Quando
a Sant'Agata lo videro arrivare giù di corsa dalla mulattiera, Emilio
brillava, tanto era ricoperto di crosticine di sudore ghiacciato. Due
istanti dopo, le prime lastre d'ardesia del selciato della strada
principale iniziarono a rimbombargli sotto ai piedi, cariche di un peso
che non era nemmeno il suo. Un sole gelido di fine inverno s'affacciava
pallido a illuminare soltanto le cime ancora innevate delle montagne.
Nell'aria durava ancora quel pizzicore imbroglione d'una stagione che
ormai tutti speravano fosse andata. I passi concitati di Emilio
lasciarono mezza Sant'Agata col fiato sospeso di preoccupazione. Nessuno
l'aveva mai sentito camminare così pesante, e quando le prime case di
pietra iniziarono a correre veloci alle sue spalle frettolose, le donne
s'affacciarono da dietro le tende di sangallo.
Le Molina furono le prime a vederlo arrivare. Da duecento anni almeno
abitavano la casa dietro alla curva del capitello, quello con la statua
della santa patrona sopra all'altare. Avevano ascoltato l'andatura
potente giù dalla mulattiera che scendeva dal passo dei cacciatori. Poi
l'avevano spiato da dietro le tende.
“E' accaduto qualcosa”, disse la vecchia Antonia con la lucidità di
chi era certo di già sapere. Lucia, sua nipote più giovane, appoggiò
un occhio in un buco del sangallo e scrutò fuori dalla finestra. Ne
riconobbe appena la mascella scarna sotto ad una barba corta, vecchia di
qualche giorno. Emilio le era sempre piaciuto, anche se aveva quasi vent'anni
più di lei. Ne era innamorata, sebbene, forse per quel suo volto duro,
non l'avesse mai ritenuto capace di vivere vere passioni. Al vederlo
fremere di tensione, il cuore le dette un balzo improvviso.
A
Sant'Agata non accadeva più nulla da almeno duecent'anni, dall'epoca
della grande valanga che aveva spazzato via il paese, e forse non
sarebbe accaduto più nulla nei duecent'anni a venire. Quindici case di
pietra, tutte abitate, appoggiate alla montagna. L'ultima frazione prima
del passo dei cacciatori. Dalla valle bassa, poco sotto all'abitato,
arrivava la mulattiera che collegava la gente di Sant'Agata col resto
dell'umanità. La strada si fermava in un largo a ridosso della prima
casa del paese. Cinque chilometri più a valle c'era l'asfalto. Sebbene
le apparenze lo volessero far sembrare, Sant'Agata non era poi così
fuori dal mondo. Fino a lassù vi si arrampicava perfino un automezzo
giallo del comune. Due volte al giorno, ogni mattina e ogni sera, per
prendervi e per riportarvi gli alunni delle scuole. Ma in effetti su
quel furgone poi ci salivano tutti.
Emilio
voltò verso destra, ma non infilò la via per casa sua. Imboccò invece
il vicolo infangato dietro alla chiesetta che sorgeva appoggiata al muro
settentrionale del cimitero. Era l'unica chiesa di Sant'Agata. Le lastre
di ardesia comparivano appena sulla strada. Erano sepolte sotto a
riporti di terra bagnata, depositati lì dagli scivolii della neve che
da tutto l'inverno veniva sospinta dallo scrollare degli erti nelle
giornate di sole. Lucia Molina l'aveva seguito fino a dove gli occhi
potevano arrivare. Aveva ormai passato i vent'anni e quell'uomo le
piaceva proprio.
Senza bussare, Emilio entrò dritto nella casa dei Carlassare. Valentino
stava arrivando dalla porta di dietro con una bracciata di legna così
grande che gli lambiva il mento. Valentino Carlassare era il più bravo
scalatore di Sant'Agata. L'avevano visto arrampicarsi sulle rocce del
passo con la delicatezza di una ballerina, con la grinta di un gatto.
