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 EUROPA - ALPI ORIENTALI - DOLOMITI 
 

VERSO LA CATTEDRALE
I LOVE MARMOLADA

testo di Michele Guerrini
Special guest Pietro Dal Prà
Photo by Beat Kammerlander

Ricordo come fosse ieri la prima volta che i miei piedi calpestarono quel prato inglese che s'incontra qualche centinaio di metri prima di arrivare a Malga Ombretta,  al termine della ripida scorciatoia che quel giorno Francesco Marin ci aveva consigliato per risparmiare  tempo.
Attraversare quel prato, ogni volta che torno in quel luogo, è come aprire il cassetto dei ricordi, quelli che risalgono ai “lontani” anni Ottanta. Era passato poco più di un anno da quando Gabriel Garcia Márquez aveva scritto quello che per me è il suo capolavoro, libro che lessi e che mi affascinò a tal punto da ispirare la mia fantasia per i nomi di alcune vie nuove di Lumignano.

Quel giorno di giugno ero tra l'altro insieme a Giacomo Albiero, che all'epoca aveva già qualche bell'anno in più rispetto ai nostri venti, e che ci avrebbe insegnato tante cose... come d'altronde continua a fare ancora adesso, che di anni  ne  ha ottanta, con le sue continue scorribande e presenze memorabili a tutte le edizioni della mitica Marcialonga, e la sua passione da bambino per la montagna. Pierino Radin che ha sempre arrampicato con Giacomo  e con Renato Casarotto, aveva già fatto la Vinatzer (in solitaria!) nel 1978 e ci aveva vivamente consigliato questa via per la sua bellezza e la sua storicità. Con l'occasione quel giorno conobbi anche Nino e Agnese del Falier che negli anni a venire saranno sempre gentilissimi e disponibili, qualità tramandata a Dante e Franca, gestori attuali ma soprattutto amici come se ne contano sulle dita di mezza mano.


La Cattedrale (© Beat Kammerlander)

Dopo una notte agitata come capita prima delle grandi avventure, eccoci all'attacco, alla base di quel rosso camino poco invitante e abbastanza impegnativo per la roccia scivolosa ed il freddo che accompagna spesso i primi tiri. Ma la giornata trascorse tranquilla, in una di quelle salite che mi rimarranno poi nel cuore.
Il dado era tratto; quell'estate e la successiva, oltre a qualche bella salita in Civetta, al Sass Dla Crusc e altre poche pareti, ci concentrammo sulla Sud della Regina delle Dolomiti, scalando la Gogna, Sudtirolesi, ancora Vinatzer ma con uscita Messner, Tempi Moderni, Don Quixote, Schwalbenschwanz ed un tentativo al Pilastro degli Elfi terminato con una doppia su cliff al primo tiro... formidabili quegli austriaci!

Quando salii l'Ideale, nell'estate del 1982, eravamo talmente in anticipo sul programma che dovemmo attendere il sorgere del sole per attaccare la via. Come per la Aste al Crozzon optammo per salire l'originale, che ci impegnò già dal secondo tiro.  Le lunghezze di corda si susseguirono veloci, finché dopo una traversata giungemmo sotto l'esile cascata che durante il nostro passaggio aumentò di portata, con aggiunta di acqua (?) e detriti vari, tanto da farci prendere un bello spavento ed inzupparci maglietta e braghe (all'epoca rigorosamente bianche e di cotone, dettate dall'onda californiana, quella senza caschetto, capelli lunghi al vento e degli hexentric dell'11, grossi e pesanti come campane di vacca, l'epoca in cui vedevamo il Perlotto scalare con due – ben due – sacchetti di magnesio, uno per la mano destra e uno per la sinistra!). Dopo quella doccia salimmo ancora qualche centinaio di metri tanto da vedere ormai da vicino la scatola di lamiera della funivia. A quel punto provammo l'itinerario originale, ma il ghiaccio e l'acqua corrente non ci permisero di salire. Tentammo allora la variante Messner, ma trovammo quel diedro fessura colmo di olio e grasso , prodotti di scarico della funivia… inscalabile! Cercammo di forzare l'originale chiodando il tratto ghiacciato, ma avevamo tre chiodi in due, e quindi non riuscimmo a fare molti metri; prova di qua, prova di là, alla fine dovemmo bivaccare a 70 metri dalla funivia così come eravamo vestiti, un mars in due e le scarpe di ginnastica che ci diedero “respiro” almeno ai piedi. Non fu una delle più belle notti della mia vita, anche perché verso le 23 iniziò a nevicare, facendoci pensare seriamente che la nostra avventura non dovesse finire per niente bene. Per fortuna smise subito, e si alzò un vento gelido che spazzò via tutte le nuvole, scoprendo un cielo di stelle… una di quelle notti insomma che ti devi muovere come una vecchia macchina da scrivere per tenerti un po' caldo

