Viaggio
Il 20
luglio 1997 un aereo della Lufthansa decolla da Milano alla volta di
Francoforte, Abu Dabi, Karachi, Rawalpindi, portando il primo gruppo di
diciotto componenti della spedizione “Karambar ‘97”. Il secondo gruppo
di dodici persone seguirà il 31 luglio. Sono finalmente finiti i lunghi
mesi dedicati all'organizzazione e ai preparativi fisici e mentali. A
mano a mano che si avvicinava il giorno della partenza cresceva nei
partecipanti, quasi tutti nuovi a questa esperienza, una carica di
emozioni e di energia che davano la ‘tensione giusta’ per
affrontare questa avventura. Il primo impatto con il Pakistan sono i
mezzi di trasporto. Il trasporto nel nord del paese è fatto
esclusivamente su gomma. Per i più, viaggiare significa trovar posto su
qualche cosa che si muove verso la meta. Si prende posto dove si può.
Pullman e minibus partono solo quando sono pieni, cioè stracolmi di
viaggiatori. Furgoni, furgoncini ‘Suzuki’, camion, tutto è
all'insegna del colore più eclatante. Il
riferimento estetico è l'orrore del vuoto, la fobia di un pezzettino
che non sia adeguatamente decorato. I pullman di linea sembrano delle
luccicanti serre colorate. Efficientissime le trombe, gli accessori
vanno a ruba, mentre chi vende pneumatici o cinture di sicurezza è
destinato alla fame.
Sulla strada che da Rawalpindi porta a Dir e Chitral, facciamo la
prima sosta a Takht-i-Bahi. Vi si conservano i resti del
monastero buddista più bello del periodo Gandhara, fondato nel I sec.
a.C. e successivamente ampliato fino al VII secolo. Accuratamente
restaurati, i ruderi dominano dalla loro altura brulla tutta la pianura
circostante. Vi si trovano in successione il cortile del grande stupa,
la corte dei 35 stupa, specie di cappelle votive nelle cui nicchie
venivano poste grandi statue del Buddha e in fondo le celle dei monaci.
Sulla
collina retrostante sono sparsi i resti di abitazioni di monaci e altro
personale. L'accurata descrizione lasciata dal pellegrino cinese Hsuen
Tsang nel 630 d.C. ha consentito di ricostruire l'aspetto estetico di
questo imponente complesso. Questa zona e la valle dello Swat sono
ricordati anche da Marco Polo come terra buddhista con oltre 1000
monasteri. Nel XV secolo anche queste valli saranno islamizzate. Unici a
resistere i Kalash, oggi ridotti a 6000 persone che popolano alcune
valli a sud di Chitral e che conservano usanze, tradizioni e una
religione che ricordano quelle dell'antica Macedonia di Alessandro
Magno.
Dir
è l'ultima città prima del lungo tragitto che porta ai 3200 metri
del passo Lowari. E' il mercato cui approdano montanari provenienti da
un vastissimo raggio, oltre che posto di sosta per camionisti che vanno
e vengono da Chitral. E' d'obbligo una visita al bazar: attività
commerciali, artigianato, locali pubblici, tutto è rivolto verso
l'esterno. Solo gli avventori dei ristoranti trovano piccoli tavoli
all'interno. E' il nostro primo impatto con la cucina locale e
l'esperienza è positiva. Peccato non si possa dire altrettanto delle
bevande.
L'unico collegamento della regione del Chitral con il resto del
Pakistan avviene attraverso passo Lowari. E' una strada sterrata di alta
montagna molto vulnerabile. Sono in corso i lavori per realizzare un
traforo stradale. Qualche giorno prima del nostro passaggio è piovuto e
la violenza dell'acqua ha abbassato di almeno due metri il greto del
torrente lungo il quale i veicoli del primo gruppo erano passati senza
problemi. In questi casi si abbandona il mezzo più grande per trasferirsi su
Jeep. Non c'è fretta: si tratta pur sempre di ottime occasioni per
chiacchierare, parlare con chi scende o sale, essere attorniati da
ragazzini affluiti dai villaggi vicini. Liberata con una pala meccanica
anche la seconda frana, ci si rimette lentamente in cammino, ma è ormai
sera.
Per la notte si sosta in un ‘albergo locale’, ma c'è chi
preferisce, dopo averlo visto, sistemarsi alla meglio nel pulmino, dopo
una cena a base di the al latte e croccanti ciapati, il più
tipico degli alimenti locali, che ricorda la nostra piadina. Si riparte
prestissimo il mattino seguente, fino alla frana successiva. In queste
montagne basta una pioggia per portare a valle la strada, o sommergerla
con metri di sassi e fango. Più che montagne, sono enormi ammassi di
materiali instabili di origine morenica, dove la pioggia trascina a
valle incredibili masse di fango e macigni. Arriviamo dove la sera prima
precipitava una fiumana alta oltre il ginocchio, e uno dopo l'altro
spingiamo i nostri automezzi oltre il torrente. Di fronte a queste
difficoltà i conducenti non si scompongono più di tanto. Il bello è
che poi recuperano il tempo perso piombando a valle con una guida al
cardiopalmo. Si dice che quelli in circolazione siano tutti ottimi driver,
dato che gli altri sono da tempo precipitati nel fiume.
Finalmente si apre la valle del Cunar, il fiume dai molti nomi: Yarkhun
alla origine, poi Mastuj, poi Chitral, poi Cunar e infine Cabul, dopo
aver fatto un ampio giro in Afghanistan, prima di gettarsi nell'Indo.
Il monte delle Fate o Tirich Mir 7708 metri, la vetta più alta dell'Hindu
Kush, domina la verdissima conca di Chitral, cittadina di 30 mila anime,
capitale dell'omonima regione.