Aveva mani enormi e un corpo grande e grosso come quello di tutti i
taglialegna. Ma quando toccava le pietre, la sua forma tozza spariva d'incanto
e si librava, soffiata in alto come la fiamma nel focolare. Sua sorella
Giovanna puliva il pavimento. Aveva vent'anni anche lei ed era amica
intima di Lucia Molina. Anche lei era innamorata di Emilio. Quando lo
vide entrare, si bloccò dalla sorpresa. Per un istante credette venisse
per lei e il cuore le schizzò in gola dalla passione. Emilio guardò
Valentino con lo sguardo di chi doveva annunciare fatti importanti. L'uomo
capì il peso del momento e appoggiò la legna sulla pietra del
caminetto. Poi s'avvicinò attento ad ascoltare:
“C'è un morto in cima alla Torre Cavina”, disse con la voce rotta
dal fiatone e dall'emozione. Giovanna interruppe il suo lavare e tese il
volto per meglio sentire. Valentino raggrinzò le ciglia e contorse la
pelle sopra agli zigomi.
“Andiamo a prenderlo”, disse perentorio.
“Non possiamo portarlo giù dalla normale”, sussurrò Emilio. “Il
camino è ancora intasato di ghiaccio. Oggi ci sono passato per un
pelo”.
“Lo tiriamo giù dalla parete”.
“E lo strapiombo?”, chiese Emilio impaurito da tanta decisione.
“Andiamo”, ordinò Valentino senza rispondere. Infilò le scale di
legno e andò a mettersi gli scarponi.
“E' quasi buio”, mormorò Emilio. Ma erano parole inutili per le
orecchie di Valentino. Lui sapeva scalare la Torre Cavina anche di
notte, d'inverno e per la parete strapiombante di settentrione. Non
gliene importava né del freddo, né della morte. Valentino sarebbe
salito subito fin lassù a prendere quell'uomo.
“Ma chi sarà?”, chiese Giovanna all'improvviso. La sua voce era
piena di paura e di mistero, ma con mano ferma porse a Emilio una tazza
di caffè bollente.
“Gli ho pulito via la neve dalla faccia. Avrà trent'anni. Pare
sereno, non ha i segni della paura. Sembra dormire. E' un bell'uomo”.
“Un bell'uomo?”, ripeté Giovanna quasi senza accorgersene.
Valentino scese le scale in un frastuono di legno e scarponi. Aprì la
porta e uscì. Emilio gli s'infilò dietro senza salutare.
I
passi rimbombarono pesanti ancora una volta quel giorno sulle lastre d'ardesia
del villaggio. Quando uscirono dalla curva del capitello con Sant'Agata,
le tende delle Molina s'alzarono entrambe. I due s'infilarono nella
penombra della sera che avvolgeva ormai ogni angolo della montagna.
Quando Lucia Molina li vide scomparire, indossò il cappotto e uscì di
fretta a cercare notizie di cos'era successo. Arrivò alla casa di
Giovanna Carlassare che era buio.
“C'è un morto in cima alla Torre Cavina”, disse Giovanna,
soppesando ogni parola. Poi, dopo un lungo istante, aggiunse:
“Era un bell'uomo”.
“Vado a dire ai Valda che salgano ad aiutarli”, ansimò Lucia. Poi,
in preda all'agitazione, aggiunse:
“C'è un morto. Vado dirlo anche al Pieroni, che apra la chiesetta del
cimitero”.
“Ho visto l'aura”, sussurrò Giovanna. “Non voleva morire. Ha
ancora il filo blu della vita stretto tra le mani. Vuole
riattaccarlo”.
“Smettila con le tue magie”, sibilò Lucia spazientita. “Devo
correre”.
“Ho visto il suo corpo astrale vagare ramingo. Quell'uomo non voleva
morire”, incalzò Giovanna.
I
fratelli Valda erano tutti e sette nella stalla a chiacchierare.