Comunque la mattina successiva scendemmo 150 metri con quei tre chiodi e prendemmo un canale a sinistra della variante Mariacher che ci permise di giungere in vetta abbastanza agevolmente alle 10.30, giusti in tempo per ammirare un gruppo di turisti con scarpe di cuoio e tacchi alti giunti dal ghiacciaio in funivia. La nostra gioia ed emozione furono immense, rafforzate da quel quadretto che ci faceva sentire ancora più “integrati” con la natura rocciosa di quel luogo (eravamo comunque anche “disintegrati” dalla notte passata a 3200!). Senza contare che per tutta la via ci erano piombati addosso alcuni scarichi provenienti dalla funivia (piscio, acqua sporca, forchette in plastica e altri oggetti non ben identificati) Nino dal Bon, allora gestore del Falier, non troppo stupito ci riferì in seguito che prima di salire l'Ideale era meglio avvertire quelli della funivia per evitare l'inconveniente. Fortunatamente qualche anno dopo Mountain Wilderness con una grande manifestazione che prese di mira proprio la funivia e con un'azione di pulitura del ghiaione sottostante la Sud, pose fine (?) a questi scarichi illegali.

Negli anni a venire almeno una o due volte all'anno frequentai la Sud, innamorandomene sempre di più, come ho fatto successivamente di mia moglie (non so se a lei il paragone vada tanto bene, ma sai come sono questi alpinisti... pensano solo alla roccia!). Ripetei ancora alcune vie e presi comunque anche qualche bella “batosta” dovuta alle condizioni meteo della parete o del sottoscritto (leggi: ... sai quelle giornate che già dalla mattina ti dici che è meglio andare a farsi una pastasciutta al Falier!).

Ricordo addirittura la prima volta sul Pesce: all'attacco trovammo già altre cordate, così salimmo a destra sull'Irreale fina alla prima cengia, poi sbagliammo il diedro del Pesce salendo inconsapevolmente un tiro di Fram, per poi “piegare” nuovamente sul Pesce con un tiro “né Fram, né Pesce” tutto sprotetto che ci costò un litro e mezzo di adrenalina pura, per trovarci poi sulla Fortuna, ed a quel punto accorgersi di aver girovagato per la Sud da destra a sinistra senza imboccarne una, e di essere proprio in una di quelle giornate menzionate prima... infatti andammo al Falier per una pastasciutta.

Ci fu poi la parentesi con Renzo Vettori che aprì una via ardita (suscitando le ingiustificate ire dei forti austriaci che da dieci anni ne tentavano la salita, credendo così di “appropriarsi” di quel pezzo di parete) con l'uso di soli chiodi tradizionali e qualche passo su cliff; il mio merito fu comunque solo quello di fargli da buon secondo e nulla più.