Interessanti, a Chitral, il bazar all'incrocio delle strade a Y, la
moschea lungo il fiume e il castello, immerso nel verde. La sua epica
difesa da parte di una guarnigione inglese alla fine dell'800,
accerchiata dai ribelli indigeni, fece conoscere Chitral in tutta
Europa. Altrettanto epica la marcia del colonnello Kelly, partito da
Gilgit con i rinforzi. Si trattò di uno dei primi scoop giornalistici,
e milioni di persone vissero settimane di ansia, convinte del sacrosanto
diritto degli inglesi di sottomettere le fiere popolazioni citraline,
ancor oggi orgogliose della loro autonomia. Girando per il bazar, si
osserva una attività operosa ma mai frenetica. Molto più numerosi gli
artigiani dei commercianti: il ciabattino vende ciabatte, il calderaio
vende le sue pentole, il venditore di tappeti lavora al suo telaio. Un
arrotino esercita il suo mestiere nella strada dei bazar, ma a
differenza degli astanti, non porta il classico berretto citralino a
ciambella, ma il turbante, segno che proviene da altre province. Un
fabbricante di berretti citralini, lavora nella sua
bottega-laboratorio. I colori sono tutti smorzati e vanno dal
bianco panna all'antracite, attraverso tutta la gamma di
tonalità. Numerosi negozi espongono pesanti monili e gioielli, pietre
grezze o grezzamente lavorate.
E'
il nostro primo contatto con il mondo islamico: colpisce la grande
tenerezza che i padri dimostrano verso i figli piccoli. Sulle madri sono
possibili solo congetture, in quanto nel Chitral sunnita l'altra metà
del cielo è invisibile. Sarà una delle grandi diversità riscontrate
con il nord ismaelita. In pubblico, atteggiamenti come il tenersi per
mano, che in occidente sono riservati alle donne, qui sono comuni fra
uomini.
Lasciata la città, ci si inoltra nella valle del Mastuj: è mattina
presto e il sole si infila nei varchi fra le montagne. Altissimo,
evanescente fra le nebbie, il Tirich Mir segue la nostra marcia.
Una frana non segnalata, inaspettata, blocca la strada. La gente va e
viene superando a piedi la massa di pietre e fango ormai secco.
Trattative per assoldare sul posto dei portatori, trasbordo di tutto
l'equipaggiamento su vetture fatte arrivare dall'altra parte della
strada, e qualche chilometro più avanti, altra frana, e poi ancora
un'altra. Quando è passato il 2° gruppo la strada era perfettamente
agibile. In corrispondenza dello stretto e audace ponte che dà accesso
al territorio di Mastuj si stacca l'altrettanto stretta e audace
strada che risale al valico di Shandur a 4260 metri e porta a Gilgit.
Dove non arriva l'opera dell'uomo, il paesaggio è aspro, desertico,
modellato selvaggiamente dalla pioggia e dal vento, dal calore del sole
e dalle nevi invernali.
Si entra nel territorio di Mastuj e la polizia locale controlla alcuni
passaporti: è un controllo formale in un territorio che, pur essendo ai
confini con l'Afghanistan, non rivela altra forma di presenza
militare.
Mastuj si trova al centro di un ampio territorio coltivato, dove si
incontrano le tipiche abitazioni con il tetto a terrazza, che serve
anche come aia per essiccare i prodotti dei campi. Fort Mastuj domina
dall'alto del suo rilievo.
In Pakistan non sei mai solo: fèrmati solo un attimo e ti accorgi che
tanti occhi ti osservano, spesso occhi curiosi di bambini. La presenza
del sorriso dei bambini è stata la costante di tutto il trekking:
bambini sereni e tranquilli, curiosi e discreti. Profonda la differenza
con il nostro vecchio occidente dove i bambini in circolazione sono una
rarità, anche per motivi di prudenza. Dopo averle regalato una penna,
fotografiamo una timida bimbetta dai lineamenti tipicamente occidentali
e dai capelli color carota, che è la tenera dimostrazione dei
pellegrinaggi millenari che vari DNA hanno corso per queste valli.
Sembra che le originarie popolazioni arie del fondovalle, sotto la
spinta di devastazioni e invasioni permanenti, si siano ritirate nelle
alte valli.
Tutto il nord ismaelita è interessato agli interventi della fondazione
Aga Khan: dispensari, ospedali, canalizzazioni, forestazione, istruzione
di base ed universitaria con borse di studio. Un nostro portatore,
proveniente dalla valle dei Chapursan, era studente alla facoltà di
scienze politiche dell'Università di Karachi. Il Centro medico di
Chuinj, a nord di Mastuj, è aperto tutti i giorni con la presenza di
un'assistente sanitaria che mette a disposizione medicinali di prima
necessità. Il medico passa ogni tre o quattro giorni.
Le regioni di montagne nel Pakistan settentrionale hanno caratteristiche
molto diverse dai monti del Karakorum o dell'Himalaya indiana o del
Nepal. Esterni all'area dei monsoni, sono completamente privi di
vegetazione spontanea. Le precipitazioni avvengono solo ad alta quota e
i fondovalle, caldissimi d'estate, restano completamente a secco e
dipendono esclusivamente dall'irrigazione artificiale per la
coltivazione. L'acqua viene derivata dai corsi d'acqua secondari e
portata, con sapienti opere di canalizzazione che tagliano i fianchi dei
monti per molti chilometri, fin nei poderi fertili e rigogliosi,
coltivati a frumento, ortaggi e frutteti. Lungo i canali crescono le
pioppe cipressine che ingentiliscono il paesaggio e che forniscono
prezioso legname da opera. A mezza costa, ovunque il pendio si attenua, occhieggiano campi di
grano. La montagna non presenta segni di abbandono. Dove è possibile,
si strappa con le unghie un fazzoletto di terra coltivabile.
Da
Sholkot a Karambar
Finalmente
si scende dalle Jeep, su una meravigliosa moquette verde si piantano le
tendine e si preparano gli zaini, salutati da un nugolo di bambini
all'ombra degli albicocchi non più in fiore.
Capo cuoco e aiutanti preparano la nostra cena: un galletto acquistato
sul posto sarà il piatto forte per 18 famelici malcapitati.
Il mattino una folla di uomini e animali ha invaso il campo. Hussain, il
gay, pesa i carichi prima di distribuirli ai portatori. A sera saranno
tutti pagati e l'indomani si ripeterà l'operazione con altri
portatori reclutati nei paesi successivi: così lavorano tutti.
Arriviamo ad un ponte da attraversare sullo Yarkhun. Costruito in legno
di pioppa cipressina, è una struttura molto elastica: bisogna avere la
massima fiducia e non fissare mai l'acqua che scorre vorticosamente
sotto i piedi.
