenteria, prontamente curata. Lo staff pakistano è costituito da persone di grande esperienza, ciò ha semplificato le decine di operazioni logistiche e senza difficoltà hanno accettato le nostre indicazioni a preparare i pasti secondo la cucina italiana. Nella grande tenda refettorio durante gli incontri conviviali si cercano le soluzioni ai problemi legati alla spedizione. Il telefono satellitare, il computer ed il generatore funzionano a meraviglia. Il prefisso del nostro numero telefonico è cambiato (vedi sopra) perché abbiamo un collegamento migliore attraverso il satellite IOR orbitante sull'oceano Indiano. Il telefono rimane attivo anche per eventuali chiamate dall'Italia dalle ore 15.00 alle ore 19.00 (ora italiana). Tutte le notizie vengono trasferite sul sito Internet www.intraisass.it/chiantar. Le condizioni ambientali sono eccezionali, lo splendido contorno di montagne e le visite periodiche delle coloratissime donne Shina del villaggio di Atar che hanno offerto yogurt in segno di benvenuto rendono la nostra visita superiore ad ogni aspettativa. A nord un lungo e arcuato crinale glaciale si collega ad un fantastico picco in parte roccioso di 6189 metri inviolato, dall'altro lato un bastione poderoso di roccia si protende verso il lago Atar, la cima principale sempre di 6000 metri non ha salitori, mentre un rilievo sottostante è stato salito l'anno scorso da Angelo Rusconi e compagni e ora si chiama Asso Peak (m 5100), dalla sezione CAI di cui fanno parte. In questi giorni sono iniziate le perlustrazione per porre i primi campi in quota e fare il punto della situazione.

Progetto Capanna Lombardia
Angelo Rusconi, titolare di un'azienda di sabbiature industriali di un centinaio di dipendenti, con altri quattro soci del CAI di Asso, l'anno scorso è entrato nella zona del lago Atar compiendo la prima ascensione dell'Asso Peak con difficoltà fino al sesto grado. Da questa esplorazione, ispirata dalla spedizione del CAI di Montecchio in Karambar nel '97, è nata l'idea di promuovere la completa conoscenza della zona anche per mezzo della realizzazione di una piccola capanna fissa di appoggio. La costruzione di legno su base di cemento verrà adibita a ricovero e attrezzatura e uso cucina per le prossime spedizioni. A questo progetto hanno aderito la Regione Lombardia, la Comunità Montana del Triangolo Lariano ed il Comune di Asso. Il governo pakistano viste le referenze ha dato parere favorevole così Angelo Rusconi, cugino dei più famosi fratelli Rusconi, Giovanni e Francesco, ha seguito la carovana della nostra spedizione per individuare il luogo esatto dove erigere nel prossimo anno la Capanna Lombardia. Allo scopo di documentare l'iniziativa, Angelo Tafuro, noto operatore televisivo, ha ripreso varie scene del trekking, del campo base e delle panoramiche del luogo per realizzare un video che nei prossimi mesi verrà trasmesso dai maggiori network nazionali. La costruzione della capanna è giustificata dalla possibilità di sviluppo turistico, dalla facilità di accesso e dal clima ottimale presente in zona. Le numerose e fantastiche montagne che contornano la vallata dovrebbero sicuramente richiamare l'attenzione sia degli alpinisti che dei semplici escursionisti.
Tarcisio Bellò