In un periodo di furioso innamoramento (nei miei confronti) riuscii a passare una settimana in tenda con la mia futura moglie... risultato: 5  giorni di pioggia ininterrotta, tanto da far galleggiare quasi tutta la roba che avevamo all'interno, ma che non furono poi così male! (alla faccia degli alpinisti che pensano solo alla roccia).
Il vagabondare mi portò a provare la via del Koller dedicata all'amico Feo (Graziano Maffei). Con il “fradeo” Propoi (Marco dal Zennaro) partimmo per il primo tiro, ma quando Marco provò a calzare le scarpette, notò con sorpresa che il piede con cui aveva parato un calcio durante gli allenamenti di Judo della settimana prima, non poteva sopportare quella morsa coi lacci; così salì il primo tiro (7a) con una Miura e una Asics e... pastasciutta al Falier!

La via rimaneva da ripetere e dopo un tentativo in solitaria invernale durante il quale ci misi 4 ore a fare un tiro a - 25 , tornai con Enrico Rasia, il quale, reduce dal periodo passato a far prelievi (data la sua professione di medico) sotto il Colle Sud dell'Everest, era più propenso a scalare qualche classica. Optammo per una soluzione intermedia, e così, tra Amico Feo ed una classica, provammo una classica del Feo. La più vicina alla zona del nostro bivacco era la Cattedrale che sulla guida non superava il 6° ed aveva qualche passo di A4... aperta nel lontano 1983; sapevo della grande tecnica artificiale del Feo e della bravura di Paolo Leoni e Mariano Frizzera, ma mai e poi mai avrei immaginato di trovare una via del genere, dove il sesto arriva al 6c e l'artificiale ti riempie le braghe di “adrenalina” (eufemismo).

    L'a[ltra] Cattedrale: Parete NW Civetta
    Pietro Dal Prà sul 3° tiro [6b+]
    Ibidem
    Ibidem
    Ibidem
    Pietro Dal Prà sul 4° tiro [7c]
    Ibidem
    Ibidem
    Ibidem
  Ibidem
    Ibidem
    Ibidem
    Ibidem
    Ibidem
  Ibidem
  Ibidem
  Ibidem
  Ibidem
  Ibidem
  Pietro Dal Prà sul 10° tiro [8a+]
  Ibidem
  Ibidem
  Ibidem
  Ibidem
  Ibidem
  Ibidem
  Ibidem
  Ibidem
  Ibidem
  La Cattedrale...
1
© Photo by Beat Kammerlander
aprile 2005 intra
isass

Capii che di classiche il Feo e i suoi fidi compagni non ne avevano aperta nemmeno una, bensì tutte belle “legnate”, alcune ancora oggi da ripetere! Con Enrico salimmo in una giornata di sole incredibile, godendo veramente di quella fantastica Sud, e scoprendo via via tiri sorprendentemente  stupendi (e duri). E' facile innamorarsi di una donna intelligente, ancor più se allo stesso tempo è anche bellissima (riferimento a fatti e persone realmente esistite e citate prima?), così metro dopo metro l'idea di poter salire questa parete in arrampicata libera si faceva sempre più insistente.

Quell'estate avevo già percorso e sistemato 9 tiri di corda della Cattedrale ed avevo “fissato” alcune dinamiche per risalire al punto massimo raggiunto. Risalire quelle corde era un terno al lotto (avrei dovuto giocare il 53!).
Durante l'inverno 2002/2003 organizzai una gita in valle Ombretta con un gruppo di amici per passare due giorni in quel fantastico mondo e per proporre a Pierin Dal Prà il mio progetto di libera della Cattedrale. Con l'occasione potevo contare sulle spalle dei compagni per portare finalmente una statica da sostituire a quella “roulette russa” lasciata in parete l'estate prima,  costituita da vecchie corde usate a far ghiaccio, spezzoni più o meno lunghi e corde che usavo per chiodare vie nuove in falesia. Così ci trovammo un venerdì sera al termine della strada che porta alla sbarra da dove parte il sentiero per il Falier. Nonostante il freddo fu proprio una bella serata, e il bivacco risultò confortevole grazie all'effetto placebo del vino che ognuno di noi aveva portato.
La mattina seguente al caldo bivacco (se ci fossero stati dei controlli ci avrebbero tolto i punti dalla patente alla sola apertura dei sacchi piuma!) organizzammo gli zaini distribuendo un po' i carichi. Tutti avevamo le cose personali per arrampicare, per bivaccare, da bere e mangiare, ed in più poi c'erano le provviste da lasciare per le scorribande successive, la statica da 200 metri che da sola pesava più di mia figlia e una quarantina di classici “ciodi de fero”.