Santino, il più vecchio, era concentrato a tirare le tette secche di
una vacca che non aveva più latte. Appena Lucia li avvisò del morto
sulla montagna, tutti e sette s'indaffararono a infilarsi gli scarponi e
a indossare le giacche a vento. In meno di dieci minuti furono pronti e
partirono con le torce in mano per andare a far luce ai due scalatori.
Giovanna invece andò dal becchino.
Dopo mezz'ora le due ragazze si ritrovarono nel tinello della casa delle
Molina e decisero di vegliare la notte alla luce fioca delle lampadine a
bassa tensione. A turno, per almeno due ore, si affacciarono alla
finestra di destra, dove le torce si videro brillare fin sotto al passo
dei cacciatori. Antonia Molina, mezza sorda, non aveva capito
esattamente cosa fosse successo. Appena la nipote le raccontò della
partenza degli uomini, andò a mettere sul fuoco un pentolone di vino
per quando sarebbero tornati. Poi si preparò anch'essa ad attendere
scrutando dall'altra finestra con la faccia tesa.
“Chi è il morto”, urlò all'improvviso.
“Un bell'uomo”, si trovarono a rispondere le ragazze quasi in coro.
Si guardarono e si sorrisero.
Quando
giunsero al passo dei cacciatori, i fratelli Valda fecero appena in
tempo a vedere le mani grandi di Valentino che abbracciavano la roccia,
quasi a volerla possedere. La luna, ancora gelida in quel lungo finale d'inverno,
illuminava ogni ombra delle asperità che si contorcevano come spettri
sullo spigolo di settentrione. Valentino doveva tendere una corda sullo
strapiombo centrale. Gli serviva per poter tirare dentro il cadavere dal
precipizio. Senza un aggancio alla roccia, il corpo del morto sarebbe
finito a penzolare nel vuoto.
Con un nodo, Valentino bloccò il capo della corda. C'erano già alcuni
chiodi sul posto. Sapeva dov'erano e li scovò a colpo sicuro. La luna
accecava gli occhi, tanto il buio era denso intorno a lui. Gli appigli
più piccoli erano così fusi nelle ombre drammatiche dei chiari di
luna, che ne intuiva soltanto l'apparenza. Conosceva a memoria quel
precipizio. Conosceva anche lo strano movimento d'uscita, dov'era sempre
stato costretto a mollare i piedi a penzoloni nel vuoto. Quella notte le
luci delle fiaccole e lo stupido faccione un po' triste della luna, gl'infilarono
in cuore un sottile timore. Si fermò un istante a immaginarsi ogni
movimento per rassicurarsi ancora delle sue capacità, prima di uscire
dallo strapiombo.
All'improvviso la voce di sua sorella lo distrasse dai pensieri. Pareva
arrivare dal passo dei cacciatori e ne ascoltò il timbro per capire se
Giovanna era salita fino alla base della Torre Cavina con i fratelli
Valda. Poi di nuovo sentì la voce. Era più nitida, ma giungeva ora da
sopra allo strapiombo.
“Osserva attento l'aura dell'uomo bello”, gli disse Giovanna. “Ha
un cordone blu che gli scende dal ventre. E' spezzato, ma è ancora
luminoso. Ti condurrà fuori dallo strapiombo”.
Valentino credette d'impazzire. Lentamente, come quando a oriente sorge
il sole e spolvera di luce le cime degli abeti più alti, vide gli
appigli piccoli in mezzo allo strapiombo irrorarsi di toni bluastri.
Come preso dalla consapevolezza di quella presenza, ripartì verso l'alto.