29 luglio.  Mahthantir 
Le prime ore del mattino del 27 luglio lasciamo la vivace cittadina di Gilgit a bordo di quattro jeep. Nel pomeriggio di ieri ci eravamo dedicati alla visita della città e in particolar modo del bazar. E' davvero notevole la cordialità e l'onestà dei pakistani: il bazar è un caotico andirivieni di merci e genti, ma si può girare tranquillamente senza alcun timore (diversamente da altri mercati nel mondo). Molti di noi si divertono a comprare bellissimi manufatti di lapislazoli e sete preziose mediante la contrattazione del prezzo, pratica normale per i popoli locali e oggetto di grande soddisfazione per i mercanti. Dopo qualche giorno di viaggio attraverso la cultura musulmana una forte impressione comincia ad emergere in ognuno di noi: la totale mancanza della donna nella vita sociale. La presenza femminile è una lieta e irrinunciabile costante nella vita di tutti noi, qui invece neppure se entri in una cucina d'albergo o in una stanza adibita a qualsiasi altra mansione, dalla direzione alla lavanderia, potrai essere rasserenato dal sorriso di una donna. Le poche che incontri per strada sono completamente avvolte nei loro neri chador da cui traspaiono a malapena gli occhi, spesso sfuggenti e di grande bellezza. Lasciata dunque Gilgit comincia la nostra corsa lungo il fiume omonimo. Il primo tratto di strada sterrata è in buone condizioni, anche se si viaggia in cinque o sei persone per jeep. Ci fermiamo due volte per ristorarci in alcuni dei molti villaggi che nascono lungo il Gilgit. E' veramente straordinario il contrasto tra le brulle montagne che cadono fin quasi al letto del fiume e le floride coltivazioni  che si originano da esso. Granoturco, frumento, orzo, riso e segale pare impossibile riescano a germogliare in terre così aride, ma l'opera paziente dell'uomo ha permesso di coltivare anche luoghi a prima vista inabitabili e ora diventati una lunga e ininterrotta oasi. Giunti a Gakuch abbandoniamo il Gilgit per seguire l'Ishkoman River. Un ponte travolto dalle ultime piene ci costringe a passare sul lato sinistro orografico del fiume, facendoci ballare parecchio sulle jeep. Il governo pakistano si è dato molto da fare per salvaguardare queste zone di confine, e non solo mediante i piani di agricoltura intensiva: a Ishkoman - sperduto paese tra le immense montagne pakistane - incrociamo addirittura una piccola centrale elettrica. Finalmente dopo sette ore di jeep arriviamo a Ghotulti, ultimo insediamento annuale circondato da albicocchi e noci. Qui passeremo la sera e la notte tra l'insaziabile curiosità dei locali (pochissimi europei sono passati per di qua) e le danze in nostro onore. Poco dopo cena siamo invitati nella piazzetta del villaggio. Ci riuniamo in un cerchio e alla luce delle lampade a olio un giovane pakistano comincia a tambureggiare su una tanica di latta, mentre un altro vestito di una logora giacca militare intona una melodia con un flauto. I pakistani iniziano la danza: al centro del cerchio il danzatore imita il movimento del serpente sibilando contro gli attenti ed estasiati spettatori. Anche noi per omaggio balliamo. Infine, momento massimo della rappresentazione, il cantore del villaggio innalza verso il cielo nero e limpidissimo una canzone d'amore per la luna e le stelle. In disparte le donne osservano silenziose nell'oscurità. Con il cuore pieno d'emozione entriamo nelle nostre tende. All'alba di giovedì comincia il trekking che ci porterà in otto ore di cammino attraverso splendidi paesaggi al villaggio stagionale di Mahthantir. Le voci dell'arrivo di un gruppo di stranieri ci hanno preceduto lungo la valle e allorquando oltrepassiamo il ponte che dà accesso al piccolo altipiano dove nasce il villaggio, tutti gli abitanti del paese sono pronti ad accoglierci, in particolare la nostra Vanna, prima donna non pakistana a risalire queste valli remote di fede ismaelita. Domani altre quattro ore di cammino ci porteranno al campo base.
Alberto Peruffo