A Mighé (Michele Piccolo) spettò di diritto la statica. Noi ci dividemmo il resto.
Al bivacco sotto la parete arrivammo in tempo record nonostante la neve e gli zaini pesantissimi. Organizzammo subito il bivacco spalando e spianando la neve alla base di quel sassone strapiombante sotto L'ultima foglia di autunno. Piantammo anche la mia vecchia Sumitomo che comprai ancora da Tosva nell'Ottanta.
Poi col Pierin finalmente andammo all'attacco della via e cominciammo a portare in alto la statica sostituendola tiro dopo tiro alle cordacce quasi inservibili; fu proprio un lavoraccio, ma necessario per salire poi in sicurezza e provare i tiri difficili.
Dopo la bella giornata di “lavoro” scendemmo al bivacco e con il resto della truppa cominciammo il “feston del sabato sera”. I fornelli viaggiavano a pieno ritmo... come anche Paolino Vezzaro, mentre a Mighé spettò di diritto il primo sorso di vino per la faticaccia che aveva fatto nel portare quell'enorme zaino con la statica. Iniziammo il banchetto con del riso ai porcini condito con un filo d'olio del Gobetti che il Pierin aveva portato reduce dai giorni passati a spellar ulivi l'anno prima, per proseguire con una mousse d'orzo (da busta e pronta in tre minuti) con formaggio grana a scaglie da Opinel n° 8. Come secondo il ristorante Ombretta forniva dello speck dell'Alto Adige con pane ai semi di finocchio e vino rosso veneto. Per dolce c'era solo l'imbarazzo della scelta, in quanto avevamo una quantità industriale di barrette energetiche e merende di tutte le sorti. Quella sera a 2500 metri il freddo si faceva sentire, ma la compagnia, la stellata con la luna piena e soprattutto l'onnipresente “rosso” ci fecero dimenticare la temperatura. Dormimmo così un po' all'aperto, qualcuno in tenda e altri sotto il sassone, svegliandoci con un'alba incredibile che cominciava ad illuminare la parete verso il Pilastro Don Quixote; con molta ma molta calma , godendoci ogni istante di quella mattina che presagiva una bellissima giornata di sole e calma di vento, ci preparammo per la scalata. Quel giorno raggiungemmo quasi il grande tetto, zona dove l'incognita della possibile libera poteva essere svelata.

Dovemmo aspettare l'estate per terminare la via fino in vetta e sistemarla per la libera: infatti fin dall'inizio mi ero dato la regola categorica di mantenere la “classicità e storicità” della chiodatura utilizzando esclusivamente chiodi normali sia alle soste che sui tiri, trovandoci talvolta a dover tornare in parete con i chiodi giusti per le fessure incontrate. A questo punto ci rimaneva solo la libera!
Nell'estate 2004 Pierin risolveva il 10° e 11° tiro (quelli del tetto) riuscendo a concatenarli in una sola lunghezza di corda  (8a+! ... bravo Pierin!). In agosto decidemmo di tentare il colpaccio con l'aiuto di Lori (Lorenzo Nadali), che doveva sobbarcarsi il compito di filmare la gita e… naturalmente salire la via!