Si riparte per Lasht. Il fiume Yarkhun è il vero signore del
fondovalle. Nei periodi di piena si estende per tutta l'ampiezza del
suo letto e dell'intera vallata.
Siamo in vista di Shost, l'ultimo consistente centro abitato della
valle. Si ritorna sulla sponda destra idrografica, condotti per mano dai
portatori, attraverso un ponte che è il più lungo fra quelli
attraversati e oscilla molto sensibilmente. Se qualcuno dovesse cadere
in acqua, nessuno può salvarlo. A fianco, è in costruzione un nuovo
ponte sospeso, quando sarà terminato, si potrà arrivare fin qui in
Jeep. La strada già esiste e d'inverno, quando il fiume è in magra e
ghiacciato, le jeep risalgono lungo la valle, trasportando scorte
alimentari, ma soprattutto materiali da costruzione.
Visitiamo la scuola elementare di Shost: un maestro, cinque classi.
Tutti in divisa: berretto alla Gian Burrasca e camiciotto grigio,
ripetono la lezione del giorno. I più grandi hanno un sussidiario,
scritto in inglese, che si incomincia in prima elementare. Oltre
all'inglese, le altre materie sono Urdu, la lingua nazionale,
matematica e scienze sociali. La serenità e l'autocontrollo di questi
ragazzi lascia stupiti noi italiani e sbigottito Luciano, che vanta una
trentennale esperienza in materia. Non hanno quaderni, ma usano una
lavagnetta che ognuno porta da casa. Le lezioni iniziano alle 7 e
terminano alle 13. Come in tutte le scuole, portiamo in dono penne e
notes. L'idea di portare, oltre alle tradizionali penne, anche dei
quaderni, è stata molto apprezzata. Questa notizia ci precedeva, tanto
che una classe ci era venuta incontro con un vigoroso passo di marcia.
Poco più in su, la scuola femminile con qualche maschietto. Bianco e
azzurro, in questo angolo di mondo, è la divisa delle bambine che le fa
sembrare altrettante madonnine. Uscite con il consenso della maestra,
sostano stupite della nostra presenza. Le più grandi e più curiose con
un po' di kajal agli occhi, sono felici dell'inattesa interruzione
delle lezioni. Al termine della visita, scambio di indirizzi, foto di
gruppo e infine gli addii che ci lasciano silenziosi per un po'
di strada.
Il sentiero corre poco più alto del letto del fiume, in una valle molto
calda. Di ritorno da scuola, ad oltre un'ora di strada, passa un
ragazzino con la sua lavagnetta. Quanto dovrà ancora camminare per
essere a casa?
II
parapioggia sono trasformati in parasole: il caldo è insopportabile,
bisogna ripararsi dal sole e bere moltissimo, per reintegrare
abbondantemente i liquidi e i sali perduti. Ma se alziamo gli occhi al cielo, ecco apparire montagne dalle linee
purissime. “Esistono pochi posti al mondo dove le montagne sono così
terribilmente splendide come nel Pakistan settentrionale” scrive Tony
Halliday, grande conoscitore delle montagne asiatiche. A sud compaiono
le vette bianche e isolate dei Thui, mentre alle nostre spalle, il
Shayaz chiude e domina la piana verdissima di Lasht. Mandrie al pascolo,
limpidi torrenti, gruppi di bambini che ci osservano passare e ci
salutano timidamente con la mano. Tanto l'abbigliamento maschile è
sobrio e monotono, tanto i vestiti femminili sono vistosi e sgargianti.
Una bambinetta regge il fratellino, dal volto fittamente arabescato di
nero: serve a non farlo riconoscere dagli spiriti che gli vogliono male.
I bambini che hanno fratelli e soprattutto sorelle più grandi, possono
contare su una infanzia di grande tenerezza. I ragazzi non sono
aggressivi fra di loro e i più grandi hanno molta cura dei più
piccoli.
A Kan Khun facciamo l'esperienza
del guado: per qualcuno, o meglio qualcuna, l'acqua gelida del
torrente e le punte dei sassi hanno reso la facile traversata un po'
bagnata. Ammirevole l'altruismo e la prontezza dei riflessi del marito
ed amici nell'evitare di essere coinvolti nella caduta, lasciandola in
balia della corrente.
Il sentiero continua, ora radente l'acqua del fiume, ora risalendo a
lungo assolati pendii, in un faticoso saliscendi, finché siamo a
Kishmanja. Siamo esausti e disidratati, ma anziché il solito ‘green
tea’, facciamo preparare un pentolone di ‘italian soup’: un
normale, delizioso brodo di dado, che ci rimette in forze.
Poche case di contadini, con il fieno ad essiccare sul tetto piano, ma
robusto. Non hanno finestre, ma solo un portichetto sul quale si apre la
porta principale. Chiediamo di poterne visitare una.
All'interno è calda ed accogliente, addobbata con stoffe sgargianti e
festoni al soffitto. Sul pavimento stuoie, tappeti e coperte. Vi abitano
nonna e nipotino. Mamma e papà sono a Karambar a pascolare gli yak.
Guardando queste case dall'esterno, nemmeno lontanamente si immagina
quanta cura vi sia all'interno. Nel centro del tetto si nota un foro
quadrato: si apre sulla stanza che corrisponde al centro della casa e dà
luce e aria a tutti gli ambienti.
Visitiamo anche una casa in costruzione. Una struttura lignea massiccia
ed elaborata sostiene il tetto di argilla. I legni sono essenze del
posto. I pilastri in tuia cipressina profumano di resina l'interno.
A sera i portatori cantano e danzano al ritmo di taniche di benzina e
contenitori di plastica. E' musica melodicamente poco varia, ma molto
ritmata. Tutti sono insistentemente invitati a ballare e tutti
accompagnano con il canto e battiti di mano chi si esibisce sulla ‘pista’.
All'alba siamo in cammino. Le candide vette dei Thui, illuminate dal
sole, preannunciano una giornata memorabile. Più oltre già si
intravede la possente cresta del Kho-i-zom.