Il popolo Shina ed il paesaggio di Tarcisio Bellò
Nel remoto villaggio di Ghotulti termina la carreggiabile. Sono pochissimi gli occidentali che hanno messo piede in questa zona e si conserva ancora il ricordo di un inglese, un certo Shember (dovrebbe essere Lord Chamberlain) che nel 1876 vi fece la prima visita. Nel comprensorio di Ishkoman vive il popolo Shina che ha enormi differenze culturali rispetto alle ben 72 etnie ed altrettanti linguaggi presenti in Pakistan. Per fortuna nelle scuole vengono insegnati l'urdu, lingua nazionale, e l'inglese, retaggio di quasi due secoli di occupazione britannica. Gli Shina si sono adattati a coltivare le fertili vallate, a sfruttare le risorse idriche per le coltivazioni e ad allevare bovini, pecore e capre. Gli insediamenti si trovano a 2000-2500 metri di quota e viene praticato l'alpeggio stagionale nei tre mesi estivi. In questo periodo il clima è secco e le temperature decisamente favorevoli tanto che a 3000 metri non scendono sotto allo zero termico. I terreni in altura sono del governo mentre gli appezzamenti di fondovalle mantengono un diritto di proprietà che si tramanda oralmente da secoli. Esistono due organismi politici elettivi, il Consiglio dell'Unione e il Consiglio Locale, quest'ultimo rappresenta la Fondazione istituita e finanziata dall'Agha Khan per sviluppare l'assistenza ai poveri, l'educazione, la sanità e gli sport rurali fra cui il gioco del polo che qui ha una particolare tradizione. Interessante è il fatto che non esiste emigrazione verso paesi stranieri, indice di buona economia locale.Tutte queste informazioni le abbiamo raccolte da Mirza Mohammad, sindaco di Ishkoman, che ha accompagnato ufficialmente la nostra spedizione fino al campo base. In complesso in territorio Shina vivono circa 6000 abitanti di fede musulmana ismailita che hanno nell'Agha Khan il loro capo religioso. Nonostante gli obblighi imposti dall'Islam qui le donne si mostrano a viso scoperto e indossano copricapi coloratissimi a forma di cilindro, accompagnati da abbigliamento spesso abbastanza vivace. Il carattere aperto e la sorprendente ospitalità del popolo Shina si contrappongono alla ruvida bellezza del paesaggio e ai fortissimi contrasti fra i verdi coltivi e le aspre montagne. A Ghotulti, il capo del villaggio, 73 anni combattente nel Burma durante la II guerra mondiale ci ha aperto la sua casa per visitarla. L'abitazione costituita da tre stanze quadrate con apertura centrale nel soffitto è recintata da muretti a secco coperti da rami spinosi per impedire l'accesso agli animali. Nel cortile sopra alcuni massi granitici grandi quantità di albicocche che seccano come scorta di cibo invernale. La famiglia composta dalla moglie, dalla sorella e da numerosi figli, nuore e nipoti si divide il poco spazio disponibile. Le donne ci hanno spiegato come si produce il formaggio Quruth, facendo agitare il latte dentro ad un otre in pelle di capra ottengono una pasta che quando è asciutta e matura diventa molto dura e si conserva a lungo. Alla fine della visita non abbiamo potuto sottrarci ad un assaggio del Flover, un dolce fatto con farina e yogurt. Intanto a nord il sole stava tramontando sul Karkamush, 6222 metri, una delle vette più belle e difficili della zona che presenta tre caratteristici pinnacoli sommitali. Una leggenda racconta che un cacciatore si inoltrò nella valle del Karkamush e udì il richiamo dei polli provenire dall'alto, così i pinnacoli ora rappresentano tre teste di pollo. Da Ghotulti risaliamo la valle Baru Gah, lungo la facile viabilità pastorale. Bambini e adulti si avvicinano con curiosità e senza malizia: sapevano del nostro arrivo e che nel gruppo c'è una donna. Vanna Danuso aveva intrattenuto uno scambio nell'arte del trucco femminile e questa notizia aveva fatto il giro della valle. A Mathantir, unico posto tappa della spedizione, le abitazione stagionali dette "hut" somigliano alle capanne indiane realizzate però con legno e frasche, utili soltanto a fare ombra (evidentemente in estate non piove mai). Sopra dei graticci rialzati decine di piccole forme di formaggio asciugano in previsione dell'inverno che qui è particolarmente freddo e severo e gli alpeggi vengono abbandonati. A inizio primavera le scorte alimentari si possono esaurire e questo per famiglie locali significa patire la fame. Verso est si erge la possente piramide del Kampur Peak di circa seimila metri. Kampur in lingua Shina significa "casa di vecchia donna" e questa bellissima montagna che somiglia al nostro Gran Zebrù secondo il capo del villaggio non risulta salito mentre da altre fonti abbiamo notizia di una prima ascensione giapponese. Una breccia a nord delle valle Soot Gah - "valle dritta" - lascia intravedere una splendida vetta innevata.
Tarcisio Bellò