Partimmo la settimana prima della data prevista per portare in parete il materiale da bivacco (portaledge, sacchi piuma, cibo, acqua, ecc.). Dopo aver risalito le statiche organizzammo la sosta sotto il tetto per le due portaledge; ad un certo punto, aperto il sacco che conteneva quella da due posti, e non riuscendo ad estrarla da quel lato, girammo il contenitore scoprendo che anche dall'altra c'era un laccio che lo chiudeva. Così, tirando ed agitando il sacco, improvvisamente la portaledge prese il volo… e che volo! La sentimmo sibilare quando sparì dalla nostra vista per la particolare inclinazione della parete, ma ne sentimmo l'arrivo sulle ghiaie sottostanti. Svanì così in un attimo la nostra buona azione quotidiana, ovvero una mezza giornata di ginnastica sulle statiche, togliendo e rimettendo ogni volta quei dannati, ma indispensabili, paracorde. Stessa sorte, o quasi, toccò al telefonino che, durante quelle “comode” manovre di vestizione e vestimento in parete appesi ai cordoni del nove, per una cerniera che pareva chiusa ed invece… non lo era, precipitò, seguendo le gesta della cugina portaledge, con la sola differenza che quest'ultima riuscimmo a riutilizzarla, in quanto quasi praticamente intatta, mentre il piccolo marchingegno elettronico finì, come dice una bella mora della TV “tutto intorno a te”… però a pezzettini sparsi; non era evidentemente la settimana giusta!

Come da qualche anno a questa parte in agosto mi iscrivo alla gara di corsa che viene organizzata proprio in Marmolada: la Saliscendi. Viene chiamata così perché prima sali fino al Passo Ombretta e poi scendi ad Alba di Canazei se sei partito da Malga Ciapela, o viceversa se parti dalla Val di Fassa. Così organizzo un unico viaggio da Vicenza per le due occasioni e do appuntamento a Lori e Pierin il giorno della gara al nostro campo base sotto la parete. Sono già due giorni che i miei compagni “lavorano” sulla via portando acqua, viveri e portaledge fino sotto il grande tetto al decimo tiro, e così il giorno della gara si riposano un po' e Lori ne approfitta per fare qualche ripresa.

Ore 9.00 partenza della gara da Malga Ciapela, e durante la salita sento tutta la stanchezza della settimana prima durante la quale forse ho forzato un po' troppo correndo tutti i giorni, poi al Falier Dante mi rassicura e all'altezza del nostro bivacco i miei due compagni di cordata mi incitano e mi danno così la forza di proseguire. Al Passo Ombretta scollino e prendo un po' fiato riuscendo così anche questo anno a vincere la gara Malga Ciapela – Alba (una caduta “da mona” in discesa mi costerà due punti di sutura al sopracciglio sinistro).
Un po' stanchino torno con il bus a Malga Ciapela e mi organizzo per andare al bivacco sotto la parete. Fortunatamente trovo un “passaggio”, grazie anche al fatto di essere guida alpina, fino al passo Ombretta, gentilmente offerto dall'elicotterista che faceva servizio-soccorso alla gara. In venti minuti mi trovo così con i due fidi compagni di scalata; grande serata quella prima dei due giorni in parete, con cena abbondante e naturalmente… vin bon!

La notte trascorse tranquilla…  e quella dei due giorni dopo è un'altra storia, che Lori ha filmato e che potrete vedere al Filmfestival di Trento 2005.

Grazie a tutti coloro che in questi anni mi fanno vivere questa vita serena!

Michele Guerrini
Vicenza
30 aprile 2005

© Antersass Casa Editrice
Michele Guerrini
Pietro Dal Prà
Beat Kammerlander

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DOLOMITI
MARMOLADA 3343 m
Parete Sud
Prima ripetizione in arrampicata libera della
VIA DELLA CATTEDRALE
Graziano Maffei, Mariano Frizzera e Paolo Leoni
1983, 1985
Pietro Dal Prà
Michele Guerrini
(agosto 2004)

>>> per approfondimenti:
http://www.intraisass.splinder.com/post/3530869

FILM (presto in distribuzione)
LA CATTEDRALE - 29 '
di Lorenzo Nadali e Pietro dal Prà
in programma al TrentoFilmFestival 2005 >>>

 

 

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