Una splendida piramide, snella ed elegante, si affaccia fra le profonde
incisioni delle valli laterali: è il Thui 2. Con i suoi 6523 metri, è
la seconda vetta del gruppo dei Thui, salita una sola volta nel 1978. Il
profondo solco del ghiacciaio di Risht e, più avanti, dei ghiacciaio di
Shetor, portano agevolmente alla sua base. Poco dopo ci si presenta
un'altra visione irreale: il possente torrione piramidale del Thui 1,
6660 metri. Sconcertante la regolarità delle sue forme.
E dopo i vassalli, ecco il signore della valle: il Kho-i-Zom, la
montagna delle montagne. Con i suoi 6872 metri, è la vetta più alta
dell'Hindu Raj, salita due volte nella sua storia, mai dalla parete o
dai pilastri di granito che dominano il ghiacciaio di Pechus e la valle.
La nostra attenzione è cosi polarizzata da tale successione di
montagne, da non accorgerci che di fronte a noi, oltre il torrente, il
ghiacciaio di Chateboi si arresta con un fronte di 200 metri di
larghezza e 50 di altezza. Blocchi di ghiaccio precipitano nelle acque
dello Yarkhun, che ne lambisce la base in un ribollire di schiuma. Il
candido nastro del ghiacciaio blocca, con la sua massa, la valle del
Darkot e scende con un'ampia curva regolare, da una sella che si
staglia altissima contro il cielo.
Un ponte nuovo supera la gola dalla quale irrompe con violenza
impressionante l'acqua dello Yarkhun. Di fronte, l'antico ponte di Vidinkot. Vi si nota in modo esemplare
l'ardita struttura: non un chiodo di ferro. Tutta la struttura è
legata con chiodi di legno.
Una
lunga salita porta nelle praterie di Chikar, dove fra poco si pianterà
il campo. Una piana dall'apertura immensa, con slarghi in tutte le
direzioni e dominata da una cima isolata di oltre 4900 metri. Riccardo e
compagni sono ansiosi di superare la quota del Monte Bianco, misurandosi
con questo quasi 5000. Distese di fiori, poi ghiaioni, rocce e infine la
vetta. Grandioso il panorama a 360 gradi, ma specialmente sul Kho-i-Zom
non lontano e sulla parete nord del Gahkus. Walter propone di dedicare
alle donne questa prima cima: Aorat Zom. Costruiamo un grande ometto, vi
riponiamo i nostri nomi chiusi in un barattolo e scendiamo. Dieci giorni
più tardi, il secondo gruppo si accamperà a Chikar, proverà lo stesso
nostro impulso di misurarsi con questa cima e avrà la sorpresa di
trovare sulla vetta i nostri nomi. Sono questi dei momenti di grande
commozione.
Di Chikar colpisce la straordinaria serenità dell'ambiente. Ragazzini
che guidano pecore al pascolo, si fermano ad osservare. Una biondina
esile dagli occhi verdi, si chiama Nina, la sua sorellina, dal nome
incomprensibile, è invece nera come la loro mamma. Una loro amichetta
più piccola si chiama Chiara.
I nostri cuochi acquistano una pecora e la macellano sul posto,
sgozzandola e dissanguandola con cura. La sera ci serviranno delle
costolette bruciacchiate sul fuoco, nere, dure e gelide. Una pecora
morta inutilmente! Una improvvisa burrasca notturna di vento e pioggia
porta lo scompiglio al campo, strappa la cucina, si porta via la tenda
mensa e bagna le provviste. La mattina fa freddo e le cime sono
sbiancate. Uno dei cuochi, Rahib, ha la febbre molto alta: la diagnosi
è pleurite!
La responsabilità sanitaria della spedizione è affidata a Massimo, e
bisogna dire che i componenti, per merito o nonostante le sue cure,
hanno goduto di una invidiabile condizione fisica. Ma mentre Massimo,
salito con il 2° gruppo, dormiva fra due guanciali, Anna, studentessa
di medicina, e Almuth, esperta infermiera, si sono letteralmente trovate
in prima linea. Hanno medicato infezioni, inciso ascessi, cucito ferite,
curato distorsioni e contusioni, e affrontato pleuriti.
Mattina e sera una piccola folla di uomini, donne e bambini, affluiti
dai villaggi circostanti sostava in paziente attesa fuori della tenda.
Spesso l'unica cura possibile consisteva in qualche bustina di
calmante, ma per i malati era già sufficiente accoglierli con un
sorriso, dedicar loro qualche momento di attenzione, e se ne andavano
contenti.
Si scende verso le cascate di Iskarwatz, una massa d'acqua
impressionante si incunea nella gola che abbiamo già osservato al suo
sbocco, dal ponte di Vidinkot. Una rapida stima ci dice che il
potenziale idroelettrico di questo fiume è quasi uguale al fabbisogno
energetico italiano.
Di fronte a noi si apre il corridoio del passo di Baroghil, a 3800
metri. Uno dei passi più bassi e più facili, ma soprattutto che
immette direttamente nel corridoio Wakhan. E' emozionante pensare che
sette secoli fa per questo verde valico transitava Marco Polo, diretto
in Cina. Ancor oggi, l'incerto sentiero che stiamo percorrendo è
segnato sulle carte in scala 1:1.000.000 come importante via di
comunicazione. Infatti è un sentiero millenario che mette in
comunicazione diretta il subcontinente indiano con il corridoio del
Wakhan, che porta in Cina o verso la Persia: la variante nord
dell'antica Via della Seta.
Si prosegue per l'alta valle, idrogeologicamente stabile, verdissima,
che ci piace chiamare ‘la valle dei mulini’, dei quali ci fermiamo
ad osservare un esemplare. Dietro la rozza costruzione, l'acqua prende
velocità in una canaletta di legno inclinata e va a battere sulle pale
di una piccola ruota disposta in asse con la macina. All'interno, in
una cesta sospesa, vengono posti i chicchi di grano da macinare, che da
qui scendono nel foro centrale della macina mobile superiore,
grossolanamente scolpita. La farina si raccoglie nella sottostante
madia. Il mulino è a disposizione di chiunque abbia bisogno.