Le sue mani non sbagliarono una presa. S'alzò leggero come mai aveva
fatto su quella parete. Lo spigolo settentrionale della Torre Cavina gli
scorreva sotto ai piedi verso un vuoto insopportabile, ma lui non lo
percepì nemmeno. Si sollevò con movimenti tanto lievi che sembrarono
soffiarlo verso la cima. Per la prima volta i piedi non gli si
staccarono nel vuoto, ma continuarono ad appoggiarsi alle asperità
invisibili. I fratelli Valda erano ammutoliti alla vista di quello
spettacolo. Al chiaro di luna, là in alto, un corpo massiccio abituato
ad abbattere i larici volava sfiorando appena le rocce strapiombanti in
una notte gelida d'inverno.
Quando
Valentino arrivò sulla cima, Emilio aveva già imbracato il morto con
spezzoni di corda e moschettoni. Sbirciò un attimo lo sguardo sereno
del cadavere, illuminato dal pallore della notte chiara.
“Grazie, uomo bello”, sussurrò. Ma Emilio nemmeno lo sentì. Gli
uomini col morto giunsero a Sant'Agata alle tre del mattino. Appena li
sentirono arrivare giù dalla mulattiera, Lucia e Giovanna riempirono di
vino caldo i bicchieri che avevano preparato in fila, uno davanti all'altro,
sopra al tavolo nel tinello delle Molina. La vecchia Antonia se n'era già
andata a dormire. Anche il Pieroni non aveva resistito alla veglia.
Aveva aperto la chiesetta del cimitero e ne aveva affidato le chiavi a
Lucia, sua lontana parente, della quale si fidava.
La portantina, quella che di solito era trainata a strascico dal mulo
dei Valda, giaceva appoggiata sul gradino del capitello di Sant'Agata.
Sotto alla coperta che copriva il morto, si capivano le forme del corpo.
Valentino entrò in casa per primo, guardò sua sorella e le sorrise
appena. Abbassò subito gli occhi e tese le labbra nella smorfia di chi
soffre. Emilio non sorrise nemmeno. Gli uomini mangiarono un pezzo di
pane duro e presero con le mani le fette di salame allineate sul piatto.
“Me ne vado a letto, così fra due ore scendo a valle ad avvisare i
carabinieri”, disse Santino Valda. S'avviò all'uscio e si diresse
verso casa. Anche Valentino ed Emilio se ne andarono.
Gli altri tornarono al capitello, presero la portantina e se la
caricarono fino al cimitero. La depositarono tale e quale com'era, sopra
all'altare di legno antico della chiesetta. Le ragazze avevano seguito
lo strano corteo ad una certa distanza. Arrivarono fino all'ingresso e
quando tutti furono fuori, chiusero la porta con le chiavi del Pieroni.
Poi s'avviarono verso la casa delle Molina per andarla a ripulire un po'.
I passi dei Valda non si sentivano più, giù per i selciati e Lucia
interruppe il silenzio.
“Chi sarà quel morto?”.
“E' arrivato stanco sulla cima dalla parete di settentrione e si è
addormentato nel gelo”, disse Giovanna.
“Voglio vederlo”, sussurrò Lucia. Lo sguardo dell'altra condivise
la sua volontà.
Le due donne ammutolirono di spavento per ciò che stavano per compiere.
Ma come spinte da una forza estranea a loro, tornarono verso il
cimitero. La mano ferma di Lucia che aveva appena chiuso la porta della
chiesa si mise a tremare. Anche il fiammifero che accese le quattro
candele sui candelabri di bronzo, vibrò leggero nell'aria gelida della
notte.
“Non c'è più la sua aura. Sta vagando sulla cima della Torre Cavina
a cercare il corpo. Vuole ricongiungersi”, sussurrò Giovanna. Prese
la coperta e la tirò da una parte finché non cadde per terra sotto il
peso del ghiaccio. Le donne si appoggiarono con la spalla per farsi
coraggio.
“E' davvero bello”, disse Lucia con le labbra che le tremavano. Dopo
il più lungo istante della sua vita, s'avvicinò al corpo e gli toccò
una mano. Voleva sollevarla dalla rigidità della morte, ma non ce la
fece.