26 luglio.  Gilgit 
Partiti da Chilas mercoledì, siamo arrivati nel primo pomeriggio nella città di Gilgit, famoso posto di frontiera, stazione di sosta della Via della Seta e ultimo avamposto dell'Impero Britannico. Alle 7.00 di mattina ci aspettava sorridente sulla porta del pulmino Nig Aalam, il nostro imperturbabile autista. Timorosi cominciavamo il secondo giorno di viaggio sulla KKH. Poco fuori Chilas ci fermiamo per ammirare incisioni  e iscrizioni rupestri antichissime, raffiguranti Budda e stupa. Pellegrini e missionari buddisti che andavano e venivano dalla Cina si raccomandavano in questo modo per avere protezione e fortuna durante i loro lunghi e pericolosi viaggi. Sulla sponda opposta dell'Indo guerrieri a cavallo, leopardi e antilopi incisi sulla roccia risalgono al 1° secolo prima di Cristo. La KKH continua sinuosa e precipite fino ad attraversare un altipiano desertico. Il paesaggio è a dir poco impressionante: alte e brulle montagne si alzano per ogni dove volge lo sguardo, mentre qualche centinaio di metri sotto di noi scorre minaccioso e grigio l'Indo. Ashraf Aman , che ci sta accompagnando orgoglioso tra le sue montagne, ad un certo punto ci fa fermare e scendere dagli automezzi. Alle nostre spalle una finestra azzurra tra gli infiniti gialli e ocra degli altri monti ci fa scorgere l'imponente e bianca mole del Nanga Parbat (8125 metri). Ma è poco più avanti che il cuore di un alpinista viene messo duramente alla prova. Sul ciglio destro della strada un monumento marmoreo a pianta quadrata sostiene un obelisco di roccia e una scritta invita ogni pellegrino delle montagne a sostare. "Qui confluiscono le tre catene montuose più alte della terra": dove i fiumi Indo e Gilgit disegnano la loro sofferta confluenza Karakoram, Himalaya e Hindu Kush  s'incontrano lasciando allibito anche il più disincantato tra i viaggiatori. E' un punto cruciale, un vero e proprio santuario per gli alpinisti. La KKH, ora più rettilinea,  abbandona l'Indo per seguire il Gilgit. Finalmente la vista è adesso più aperta e il colore della verdeggiante città di Gilgit è incoraggiante. Dopo tante ore di dirupi e di deserto pietrificato i nostri occhi guardano con piacere le pianure coltivate ornate di elegantissimi pioppi cipressini. La regione di Gilgit è un oasi di verde e la sua città principale è un crogiolo di genti, di lingue e di merci. Ricca di storia, e ammirata anche da Marco Polo nel XIII° secolo, sarà la nostra sosta per la giornata di mercoledì. Una visita al rinomato bazar nel pomeriggio, una buona cena pakistana alla sera e subito a riposare in vista dell'impegnativa tappa di domani.
Alberto Peruffo



25 luglio. Chilas
Dal primo mattino siamo partiti da Islamabad percorrendo quasi 500 chilometri fino a Chilas lungo la Karakoram Highway ed il corso del fiume Indo. La strada per molti tratti rimane alta e protetta sulle costiere dirupate e sul fondovalle dell’Indo, il grande fiume che nasce in Tibet e sfocia nell’Oceano Indiano scorrendo turbinoso e carico di sabbie moreniche. Il colore grigiastro delle acque e la densità del fluido fa assomigliare il tutto a cemento liquido che accumula e disperde lungo il tragitto vasti arenili sabbiosi. Le scene terrificanti delle jeep, dei bus e dei camion sgargiantissimi che si rincorrono paurosamente lungo l’autovia ci hanno tenuto con il fiato sospeso per il concreto rischio di precipitare nell’abisso sottostante. Un incidente del genere è accaduto ad una camionetta adibita a trasporto di legname che rientrando da uno dei tanti sorpassi in curva per evitare un mezzo dell’opposta carreggiata è finito giù dalla scarpata. I feriti meno gravi sono stati riportati a spalla sulla strada ma diverse misere lenzuola sono state aperte e stese sopra i più sfortunati. L’arrivo notturno all’accogliente Panorama Hotel è stato accolto con vero sollievo vista la velocità con cui il nostro autista Nig Aalam - soprannominato Attila - ha affrontato ben 250 chilometri di curve vertiginose. La Karakoram Higway non è un percorso adatto a persone sofferenti di cuore e somiglia più ad un interminabile giro di "tagadà" piuttosto che una gita in pullman. Per fortuna una sola piccola frana ha ostacolato brevemente il nostro viaggio, in località Halil dove durante la sosta abbiamo stretto amicizia con il sultano del Kohistan fermo per lo stesso motivo. Il Kohistan è un regno di alte montagne, aride e poco produttive; l’aspetto del sultano, pur signorile e fiero come il suo popolo, non esprimeva certo ricchezza, ciononostante viaggiava con autista, scorta armata e un funzionario d’ufficio. Nella mattinata abbiamo attraversato la cittadina di Abbottabad caratterizzata da numerosi collegi e scuole militari e poi alcune belle pianure coltivate fra cui una zona in altura dove a circa 1000 metri di altitudine si coltivano tabacco, riso, mais e svariati ortaggi. Il vasto altopiano di Mansehra è favorito dalla piovosità dei monsoni e dalla fertilità dei terreni. Particolari curiosi fanno meditare sulle differenze culturali fra l’occidente e questo popolo di fede musulmana che seppellisce i morti qua e là invece che in un cimitero chiuso. A Besham, villaggio carovaniero, si mischiano povere merci alle mercanzie più pregiate come i tessuti, le argenterie e le pietre preziose. In un caleidoscopio di colori e di umanità varia sostiamo in un ristorante ottimamente tenuto per pulizia e varietà di cibi che stride rispetto alla realtà esterna povera e avara con i suoi abitanti. Con l’ingresso nella profondissima valle dell’Indo iniziano gli spaventi ma contemporaneamente cambiano i colori che si fanno terrosi e aspri: la natura selvaggia di questo luogo è stata solo parzialmente modificata dalla costruzione della Karakoram Highway, la moderna strada che si collega al Tibet. Quest’opera colossale ha richiesto migliaia di lavoratori che scavarono manualmente o con l’ausilio di scarsi mezzi meccanici i franosi fianchi della montagna; gli ammassi di roccia e i rovinosi crolli di pietrame hanno causato ben 1700 vittime fra gli operai. Per ora tutto procede bene a parte le consuete difficoltà di collegamento con l’Italia. Un grosso saluto da tutti i componenti della spedizione a familiari, amici e lettori.
Tarcisio Bellò 