Ampi spazi, estese culture di frumento circondano piccole ‘fattorie’
disposte sul pendio soleggiato della valle. Cataste di torba e di legna,
scorte di fieno denotano che questi insediamenti perenni si stanno
preparando ad affrontare il lungo inverno. Un piccolo gruppo di case,
intonacate con cura, è l'unico accenno ad una presenza militare: la
località si chiama Fort ed è posta di fronte al sentiero che sale al
Baroghil Pass. La valle si apre sempre più, il fiume Yarkhun si allarga
in grandi laghi mentre il sentiero costeggia campi di grano e piccoli,
limpidi specchi d'acqua. Un laghetto dalle rosse sponde ci ricorda
Tovel. Un altro dal tenue colore del cielo e dalle sponde verdissime è
alimentato da una abbondante sorgente calda ed ha l'acqua ad almeno 30°.
Ribat, ultimo villaggio temporaneo di pastori a oltre 4000 metri.
Ci vengono offerti pane lievitato e yogurt, secondo un millenario rito
di ospitalità. Le donne indossano i tradizionali variopinti costumi dei
Wakki e il piccolo copricapo cilindrico e familiarizzano immediatamente
con Maria, la più estroversa della compagnia. Siamo fuori dal mondo e
dal tempo.
Spazi immensi, disseminati di gruppi di yak al pascolo, portano verso
Karambar.
Mai come in questi orizzonti è chiaro il senso della via. La strada non
è una realizzazione tecnologica, ma una dimensione del tempo, la
direzione verso la quale scorre la vita.
Karambar
Mesi di
ansie, preparativi, aspettative ed eccoci arrivati. Ci concediamo un
solo giorno, per piantare le tende ed i servizi, ma lavorando il
nostro sguardo scorre sulle montagne che abbiamo intorno, soffermandosi
su cime e creste. Piantiamo doccia e gabinetto, deviamo un torrentello
per ricavarne un lavatoio, ma già il materiale alpinistico è pronto.
E mentre i cuochi stanno ancora sistemando mensa e cucina, abbiamo
individuata la nostra prima cima e fatto un sopralluogo sulle morene.
Un evidente spigolo sinuoso indica la logica via di salita. Riccardo,
Alberto, Claudio e Augusto rompono gli indugi e partono! Il secondo
giorno sono già per strada con gli zaini pesantemente carichi,
risalgono il ghiacciaio e cercano un posto dove rizzare le tende ed
allestire il campo. Mirco e Beppino, altrettanto carichi, puntano invece
ad un altro spigolo, altrettanto bello, dell'anfiteatro. Principale
compito per tutti: individuare un percorso logico e sicuro attraverso
morene e ghiacciaio, segnarlo accuratamente con ometti e bandierine,
piantare le tendine e allestire dei campi avanzati accoglienti e sicuri,
in grado di accogliere, nell'arco di 15 giorni, chi vorrà cimentarsi
con queste montagne.
Le prime luci del giorno trovano i quattro già impegnati sulle
difficoltà dello spigolo, che resta a lungo in ombra, anche quando il
sole ha già invaso il fondovalle. Finalmente arriva il sole e l'aria comincia ad intiepidirsi. La via prosegue
fra spigolo e seracchi. Poi la cresta si impenna e le difficoltà
aumentano. E' una caratteristica comune a tutte le vie percorse in
questa zona: neve e ghiaccio ottimi, nessun pericolo di valanghe, o
caduta di seracchi e cornici. Tempo bello e stabile. L'arrampicata in
queste condizioni è solo divertimento. Una esile cresta rocciosa ed è
la vetta. Foto
d'obbligo sulla prima cima conquistata dalla spedizione, con le
bandierine che resteranno lassù. Proponiamo per questa vetta il nome di
Cima Anna: Ana Sar. Ma è ormai sera. Si inizia la discesa e viene
notte. Al campo base la radio non funziona, ma li hanno seguiti con il
binocolo e sono preoccupati. Piuttosto che arrischiare un bivacco
gelido, Riccardo preferisce scendere cautamente, alla luce delle stelle.
Corda doppia dopo corda doppia, alle 4 del mattino sono alle tende. Cima
Anna ha richiesto 24 ore di arrampicata non stop!
Una cima candida si rizza sul lato sinistro dello stesso anfiteatro.
Partiamo in sette, recuperiamo i sacchi portati su il giorno prima e a
quota 5015 ci fermiamo su una fascia rocciosa al centro dei ghiacciai.
Lavoriamo duramente per creare le piazzole per le due tende, ma
allestiamo un ottimo campo. Il posto è di eccezionale bellezza, seduti
sui sassi tiepidi vediamo tramontare il sole. Poi parliamo per radio con
gli amici sulla vetta di cima Anna e infine andiamo a goderci il tepore
della tenda. La mattina Mirco e Alessio attaccano decisi lo spigolo. Gli
altri risalgono la nervatura rocciosa di destra, per individuare ed
eventualmente attrezzare una via di discesa rapida e sicura. A
mezzogiorno sono quasi al termine della salita e sono avvolti dalla
nebbia. “E' in arrivo una forte perturbazione, vento e neve!”
comunicano per radio dal campo base. I cinque scendono rapidamente,
mentre Mirco e Alessio, che non si erano accorti della ‘forte
perturbazione’ arrivano in vetta con tempo splendido. Nei giorni
successivi, sedici persone raggiungeranno la bella e impegnativa Cima
Subvicum, mentre tutti i membri della spedizione, comprese le guide
pakistane saliranno a passare uno o più giorni al campo B. E' anche
accaduto che qualcuno, innamorato della bellezza del posto, non ne
volesse più scendere. E' toccato a Claudio, Mirco e Riccardo salire
allora a fare opera di convinzione.
Di fronte al campo B, dall'altra parte della valle, si impongono due
vette: rocciosa una, innevata l'altra. Le affrontiamo in
contemporanea, partendo direttamente dal campo base che è ancora notte.
Le prime luci del giorno ci trovano già alti. Si sale a lungo su
ghiaioni, ammirando in tutta la sua estensione il grande lago di
Karambar. Un lungo ghiacciaio a S scende direttamente dalla vetta ed
indica la logica via di salita. Si risale il ghiacciaio, condizionati
dall'alta quota: un passo e due respiri, un passo e quattro respiri,
dieci passi ed una sosta. Finalmente la vetta! Quota 5660. E' la
cima più alta della zona, le spetta per diritto il nome di Cima
Montecchio: Chota Pahad Sar. La maggior parte dei partecipanti alla
spedizione raggiungeranno questa vetta prestigiosa.