“Mani forti da scalatore”, disse osservandole.
Gli occhi del cadavere erano leggermente aperti e vi sbirciavano
delicate pupille azzurre, immerse nella serenità di un volto rilassato
dalla morte. Gli zigomi alti e una barba di alcuni giorni lo facevano
assomigliare ad uno dei modelli in copertina di quelle riviste patinate
che di tanto in tanto arrivavano anche a Sant'Agata.
“Eterno riposo, donagli o Signore”, mormorò Lucia, ma si fermò all'improvviso
nella sua preghiera. Poi aggiunse:
“Si potrebbe impazzire di passione, se due mani così ti
toccassero”, e fremette. Quasi inorridita per quel pensiero ad alta
voce, guardò Giovanna e il suo volto alla luce delle candele assunse i
colori del pudore.
Come presa da un'intuizione, Giovanna protese all'improvviso i palmi
delle mani verso il cadavere. Distese le braccia, mentre le dita
andarono a sfiorarne il petto. Formò brevi cerchi con le mani e cominciò
a scorrerle lente sul corpo.
“Possedeva un'energia enorme”, sussurrò ad un tratto.
Le mani scesero calme verso il ventre. Poi recitò:
“Splenda a lui la luce perpetua”.
Le mani di Giovanna sembravano mosse da una forza esteriore. La ragazza
parve non poterle più controllare. Quando giunsero sopra alla patta
dell'abbottonatura dei calzoni, si fermarono. Lentamente si appoggiarono
sul corpo. Giovanna chiuse gli occhi. All'improvviso le sue guance s'infiammarono
di passione e di vergogna, ma ormai aveva compiuto quel suo gesto. Anche
Lucia vibrò. Chiuse gli occhi e il cuore iniziò a batterle con ritmo
impazzito. Giovanna sembrò estraniarsi in un'estasi profonda, ma la sua
voce interruppe con un soffio quell'inferno di sensazioni.
“Grande”, sussurrò. “Era un uomo grande. Sapeva amare”. Poi
deglutì cercando di ingoiare il nodo alla gola.
“Riposi in pace, amen”, sibilò Lucia, come a voler chiudere quel
rito.
Il volto di Giovanna s'infiammò di nuovo. Ma come presa da un impulso
improvviso s'avvicinò impavida al cadavere e lo baciò sulla bocca. Poi
s'allontanò confusa e uscì correndo dalla chiesa. Le mani tremanti di
Lucia Molina afferrarono la coperta ghiacciata e tornarono a ricoprire
il volto sereno dello scalatore. Le candele tornarono buie al suo soffio
senza fiato. Poi richiuse la chiesa.
Trovò
Giovanna appoggiata al muro esterno del cimitero con gli occhi
spalancati. Appena la vide la baciò e si abbracciarono e piansero
insieme con la passione che traboccava dal cuore. Erano le cinque e i
passi veloci di Santino Valda che andava a chiamare i carabinieri s'udirono
giù verso il largo, sotto alle case.
“E' l'uomo più bello che io abbia mai visto”, sussurrò Lucia,
quasi a voler giustificare il suo pianto.
“Ha vissuto nel coraggio, ha ascoltato le sue passioni. Ha saputo
vivere le sue emozioni”, disse Giovanna.
Poi tacquero confuse. Le prime luci dell'alba soffocarono gelide quell'angoscia
d'amore. Le due donne s'abbracciarono ancora. Ma era ora di tornare a
casa. Ognuna s'immerse nei suoi pensieri, ognuna infilò il proprio
vicolo. All'improvviso, Lucia si voltò di scatto. Fece un passo
indietro e allungò una mano ad accarezzare il volto di Giovanna. Aveva
ancora una lacrima ghiacciata sulle ciglia. La voce le tremava, ma le
permise di avere un'ultima parola per il cuore infranto della sua amica
coraggiosa:
“E' davvero l'uomo più bello”, le disse. Poi se ne andò.