          
24 luglio.  Islamabad, Regency Hotel
All'alba di oggi siamo arrivati ad Islamabad dopo essere transitati per Dubai, negli Emirati Arabi. Il viaggio aereo è andato molto bene. La giornata è umida e piovosa. Approfittiamo del collegamento internet dell'albergo per mandare un primo messaggio, essendo i prossimi collegamenti più incerti per via del satellitare. Con la competente assistenza di Daniele Tonani della Focus Hymalayan Travel stiamo preparando il materiale in previsione della partenza di domani mattina per Gilgit, verso i territori del nord pakistano. L'atmosfera internazionale del Regency, piccola 'stazione' di transito per gli alpinisti di tutto il mondo, è davvero stimolante. Ad accoglierci la massima autorità alpinistica del Pakistan, Mr. Ashraf Aman, primo uomo pakistano a scalare il K2, la montagna degli italiani e ai quali Ashraf è molto legato per ragioni storiche e di amicizia. Parliamo infatti della storia alpinistica passata e recente del Pakistan, nonché del nostro progetto, da lui molto apprezzato. Nel frattempo rientra in Hotel - proprio dal K2 - la spedizione di Hans Kammerlander. Il maltempo ha flagellato come poche volte negli ultimi anni le zone monsoniche del Karakoram e dell'Himalaya, la molta neve caduta ha costretto al rientro spedizioni molto forti e preparate come quella di Hans (il suo obiettivo era scendere il K2 con gli sci!). Alle 13.30 varcano la soglia anche le facce scurite e stanche del forte team della Repubblica Ceca guidati da Berbeka: per loro c'erano gli 8047 metri del Broad Peak, purtroppo carichi di neve e valanghe. Con noi per parte della spedizione anche Angelo Rusconi, alpinista di Asso molto esperto del Pakistan, accompagnato da un operatore della televisione italiana per fare un documentario sull'Hindu Raj. Rusconi sta promuovendo la costruzione di un piccolo rifugio nella zona del Barhi Lake. Tra le tranquille camere del Regency scorgiamo infine una persona che gira con una gamba ingessata di fresco: si tratta di un alpinista americano impegnato fin pochi giorni fa sulla cima più alta dell'Hindu Kush, il Tirich Mir (7708 metri). Il motivo per ora ci è sconosciuto, ma all'ora di cena cercheremo di conoscere i dettagli dell'incidente.
Per ora è tutto dal Pakistan. Un grosso saluto a tutti e restate sempre collegati con noi.
Alberto Peruffo.



Piano di volo Spedizione CHIANTAR 2000

Domenica 23 luglio: partenza 1°gruppo. 
Aeroporto Marco Polo, Venezia.

23/07/00 Venezia - Francoforte: 10.00 - 11.50
23/07/00 Francoforte - Dubai: 13.50 - 22.05
24/07/00 Dubai - Islamabad: 0.30 - 4.35

Lunedì 31 luglio: partenza 2°gruppo, idem


Giovedì 31 agosto
: rientro previsto dell'intera spedizione.
Aeroporto Marco Polo, Venezia.

30/08/00 Peshawar (o Islamabad) - Dubai: 19.00 - 22.50
31/08/00 Dubai - Francoforte: 3.45 - 8.35
31/08/00 Francoforte - Venezia: 12.40 - 13.50

 

 

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