A nord est, lo sguardo spazia, oltre il corridoio Wakhan fino al Muztag
Ata, nel Pamir cinese, ad ovest, le giogaie bianche del picco Carlo
Marx, nel Tajkistan russo, a nord, le brulle montagne
dell'Afghanistan, a sud quelle candide del Pakistan. Bel colpo
d'occhio!
In quello stesso giorno, in tre, affrontano la lunga cresta sud del
Lupsuk. Una successione interminabile di spuntoni, gendarmi, creste e
pinnacoli di roccia friabile, che si alternano a passaggi su ghiaccio. E'
necessario superare o aggirare cornici e meringhe che, sfidando la
gravità, sporgono nel vuoto per molti metri. Ben presto è chiaro che
non sarà possibile scendere per la via di salita, troppo lunga e
impegnativa, ma si decide comunque di proseguire. Sono passate le tre
del pomeriggio quando, stanchissimi, Franco, poi Mirco e Alessio,
raggiungono la vetta del Lupsuk. La lunga tensione fisica e psicologica
si scarica negli attimi di profonda commozione come la stretta di mano,
le riprese con la telecamera, il collegamento radio con il campo base,
il rito di costruire un ometto e riporvi i nomi chiusi in un barattolo.
Riccardo, Alberto e Giampaolo hanno individuato una cima candida, a
sud-ovest di Karambar: spazi immensi da percorrere oltre il passo,
torrenti glaciali da guadare, un ghiacciaio da salire a lungo.
All'altezza del Monte Bianco, uno slargo accanto ad un piccolo lago è
ritenuto adatto, e vi piantano la tenda. Ma ci sono ancora molte ore di
luce, Riccardo e Alberto partono per la vetta. Risalgono il ripido
pendio che porta al colle, poi la cresta... Sulla vetta, la calda luce
del sole al tramonto, illumina un panorama irreale, incredibile. Il
grande ghiacciaio di Chiantar, forse mai percorso da essere umano. Le
immagini che si presentano loro sono inedite, eccezionali. Da sinistra,
il Kho-i-Chiantar, metri 6416. Poi il Karka, metri 6222, vertiginosa
struttura di montagna mai salita, un problema per l'alpinismo del 2000: costole rocciose,
alternate a seraccate quasi verticali, le conferiscono l'inquietante
aspetto di un'ala di pipistrello. Più
ad ovest, fra due vette vergini si stende una sterminata parete di
ghiaccio. Ancora più a destra, altra vetta vergine di 6244 metri ed
infine la piramide dei Garmush, salita ben due volte, dal versante
opposto! In primo piano, i geometrici disegni creati dalla confluenza di
rami secondari nel corso principale del ghiacciaio. La luce radente del
sole al tramonto ne evidenzia la superficie. Il ghiacciaio di Chiantar
con i suoi 35 Km di lunghezza e una superficie di 154 Kmq è il più
grande dell'intero Hindu Kush. E' ormai notte quando Riccardo e
Alberto rientrano in tenda. La cima appena salita sarà ‘Cima
dell'amicizia’, Dosti Sar.
Per attivare l'intervento dell'elicottero, in caso di grave
emergenza, avevamo con noi un telefono satellitare. Nostro riferimento
in Italia, l'efficientissima Simonetta. Incredibili le prestazioni di
questo piccolo dispositivo tecnologico, alimentato a batteria solare e
considerevole la sicurezza che ne è derivata, sia per i partecipanti
che per i familiari. Indimenticabile per tutti il primo collegamento con
casa. “Pronto, qui Karambar. Sì, sono proprio io. Sto parlando da
Karambar… Ma no, non è successo niente, stiamo tutti benissimo!”
Il
secondo gruppo arriva a Karambar e si unisce al primo: è giornata di
festa per tutto il campo. I nuovi arrivati dispongono di poco tempo, ma
sono ansiosi di cimentarsi con queste montagne.
Assieme ai nuovi arrivati partiamo alla luce delle stelle diretti a
Chota Pahad, Cima Montecchio. Le tracce di salita e gli ometti lasciati
dai primi salitori, portano al fronte del ghiacciaio, a quota 5000.
Calziamo i ramponi e iniziamo a risalirlo. Non ci sono crepacci, la
salita è uniforme, cristalli di ghiaccio si frantumano sotto i nostri
passi tintinnando. La giornata è splendida, il panorama alle nostre
spalle indescrivibile. Alle 11 ci troviamo in vetta, in tre. Gli altri
stanno ancora salendo, senza fretta. Una lunghissima cresta si stacca
dalla sommità in direzione ovest e termina su una vetta piramidale, che
chiude l'orizzonte. La cresta alterna, sul versante afghano, cornici e
meringhe, seraccate e pareti a strapiombo.
Non ci vuol molto a convincere Massimo, il nostro medico chioggiotto,
ottimo alpinista, e Lorenzo, al quale un braccio ingessato non ha
attenuato l'entusiasmo dei suoi vent'anni. Partiamo senza chiederci
quanto tempo ci vorrà, né per dove scenderemo, né quant'è lontana
la vetta che intendiamo raggiungere. Camminiamo spediti, scavalchiamo
crepacci, aggiriamo cornici, scendiamo o risaliamo pendii ghiacciati,
creste rocciose, pinnacoli, sul bordo di pareti vertiginose che scendono
con un solo balzo sui grandi ghiacciai afghani che fluiscono verso nord.
Ma procediamo a lungo su questo aereo percorso oltre i 5000 metri,
sospesi fra cielo e terra. Strane formazioni geologiche si presentano di
tanto in tanto: ora camminiamo su rocce minutamente spezzate dal
ghiaccio in bastoncini simili alle patatine fritte, ora calpestiamo e
frantumiamo con rumore di vetri rotti, sottilissime scaglie grigie. Più
avanti, ecco una zona di esili stuzzicadenti di pietra, che
attraversiamo come camminando sulla paglia. Il tempo vola
inavvertitamente, ma la cima si avvicina. Risaliamo una ultima cresta
nevosa e siamo in vetta! E' tardi, da tempo abbiamo finito acqua e
viveri, ma la soddisfazione si legge negli occhi dei miei compagni quando
costruiamo l'ometto e vi riponiamo il rituale barattolo con i nostri
nomi e quello proposto per la vetta: Cima Scaphoydes! Per scendere,
troviamo un ripidissimo canale di ghiaia profonda e minuta, lungo il
quale divalliamo ad una velocità solo di poco inferiore ad una caduta
libera, tanto che per cena siamo al campo. Una giornata da non
dimenticare!
Ad est di Karambar, oltre il lago, si staglia contro il cielo una cima
isolata. La battezziamo Cima Bifida. Faremo anche delle ricognizioni sui
ghiacciai, ma non appare semplice arrivare alla sua base, né facile
raggiungere la vetta. Alla ricerca di un migliore punto di osservazione,
Giampaolo rivolge allora l'attenzione ad alcune vette poste di fronte
alla Cima Bifida. In quattro, risalgono le morene fino a trovare un
ottimo posto dove piazzare il campo. La vetta alle loro spalle è
interessante ed impegnativa: salgono per ripidi pendii, quasi sotto una
gigantesca meringa sporgente fino ad arrivare sulla cresta, che
percorrono senza problemi. Eccezionale il lavoro del sole e del vento
sulle creste, a creare ricami che si confondono con le nuvole, ed ecco
la cima. Verrà intitolata all'alpinismo giovanile. Sulla stessa
cresta di confine, una seconda cima viene salita da Claudio e Mirco e
intitolata al 50° del CAI. Per questa volta la Cima Bifida dovrà
aspettare!
La Cima del Lago più di ogni altra domina la piana di Karambar ed
incombe sul lago. Due scivoli ghiacciati scendono verso il lago, uno a
nord-est, l'altro a nord-ovest. C'è stata qualche
incertezza da parte nostra, ma lasciare la zona senza averla tentata
sarebbe stata una macchia sulla reputazione alpinistica della
spedizione.
Augusto rompe gli indugi e l'ultimo giorno di permanenza della
spedizione a Karambar convince Alberto a seguirlo. Attaccano alle due di
notte, superano facili rocce e arrivano sul ghiaccio. Un ghiaccio
colato, nero e fragile, che richiede molta attenzione e non dà
sicurezza. La salita, nella parte bassa, è molto più lenta del
previsto. Più su il pendio migliora, l'ambiente è grandioso, ma al
termine dello scivolo resta ancora da percorrere una lunga cresta e
manca il tempo per arrivare in vetta: sarà per la prossima volta,
promessa di Augusto!
Ultima notte a Karambar.
Nelle notti senza luna era Giove il signore del cielo, attraversato da
nord a sud da una sfolgorante Via Lattea, ma ora la luna piena sta
salendo nel cielo e illumina le montagne e il lago in una magica
visione. Seduti in cerchio sui sassi, cantiamo malinconiche canzoni di
montagna. Queste immagini, questi ricordi forse aiutano a capire chi è
rimasto stregato dal lago di Karambar e desidera ritornarvi.
Ritorno
Il 19
agosto si parte, inizia la via del ritorno, scendendo la valle del
torrente Karambar. La sera poniamo il campo a Shuinj: di fronte a noi,
le masse di ghiaccio del ghiacciaio di Chateboi, che irrompe da una gola
laterale, chiudono la valle. La spinta formidabile delle masse a monte
spinge la fronte del ghiacciaio contro le pareti di granito del versante
opposto. Risaliamo a lungo i pendii ghiacciati, per raggiungere la
groppa sommitale di attraversamento, mentre i portatori, tolte le
scarpe, procedono in calzettoni per avere una presa migliore. Un enorme
imbuto si apre sotto il ghiaccio e inghiotte il torrente Karambar, che
ricomparirà alcuni chilometri più a valle, ben più torbido e
violento.
Era un fenomeno tragicamente ricorrente che nei periodi di avanzamento
dei ghiacciai la valle principale venisse sbarrata e si formassero
enormi bacini temporanei. Quando l'acqua riusciva ad aprirsi il
passaggio fra i ghiacci, il bacino si vuotava rapidamente, provocando a
valle catastrofiche, quanto inaspettate alluvioni. La nostra guida
afferma che ciò succede ancora, a volte, in primavera.
A Sughtarabad (Sughtarabad = posto di sosta di Sugh) troviamo i primi
alloggi temporanei di pastori molto ospitali. Abbigliamento, abitudini,
abitazioni sono tipicamente Wakki. Case costituite da un possente muro a
secco sul quale si rizzano come tetto rami di betulla. Vi si prepara il
formaggio di latte di capra che sarà messo ad essiccare al sole, su
palchetti sopraelevati, in forme della grossezza di un pugno. Non è un
vero formaggio fermentato, ma una ricotta essiccata. Quando abbiamo
chiesto formaggio di yak, ci hanno invece portato una specie di burro.
Nell'esteso campo alberato di Sughtarabad troviamo una decina di
trekkers francesi. Sapendo del nostro arrivo, hanno disposto le loro
tende e sparso la loro roba per l'immenso campo, in un infantile
quanto assurdo tentativo di accaparrarsi tutto lo spazio. Come si dirà
in francese ospitalità?
Di fronte a noi, una parete immensa, rossa e nera, di dolomia. 1500
metri, forse più di altezza, il doppio in estensione. La guardiamo per
ore con il binocolo, ognuno di noi vi traccia la sua via. La roccia
sembra ottima, ma il tentativo di metterci su le mani per verificarlo è
scoraggiato dalle acque gelide e violente del Karambar. Per
attraversarlo, o si risale fino al ghiacciaio Chhateboi, o si scende
alcune ore di strada, fino al ponte di Warguth. Eravamo ansiosi di
provarlo, questo famoso ponte ‘a carrucola’, ma la solida fune in
acciaio e l'ottima carrucola davano più garanzie di certi ponticelli
tradizionali percorsi nei giorni precedenti.
Andiamo verso il tetto del trekking. Sopra una altissima spalla che
chiude l'orizzonte, c'è il prossimo campo, posto sotto il valico di
Chillinj. Sono 800 metri di dislivello di salita impegnativa, che
tuttavia compiamo in sole due ore. L'area del campo è brulla,
spazzata dal vento, il tempo si profila incerto. Decidiamo di proseguire
per il passo. Non è facile convincere i portatori più giovani, uno dei
quali già soffre per l'alta quota. Alle 10,30 si può finalmente
riprendere il cammino risalendo in lenta fila indiana gli interminabili
tornanti del ghiaione che ricopre il ghiacciaio fossile di Chillinj.
Il passo è lento e continuo, ma lassù c'è il valico e all'una
anche gli ultimi sono arrivati. La felicità di avercela fatta si legge
sul volto di tutti: la spedizione ha fatto due tappe in una, da quota
3600 a quota 5250. Siamo in ottime condizioni di forma. Si scende il
grande ghiacciaio, verso il campo di Boat Sar. I portatori si aiutano e
frenano con un lungo bastone. La loro tecnica su ghiacciaio ricorda
quella dei nostri nonni, con il lungo alpenstock. Piantiamo le tende fra
i sassi del piccolo campo base di Boat Sar, a quota 4800 metri sulla
morena laterale sinistra del ghiacciaio. L'indomani scendiamo in lunga
teoria per una interminabile marcia su morene monotone, faticose,
esasperanti ma accompagnati da una eccezionale varietà di colori. Anche
oggi ci saranno due tappe in una, e sarà una decisione provvidenziale,
per distanziare il maltempo in arrivo. In una sinfonia di tonalità di
ocra e di rossi, raggiungiamo e attraversiamo le morene del ghiacciaio
di Koz Yaz.
L'incontro della giornata. Una carovana di yak, carichi quanto più si
può, sale a passo deciso. Sono turcomanni, diretti al passo di Inzshad,
4880 metri, e da lì al grande Pamir afghano: quattro giorni di marcia.
Bisogna far presto, il passo è percorribile solo due mesi all'anno.
La loro grande libertà di movimento fa parte delle tradizioni di
autonomia di queste popolazioni di montagna.
Oramai siamo in vista del bianco santuario di Ziarat (= santuario) Vi
troviamo un altro gruppo di turcomanni, scesi con una mandria di yak,
che si fermano finché non hanno venduto tutto. Comprano grano, riso,
the, zucchero, tabacco.
Siamo a 3600 metri, il trekking è terminato, qui ci aspettano le Jeep.
Scendendo l'alta valle del Chapursan si incontrano piane interamente
coltivate a grano, patate, albicocchi. Ci troviamo in territorio Hunza,
la Svizzera del Pakistan. I villaggi, gli orti, i campi sono ordinati,
persino lindi. In ogni villaggio, una bianca costruzione, con un piccolo
campanile, altoparlante e un ampio cortile antistante.
“E' una moschea ?”
“No, una scuola” mi conferma il portatore studente, quando
attraversiamo il suo villaggio.
C'è ancora chi trebbia facendo calpestare il grano da gruppi di
asinelli, ma incontriamo anche numerose, piccole trebbiatrici.
Più giù, la valle si chiude e il fiume riprende il suo dominio sul
fondovalle, per infilarsi in una gola profonda, scavata in potenti
banchi di depositi morenici stratificati. Terrazzamenti fluviali a
livelli diversi stanno ad indicare ere e vicende geologiche, che noi
spesso attribuiamo al lontano passato. Ci troviamo invece fra montagne giovani, in piena fase di formazione e
alle quali mancano ancora 40 o 50 milioni di anni di assestamento.
Si arriva finalmente a Sost, sulla KKH. La Karakorum Highway è la
straordinaria strada di circa 1200 chilometri, costruita dai Cinesi e dai
Pakistani attraverso la catena himalayana da Islamabad al Tibet e quindi
alla Cina. A sinistra, il valico di Kunjarab e la Cina sono a soli 80
chilometri, mentre a destra Islamabad è ad oltre 800. Riprendiamo a vedere i
camion più colorati del mondo, e anche i più belli, se volete: rossi e
gialli a volontà, porte di legno intarsiato, pendenti e decorazioni. E'
proprio il caso di dire ‘chi più ne ha, più ne metta!’
La piana di Karimabad, in pieno territorio Hunza. Qui si parla il
Burushaski, lingua senza parentele o affinità con le circostanti. Da
qui si esportano albicocche secche in tutto l'oriente e si producono
le più pregiate patate da semina. La cittadina di Karimabad, capitale
della regione, è in pieno, rapido sviluppo. Possiede ottimi alberghi e
un artigianato raffinato, stimolato da un turismo ricco: giapponesi,
americani, europei frequentano questa regione. E' dominata dal castello
Baltit, del XVI secolo, ma con elementi anche precedenti. Ma sono le
montagne, quelle che realmente sovrastano e dominano. A nord di
Karimabad, si elevano, vicinissime, ben 15 vette oltre i 7000 metri,
mentre a sud si innalza, maestoso, il Rakaposhi, un quasi 8000. Il
Rakaposhi è l'unica montagna al mondo che si eleva per oltre 6000
metri, senza interruzioni, dal fondovalle alla vetta.
Per di qui passa la sutura di Shyok, che fa sì che il Nanga Parbat
cresca di 7 millimetri all'anno, per effetto dello scontro in atto fra la
zolla indiana e quella asiatica.
Il maltempo che per alcuni giorni ci aveva seguiti, si scatena. Siamo
ormai nel territorio investito dai monsoni. A Chilas, per tutta la
notte, la pioggia cade violenta. La mattina i torrenti sono gonfi e
limacciosi. Ad un guado più violento degli altri, il nostro autista si
rifiuta di passare. Al fragore dell'acqua si aggiunge il cupo
brontolio dei sassi che rotolano, ma l'acqua sta aumentando e più
aspettiamo, peggio è. Dopo un'ora, l'autista rompe gli indugi e
passa.
Ancora guadi, frane, un sasso ci colpisce sul tetto. Ad un'ora da
Islamabad, un largo torrente fangoso attraversa la strada. Trascinati
dalla corrente, due pullman e alcune macchine sono a ruote all'aria,
più a valle. L'indomani i giornali parleranno di circa 120 morti,
provocati dalle piogge.
Rientriamo in Italia, arricchiti da una nuova esperienza, da rinsaldate
amicizie, e dalla conoscenza di popolazioni e montagne indimenticabili.